di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 8 gennaio 2015
Il "Grand hotel Ucciardone", come lo chiamavano i boss quando, per motivi di giustizia erano costretti ad "andare in villeggiatura" non esiste ormai più da molti anni. Ma adesso c'è un altro pezzo di Palermo nell'immaginario collettivo che tramonta: ed è lo spauracchio di quel vecchio carcere borbonico da sempre meta del classico "s'u purtaru", espressione dialettale utilizzata quando nelle case nottetempo bussavano polizia, carabinieri o guardia di finanza e arrestavano qualcuno.
Dal primo gennaio, il carcere dell'Ucciardone ha cambiato definitivamente il suo volto: non più casa circondariale ma casa di reclusione, il che significa che nei suoi bracci verranno ospitati solo detenuti definitivi, dunque coloro che dovranno espiare la pena, e non più gli arrestati in regime di custodia cautelare, che saranno invece destinati al carcere di Pagliarelli che ospiterà anche una sezione per detenuti definitivi.
"Quello che è sempre stato il carcere simbolo di Palermo cambierà radicalmente - spiega Maurizio Veneziano, responsabile del Dipartimento affari penali in Sicilia - grazie alla rivisitazione delle strutture penitenziarie disponibili in Sicilia, siamo finalmente riusciti a differenziare la stessa natura dei due istituti di pena di Palermo e adesso l'Ucciardone sarà votato alla filosofia del recupero del detenuto in espiazione pena con una serie di attività che verranno ospitate in una delle sezioni che stiamo ristrutturando, la quinta, dove ci saranno dalle aule di insegnamento ai laboratori professionali. E in ristrutturazione sono anche altre due sezioni, la sesta e la settima dove contiamo di ricavare altri 108 posti per ognuna e soprattutto a garantire le condizioni di una detenzione civile così come previsto dalle direttive della comunità europea".
Solo detenuti definitivi dunque all'Ucciardone, ma non "eccellenti". Nelle sezioni dello storico carcere borbonico costruito nei primi dell'Ottocento alla fine di via Enrico Albanese in un vecchio campo di cardi (in francese chardon, da cui il nome 'U ciarduni), andranno solo uomini chiamati a scontare pene per reati comuni. Niente a che vedere con gli ospiti di questa vecchia struttura che hanno segnato la storia dell'Ucciardone, i grandi boss di Cosa nostra che, alla settima sezione, ricevevano i "picciotti" nelle loro celle in vestaglia di seta e banchettavano a champagne e aragosta che i familiari facevano giungere in quantità da fuori in via Albanese numero 14, e che si facevano persino cucinare.
A Tommaso Buscetta, nella seconda metà degli anni Settanta, colazione, pranzo e cena arrivavano ogni giorno da uno dei più noti ristoranti di Palermo. Nessuno dei capi di Cosa nostra, per principio, si degnava di mangiare il "rancio del governo", troppo disonorevole. E la potenza di un boss detenuto in quegli anni si misurava anche da quello che riusciva a ottenere in carcere, dagli abiti firmati, al cibo e - si dice - ogni tanto persino delle donne.
All'Ucciardone i mafiosi "si facevano il carcere con dignità" mentre continuavano tranquillamente a gestire i loro affari e persino a regolare i loro conti in perfetta sincronia con chi stava fuori: in cella fu assassinato a colpi di padella Vincenzo Puccio mentre nelle stesse ore suo fratello Pietro veniva assassinato al cimitero dei Rotoli nel momento in cui pregava sulla tomba della madre. Non erano ancora i tempi del 41 bis e per quanto incredibile possa sembrare persino i boss latitanti riuscivano a entrare per andare a trovare gli "amici", come fece un giorno Saro Riccobono in visita all'amico Gaspare Mutolo.
Fu all'Ucciardone che i capi della Cupola brindarono a champagne alla morte di Giovanni Falcone prima e a quella di Paolo Borsellino dopo subito, prima di essere portati tutti via in una notte nelle carceri di Pianosa e dell'Asinara quando il 41 bis cancellò per sempre i fasti del "Grand Hotel Ucciardone". Adesso, con i suoi 600 detenuti comuni in regime di espiazione pena, l'Ucciardone limiterà il suo contatto con i mafiosi solo ai processi ospitati in un altro pezzo di storia di quelle mura, l'aula bunker che fu teatro del maxiprocesso a Cosa nostra.











