di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 6 ottobre 2022
Roberto Vitale e Samuele Bua, entrambi ventinovenni e con disturbi della personalità, si sono tolti la vita in cella al Pagliarelli. Il drammatico racconto dei genitori.
“L’inferno pensavo di averlo già visto quel pomeriggio del 19 luglio 1992”. Ino Vitale, ex poliziotto delle Volanti, fu uno dei primi ad arrivare in via d’Amelio dopo l’esplosione della bomba che uccise Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta.
“Invece, l’inferno dovevo ancora attraversarlo: mio figlio Roberto me lo raccontava ogni volta che andavo a trovarlo al Pagliarelli di Palermo. Era in cura psichiatrica, anche il giudice aveva detto che doveva essere trasferito in una comunità nonostante fosse stato arrestato per una tentata rapina in una parafarmacia”. Ma da maggio una comunità non si è trovata per Roberto. E lui è crollato: il 28 agosto, era solo in cella, ha fatto un cappio con le lenzuola e si è lasciato cadere giù. Roberto Vitale è morto il 15 settembre all’ospedale Civico, dopo una terribile agonia. “Aveva 29 anni - racconta il padre - e una grande gioia di vivere. Amava il mare e la pesca. Amava il suo pastore tedesco, che oggi ha 9 anni: erano inseparabili. Roberto aveva un disturbo borderline della personalità: era dolce e affettuoso, ma in certi momenti entrava in una situazione difficile, non si rendeva conto delle conseguenze”.
La prima volta, tentò una rapina nella farmacia di fronte casa del nonno per aiutare un amico che non aveva i soldi per comprare i pannolini del figlio. “Doveva pagare per quello che aveva fatto - racconta ancora il padre - ma non in quell’inferno di carcere, fra il caldo asfissiante e i compagni che non lo accettavano, per questo lo spostavano continuamente di cella”.
Chiede giustizia anche Lucia Bua, è la mamma di Samuele, un altro giovane trovato impiccato al Pagliarelli, in una cella d’isolamento. Era il maggio 2018. Pure Samuele aveva 29 anni ed era in cura per una patologia psichiatrica, gli era stata diagnosticata una schizofrenia, era finito dentro dopo una violenta lite in casa. In carcere ha resistito sei mesi. Ufficialmente, il cappio l’ha realizzato con i lacci delle scarpe: “Ma io non ci credo che si sia suicidato - sussurra la madre - non smetterò di chiedere giustizia, anche se l’indagine sembra dire altro”. Mamma Lucia lancia un appello: “Non lasciate soli i genitori dei ragazzi che entrano nella spirale del disagio. Io me ne sono accorta troppo tardi, e per tanto tempo non ho saputo cosa fare. Alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine mi dicevano addirittura che la strada giusta era quella di farlo arrestare, per i suoi atteggiamenti violenti, in modo da portarlo poi in comunità”.
Ma neanche Samuele Bua è mai arrivato in una comunità. Per la sua morte erano finiti sotto accusa due medici del carcere, perché non avrebbe colto il disagio del giovane. Però, poi, anche la procura ha chiesto l’assoluzione, “perché il fatto non sussiste”. Il giovane, poco più di un mese prima del suicidio, era stato posto in vita comune, ma sarebbe stato subito male, diceva che se non fosse stato lasciato da solo avrebbe “spaccato tutto”.
Gli imputati visitarono quindi Bua, per il quale alla fine si decise la detenzione in una cella singola. Dove rimase per 34 giorni, visitato anche da altri medici, “senza che vi fossero segnali di un possibile gesto estremo”, si sono difesi i sanitari al processo. Però quell’isolamento portò Bua alla morte. “Non doveva restare in carcere”, accusa la madre. “Aveva un gran sorriso e amava il pallone”, racconta ancora. Poi, alcune amicizie sbagliate lo avevano portato sulla strada della droga. “Questo era il vero problema che doveva essere affrontato”. Invece, quella cella d’isolamento è diventata la metafora della solitudine di un giovane che non vedeva più vie d’uscita. La stessa solitudine di Roberto.
“Per una regola non scritta in carcere - spiega Ino Vitale - quando vedono qualcuno prendere una pillola, gli altri detenuti lo allontanano. Così avevano fatto con mio figlio, che era stato costretto a cambiare tante celle”. Il 28 agosto, il giorno del suicidio, aveva parlato al telefono con i familiari. Poi, era andato nell’area socialità: “Ma all’improvviso aveva avvertito l’agente che sarebbe rientrato, perché si sentiva strano”. Poco dopo, l’hanno trovato impiccato. E non c’è stato nulla da fare”.
Non si dà pace papà Ino, una vita per le istituzioni: prima in Calabria, ai tempi della guerra di mafia, poi nel 1989 a Palermo, all’ufficio scorte. “Ho protetto anche Falcone e Borsellino”. E, ora, si fa tante domande sullo Stato che ha servito: “Avrebbe dovuto custodire mio figlio, invece me l’ha strappato per sempre”. Dice ancora Ino: “L’estate scorsa, c’era un caldo infernale al Pagliarelli. Mio figlio comprava a peso d’oro le bottigliette d’acqua che utilizzava di nascosto per rinfrescarsi. Di nascosto, perché aveva paura che lo punissero”.










