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di Giulia Ghirardi

fanpage.it, 6 luglio 2026

La figlia di un detenuto ha raccontato a Fanpage.it le condizioni del padre recluso nel carcere Pagliarelli di Palermo, mentre una lettera di 200 detenuti denuncia degrado, caldo torrido e “gravi carenze sanitarie” all’interno dell’Istituto. Le condizioni di vita nelle carceri italiane, il diritto alla salute, i trasferimenti lontano dalle famiglie e le difficoltà dei detenuti e dei loro cari sono temi su cui la redazione di Fanpage.it riceve da tempo segnalazioni e testimonianze. Se hai vissuto o stai assistendo a un’esperienza simile, come detenuto, familiare, operatore o professionista del settore, e vuoi raccontare la tua storia, questo è lo spazio per te.

“È malato, lontano, non ce la fa più. E noi non possiamo nemmeno stargli accanto”. A parlare a Fanpage.it è la figlia di Antonio M., detenuto in regime di Alta Sicurezza nel carcere “Antonio Lorusso” Pagliarelli di Palermo, che da mesi denuncia le condizioni in cui il padre sarebbe ristretto all’interno dell’Istituto. Una storia che - stando alla documentazione raccolta dalla ONG bon’t worry iNGO - non riguarda solo un singolo detenuto, ma porta alla luce le criticità di uno degli istituti penitenziari più discussi del Paese.

In particolare, in una lettera collettiva firmata da circa 200 detenuti che Fanpage.it ha visionato, si denunciano presunti riscaldamenti inesistenti, infiltrazioni, carenze sanitarie, isolamento, assenza di attività rieducative e continue denunce da parte dei detenuti. “Intollerabile”, secondo Bo Guerreschi, presidente della ONG. “Il problema della giustizia è che vede solo i documenti, mai le persone e i loro diritti. Al posto di favorire un percorso di reinserimento sociale, il Pagliarelli schiaccia e distrugge i detenuti”.

Parole, queste, che chiamano direttamente in causa il senso stesso della pena previsto dalla Costituzione. Perché se le denunce raccolte negli ultimi anni trovassero conferma, il carcere Pagliarelli non rappresenterebbe soltanto una struttura con problemi organizzativi, ma il paradigma di un sistema incapace di garantire condizioni di vita dignitose, assistenza sanitaria adeguata e reali percorsi di reinserimento. Per questo la vicenda di Antonio M. non chiede privilegi individuali, ma che per tutti i reclusi la detenzione rimanga una pena e non diventi, giorno dopo giorno, “una lenta condanna all’abbandono”.

Il caso di Antonio M. e le criticità del Pagliarelli - Da anni il caso di Antonio M. è seguito dalla ONG bon’t worry INGO, che ha denunciato ripetutamente quello che considera un “progressivo annientamento psicofisico del detenuto”. Prima Prato, poi Vicenza, quindi Sulmona e infine il trasferimento al carcere Pagliarelli di Palermo, avvenuto - secondo quanto denunciato dall’associazione - nella notte del 25 settembre 2025, quando Antonio M. sarebbe stato trascinato di peso e caricato su un blindato alle 3:00 del mattino contro la propria volontà. Una modalità che la ONG definisce “illegittima e incompatibile con le condizioni cliniche dell’uomo”, affetto da gravi patologie fisiche e psichiatriche, oltre che da una documentata claustrofobia. Da allora, Antonio M. è recluso al Pagliarelli dove le sue condizioni si sarebbero nuovamente aggravate.

Da mesi, infatti, i detenuti del reparto Alta Sicurezza dell’istituto hanno inviato esposti agli organi di vigilanza descrivendo un luogo dove, sostengono, il riscaldamento non verrebbe acceso da anni, celle gelide, umidità, infiltrazioni d’acqua e divieti persino sull’ingresso di indumenti più pesanti durante l’inverno. La testimonianza della figlia di Antonio M. confermerebbe tale quadro che, se confermato, sarebbe difficilmente conciliabile con qualsiasi principio di dignità: “Mio papà mi ha raccontato spesso che i vestiti puliti sono bagnati, le lenzuola sono bagnate, i materassi sono bagnati, d’inverno c’è talmente tanto freddo e umidità che escono gocce d’acqua dalle mura a causa delle infiltrazioni”. In più, “le celle fanno veramente schifo, sono piccole, una attaccata all’altra”.

A Fanpage.it la ragazza racconta anche che, all’arrivo del padre nel periodo invernale, nel Pagliarelli “mancava persino l’acqua calda”. Secondo il suo racconto, i termosifoni avrebbero “le tubature tagliate”, mentre sul fronte sanitario descrive tempi incompatibili con situazioni che richiederebbero interventi tempestivi: “Se dovesse esserci qualcosa di serio, aspettano troppo prima di risolverlo”. Inoltre, personale sanitario e infermieristico sarebbe spesso insufficiente. “Medici non ce ne sono, gli infermieri, anche se suoni, non arrivano”. 

Alle criticità strutturali si aggiungono quelle quotidiane. Le famiglie, racconta ancora la figlia, incontrerebbero enormi difficoltà perfino nell’invio dei pacchi, con forti limitazioni sull’ingresso di vestiti, coperte e beni essenziali. D’estate, invece, il problema si ribalta: “Mio padre mi dice sempre: ‘Non ce la faccio più, sto morendo di caldo: i ventilatori, che pagano a caro prezzo, non bastano”. Anche l’igiene personale sarebbe fortemente limitata. I detenuti avrebbero a disposizione un tempo ristretto per lavarsi, dovendo condividere gli spazi con molti altri ristretti. A questo si aggiungono lunghi periodi di chiusura in cella, l’assenza di attività trattamentali e di occasioni di socializzazione. La lettera collettiva visionata da Fanpage.it parla, infatti, di una totale mancanza di percorsi rieducativi: pochissimo lavoro, quasi nessuna formazione professionale e educatori presenti raramente.

Ad ampliare tale quadro, lo scorso 3 luglio Fanpage.it ha ricevuto un’ultima lettera collettiva dei detenuti del Pagliarelli all’interno della quale viene segnalata una “disastrosa situazione sanitaria”. Tra le presunte criticità elencate, “mancano farmaci e quando ci sono vengono consegnati senza blister avvolti nella carta igienica”. A volte, però, stando alle parole dei detenuti, proprio perché distribuiti con queste modalità “vengono confusi e mettono a rischio la nostra salute”. L’attesa per le visite specialistiche, poi, è “un calvario”.

Infine, per chi, come lui, proviene da altre regioni, il trasferimento in Sicilia rappresenta anche un pesante ostacolo ai rapporti familiari e al diritto di difesa. I colloqui sono difficili da organizzare, gli avvocati devono affrontare costi elevati per raggiungere Palermo e le videochiamate avverrebbero in ambienti comuni, privi di qualsiasi riservatezza. Anche per questo, la famiglia di Antonio M. ha chiesto il ricongiungimento, spiegando che il detenuto non sarebbe nemmeno assegnato definitivamente alla struttura. “Là non sta bene, non lo possiamo vedere, non lo possiamo supportare. C’è solo una videochiamata a settimana, ma cosa puoi costruire in un’ora?”, conclude la figlia a Fanpage.it. “Non ce la fanno più, li stanno distruggendo là dentro. Eppure nessuno fa niente”.