di Serena Termini
Redattore Sociale, 13 dicembre 2019
Trecento reclusi della sezione "Laghi" del carcere Pagliarelli di Palermo per buona condotta si trovano in celle per gran parte del tempo aperte, in un regime di sorveglianza dinamico. Sembrano più sereni degli altri detenuti e riescono a pensare anche a quello che faranno, a fine pena, appena saranno liberi. Sono alcuni tra i 300 reclusi della sezione "Laghi" del carcere Pagliarelli di Palermo che per buona condotta si trovano in celle per gran parte del tempo aperte, in un regime di sorveglianza dinamico.
Ai "Laghi" si arriva dopo aver percorso un lungo corridoio e attraversato diverse porte di ferro. Ci sono grate in ferro da ogni parte ed è un continuo aprirsi e chiudersi di porte blindate che, per chi non è abituato a sentirle, dà un forte sensazione di privazione di libertà. Le celle sono da tre letti; hanno un tavolo, un piccolo lavello dove mettere un fornellino per cucinare e un bagno con doccia. Nella "stanza della socialità" alcuni di loro giocano a carte; ci sono solo tavoli e sedie di plastica. Si attende l'arrivo di un televisore. Tranne qualche eccezione in gran parte ci sono tutti ragazzi molto giovani la cui età va dai 23 ai 40 anni.
"Manca il biliardino e il televisore come c'è nelle altre sezioni. Sono ai Laghi da tre mesi e speriamo che queste due cose arrivino al più presto perché ne abbiamo bisogno - dice G. che ha 29 anni. Rispetto alla sezione a circuito chiuso, qui è tutta un'altra cosa perché gli orari di apertura e chiusura delle celle sono molto elastici. Tutto è basato sul rapporto di fiducia tra noi e la polizia che non è per niente invadente. Il rapporto tra di noi è anche molto tranquillo. Siamo anche agevolati nei colloqui con le nostre persone più care".
"Abbiamo le docce con acqua calda. Siamo qua perché ce lo siamo meritati - dice A. di 30 anni. Pur essendo sempre un carcere, avere però la possibilità di muoverci autonomamente non è poco. Una cosa positiva è che ai 'Laghi' si rispetta l'orario di riposo dalle 15 alle 16 diversamente dalle altre sezioni che sono decisamente molto più rumorose. In questi giorni aspetto di essere chiamato per lavorare dentro il carcere come muratore perché è questa la mia professione".
"Sono ai Laghi da sei mesi - aggiunge C. di 26 anni -. La cosa davvero assurda del sistema italiano è la lungaggine dei processi che penalizza tutta la nostra vita. Io sto scontando una pena per un reato risalente a 10 anni fa, per cui oggi sono una persona completamente diversa. Con la carcerazione ho dovuto lasciare il mio lavoro di cameriere messo in regola, chissà se dopo, lo ritroverò. In carcere ci sono tante proposte di corsi di formazione professionale e di lavoro interno ma ce ne dovrebbero essere ancora di più per permettere a tutti di partecipare sempre e non solo a rotazione".
Ai "Monti", invece, c'è la sezione dedicata alle 91 donne. In piccolo anche nella sezione femminile c'è quella dedicata alle detenute per buona condotta come ai "Laghi". La presenza delle donne rende, già a prima vista, gli ambienti comuni più curati e gradevoli. Le celle aperte sono tutte molto ordinate e piene di foto appese di figli, mariti e genitori. Incrociamo delle donne che si ritirano dopo i colloqui con i familiari: sguardi molto diversi, alcuni soddisfatti altri tristi, qualcuno piange.
Incontriamo una ragazza che attende pensierosa di essere chiamata per parlare con un suo familiare. "Aspetto di fare il colloquio con la mia famiglia - dice M. di 31 anni. In carcere, per impiegare il tempo, sto facendo un corso di chitarra e aspetto di potere fare quello per pasticcera. Ho tre figli piccoli e spero tanto di avvalermi delle leggi a mia disposizione per avere la possibilità di vederli di più. Mio padre è morto e mia madre sta molto male per questo sono in attesa di avere sue notizie". Nello spazio comune l'atmosfera che si respira è molto tranquilla.
"In carcere per la prima volta ho scoperto che la libertà è il dono più prezioso della vita. I miei genitori sono malati e non ho colloqui da due anni perché gli altri miei familiari vivono tutti in provincia di Catania. Ho completato il corso di pasticcera con il maestro Cappello - dice M. di 42 anni - dove ho imparato a fare piatti dolci e salati della cucina siciliana. Adesso, non mi sembra vero perché, fra alcuni giorni, in regime di semilibertà, uscirò da sola per fare il tirocinio presso un tennis club in modo da prendermi l'attestato per potermi aprire in futuro un'attività".
La distanza dagli affetti è una sofferenza comune a molte di loro. "Sono mamma di tre figli e nonna di 8 nipoti - dice F. di 53 anni. Il mio desiderio è quello di potere rivedere i nipotini al più presto. Vorrei anche trovare un lavoro dentro il carcere. I miei familiari sono di Ragusa e non vengono a trovarmi. Vorrei un trasferimento a Catania per avvicinarmi a loro".
"Sono di Parma e al Pagliarelli mi trovo bene - racconta M di 54 anni. Purtroppo ho i miei familiari lontani con cui posso parlare solo al telefono. Ho partecipato a tanti corsi e tra questi quelli di riflessologia plantare, di pasticceria e di taglio e cucito. Quella che mi sta dando però tantissimo dal punto di vista umano e spirituale è la partecipazione alla produzione delle ostie che poi distribuiamo nelle chiese.
Questo servizio di volontariato ha accresciuto tanto, infatti, il mio cammino di fede, restituendomi quella pace interiore che riesce, nonostante tutto, a farmi stare bene. La serenità di questo mio periodo di carcerazione vorrei tanto riuscire a trasmetterla ad altre detenute che non sempre ce l'hanno".
C'è, poi, anche, chi lamenta di essere fortemente penalizzato dalle negligenze burocratiche. "Nonostante debba scontare ormai poco - si sfoga S. di 57 anni - non riesco ad avere gli arresti domiciliari dallo scorso settembre. La mia richiesta è stata più volte rimandata sempre con la motivazione che manca l'assegnazione dell'assistente sociale dell'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) di Trapani dove ho casa. È possibile mai che devo ancora aspettare per un mio diritto?".










