di Floriana Bulfon
Oggi, 2 maggio 2024
L’alba sul lastricato di Ballarò fa brillare centinaia di pezzi di stagnola che avvolgevano le “pietre” di crack. È il girone degli “scafazzati”, gli schiacciati che nulla risolleva. Lisa s’è venduta anche la casa. Carla non ha più denti. Giulio è morto a 19 anni. Nei vicoli di Palermo, il mostro si chiama crack. Costa pochi euro, ti uccide la testa. È un’emergenza in crescita. I genitori non sanno più cosa fare. Ma qualcuno non si arrende. I ragazzi dello zoo di Palermo li incontri negli angoli più oscuri di Ballarò. Li incroci per strada, ma in realtà sono prigionieri di una gabbia invisibile che li taglia fuori dal mondo: famiglie, amicizie, amori non contano più nulla. Tengono la testa bassa, ma quando riesci a guardarli negli occhi capisci in un attimo che hanno perso tutto: gli importa soltanto del crack. Sono vite spezzate, come il suono dei cristalli di questa droga che si spaccano per diventare un fumo incantatore: li porta in paradiso alla velocità di un razzo, dona loro dieci minuti di estasi assoluta, poi però con la stessa rapidità li schianta nell’inferno.
“Non riesco a rinunciare, allevia ogni dolore. Il mio dolore? È iniziato con un amore sbagliato”. I capelli tirati sulla fronte non nascondono il volto scavato di Lisa, una quarantenne che viene nel quartiere solo per comprare. È fortunata perché ha ancora un posto dove stare. Aveva un lavoro in un ufficio pubblico e anche una casa in una bella zona, ma se l’è venduta: in un paio d’anni ha bruciato quasi 100 mila euro: “Ho ancora qualcosa da spendere. Poi non so che farò, ma so che senza crack non posso stare”.
Questa forma di cocaina fusa e imbastardita con altri prodotti chimici per alcuni è il punto di partenza: cominciano persino alle scuole medie, perché è lo sballo più economico. Cinque euro a dose, senza bisogno di buchi: basta scaldarla nella pipetta, dentro una bottiglia di plastica o in una lattina ed inalare con forza. Per altri è il punto di arrivo dopo avere provato ogni sostanza: la scelgono perché fa immediatamente dimenticare tutto, riempie l’anima e la sospende in un limbo caldo. Per tutti è una strada praticamente senza uscita. Il crack è un dominatore spietato, ti cattura subito: l’esistenza si trasforma in una corsa senza sosta sulle montagne russe, cadendo sempre più in basso.
Due fratelli si buttano sulla scalinata di Ballarò: non si reggono in piedi. Hanno 14 e 16 anni. Uno indossa il pigiama ed è scalzo: come se si fosse appena alzato dal letto, in preda a un incubo da cui non riesce a liberarsi. Seduta sui gradini c’è una ragazza che da un’ora si gratta il polpaccio così forte da sanguinare. Poi incrocia lo sguardo di un uomo: “Andiamo di là...”. Una dose in cambio di un rapporto orale, consumato al volo dietro al vicolo tra cumuli di rifiuti e topi. “Quasi tutte si prostituiscono”, ammette Gloria biascicando. Sono le due passate. Gloria ha 25 anni, un maglione liso, le tracce di una bellezza logorata in fretta. Racconta che voleva diventare estetista e invece passa la notte su questa scalinata: “Penso soltanto al crack, per averlo fai qualunque cosa”.
Carla ha una quarantina d’anni, è fiorentina ed è arrivata a Palermo da qualche anno e non sa bene nemmeno perché. Le sono rimasti pochi denti, il marchio di una lunga dipendenza: “Ho iniziato fumando qualche spinello a scuola con gli amici, poi sono finita nell’eroina, ma il peggio è venuto dopo con il crack”. Carla pronuncia con lentezza parole confuse. Dice di amare la musica techno e di essere disperata: “L’eroina è una mamma: sentivo il calore dell’abbraccio di mia madre. Il crack è una merda: lo so bene e sto cercando di smettere”.
Carla, Gloria, Lisa, i due fratellini, la ragazza che si prostituisce sono i campanelli di allarme di una nuova epidemia devastante. Non dilaga solo a Palermo, ma praticamente in ogni metropoli d’Italia e d’Europa. Il crack è sbucato dal nulla più o meno sei anni fa, irrompendo sulle piazze di spaccio per catturare nuovi clienti e vecchi consumatori. Come uno zombie che esce dalla tomba: aveva terrorizzato l’America negli anni Ottanta, senza mai attraversare l’Atlantico. Negli States era diventato un’emergenza nazionale: il pifferaio narcotico che trascinava nell’abisso torme di giovanissimi, senza distinguere tra rampolli di buona famiglia e figli delle periferie.
Il presidente Ronald Reagan si presentò con la moglie Nancy in televisione per denunciare che “stava uccidendo una generazione di bambini” e promettere guerra ai narcos. Dall’America è scomparso all’improvviso. C’è chi sostiene sia stato merito della campagna martellante per mettere in guardia dai pericoli; chi invece crede sia stata solo volontà dei trafficanti, passati a vendere roba più remunerativa delle dosi da tre dollari. Oggi gli investigatori si chiedono perché sia risorto proprio in Europa, dove non aveva mai messo piede. L’ipotesi è che sia un danno collaterale del boom delle importazioni di cocaina: in un decennio sono schizzate dai quintali alle tonnellate. Il prezzo è calato, la qualità aumentata. Così il marketing criminale in cerca di altri sbocchi ha puntato sul crack.
Il fatto che Palermo ne sia particolarmente inondata è anche specchio del declino di Cosa Nostra. Le rotte della coca sono in mano ai calabresi e i boss siciliani per ottimizzare i profitti fanno tagliare quella di scarto: nei cristalli c’è al massimo una parte di “neve” e nove di bicarbonato di sodio o di ammoniaca. È un affare di famiglia: viene lavorato nelle cucine di casa, affidando la vendita ai figli sotto i quattordici anni perché “i piccoli non li possono arrestare” e così li mandano tutta la notte a spacciare.
Giulio Zavatteri se n’è andato a 19 anni. “Sono entrato in camera sua”, ricorda il padre Francesco, “era raggomitolato sul pavimento, accanto al letto. Ho provato a chiamarlo, era gelido. Ho continuato a piangere e baciargli la fronte”. Giulio era cresciuto nei quartieri del benessere: “Era brillante, dipingeva, parlava inglese, guardava la Cnn. Dopo avere iniziato il Classico al Meli, uno dei licei più rispettati, nello zaino gli ho trovato un po’ di marijuana”. Gli cambiano scuola, ma va peggio: viene ricoverato prima di compiere 15 anni.
Lo mandano in una comunità a Partinico ma proprio lì davanti gli fanno provare il crack. Quando torna a casa, la situazione peggiora. Si fa aggressivo con la fidanzatina, con i genitori. I centri per disintossicarlo non danno risultati. “Giulio mi diceva: “Pa’, devi capire non siamo persone sbagliate, siamo solo più fragili e sensibili degli altri”. Due mesi e dieci giorni dopo la morte di Giulio, il suo amico del cuore Diego si è buttato sotto un treno. Era figlio di una coppia di professori, aveva la stessa dolcezza nel cuore e la stessa droga nel corpo.
Francesco Zavatteri ha vissuto l’impotenza delle famiglie e per questo a Ballarò ha creato la Casa di Giulio, una struttura con specialisti che offrono ascolto e assistenza medica. Dopo il tramonto il telefono squilla in continuazione. C’è la dottoressa che chiama da Siracusa: il figlio ha preso a cazzotti lei e il padre, poi è scomparso. Un’altra madre spiega di avere dato alla figlia dieci euro e poi altri cinque: “Servono a calmarla, forse ho sbagliato ma almeno non si prostituisce”. Nessuno li aiuta: il crack nelle statistiche ufficiali neppure esiste, perché non viene distinto dalla cocaina. C’è chi lotta da vent’anni come Pina Lupo e si sente abbandonata: “Ho dovuto denunciare ancora mio figlio, era l’unico modo per obbligarlo a curarsi. Giuliano da bambino era una promessa del calcio, poi si è spento: prima gli spinelli; a 14 anni la coca. Mi sono rivolta agli psicologi del SerD (Servizi per le Dipendenze patologiche): inutile. Né le comunità, né il carcere sono serviti a tirarlo fuori; l’ho mandato persino in Australia. Due anni fa ha scoperto il crack e lo ha disastrato: ogni mezz’ora ne pretende altro”.
Nino Rocca è un professore di filosofia in pensione che crede nel volontariato. La notte si inoltra nei meandri di Ballarò, dello Sperone, di Borgo Vecchio: “Ci sono genitori che arrivano piangendo da tutta la Sicilia. Io per strada parlo tanto con questi giovani. Come educatore so che bisogna creare le condizioni per renderli protagonisti del loro riscatto. Ma gli strumenti in campo non bastano. Bisogna dare una risposta a tutta questa disperazione”.










