di Paola Pellai
Confidenze, 25 febbraio 2025
A Palermo, una bella iniziativa sociale insegna alle persone più fragili a realizzare abiti con ago, filo e macchina da cucire. Riparando non solo gli gli strappi dei tessuti, ma anche quelli dell’anima. Un semplice filo può ricucire il mondo: si impara alla Sartoria Sociale, nel quartiere Malaspina a Palermo. “Qui l’inclusione non si promette, si fa” spiega Rosalba Romano, assistente sociale di lunga esperienza e socia fondatrice della cooperativa sociale Al Revès, che nel luglio 2012 ha fatto nascere Sartoria Sociale, luogo che rigenera tessuti e vite umane. “Noi siamo un porto” dice Romano, “il tessuto è un ponte e la manualità ci unisce. Alla Sartoria transitano migranti, vittime di violenza, uomini e donne che hanno commesso piccoli reati o che arrivano da centri di salute mentale”. Sono i cosiddetti losers, gli sconfitti senza speranza che qui ritrovano la scintilla del futuro grazie a macchina da cucire, ago e filo. “Il punto di partenza fondamentale è che qui noi non siamo l’errore che abbiamo commesso. “Siamo tutti ex di qualcosa”, come recita il nostro slogan, siamo tutti uguali e tutti diversi, siamo persone che rispettano persone” continua la fondatrice della cooperativa.
“L’idea è nata da un viaggio in Africa dove ho visto un’infinità di banchetti con macchine da cucire affidate a improvvisati sarti e sarte. Erano gli anni in cui Palermo era invasa dai migranti, nel centro storico ne trovavi anche 30 ammassati in misere abitazioni, pronti a tutto pur di non tornare indietro. Ho pensato a quelle macchine da cucire africane e al fatto che tra i migranti a Palermo ci potesse essere qualcuno con la voglia d’imparare un lavoro artigianale. Era un filo di speranza ma, come nella trama di un tessuto, quel filo è diventato lo strumento per tessere relazioni tra persone e restituire loro valore. La maggior parte dei migranti arriva da noi sapendo usare la macchina da cucire come una motozappa. In più, conosce solo il wax, il tradizionale tessuto africano. Noi facciamo un lavoro di riqualificazione e loro acquisiscono competenze, alcuni diventano molto bravi. Penso al gambiano Kebba: molto volenteroso e ambizioso, voleva imparare bene e in fretta. Oggi è responsabile di reparto in un’azienda, si è sposato, ha una bimba ed è felice”.
Presidente della Sartoria Sociale sin dalla sua fondazione, Roseline Eguabor, nigeriana, ha 50 anni ed è giunta in Italia nel 1999 per evitare un matrimonio precoce e continuare a studiare.Al suo arrivo nel Belpaese, però, le promesse si sono concretizzate in solitudine e sfruttamento. Oggi Eguabor è mediatrice culturale. Inoltre, è diventata cittadina italiana, è mamma e si definisce “uno spirito libero pieno di idee, valori, sacrifici e con tanti sogni”. Racconta: “Al mio arrivo a Palermo ero smarrita e terrorizzata, ma decisa a ricominciare a vivere. Ho avuto la fortuna d’incontrare chi mi ha accolta e aiutata senza chiedermi del passato. Ora attraverso Sartoria Sociale provo a donare agli altri ciò che ho ricevuto: qui siamo tutti sullo stesso piano, uguali nelle nostre diversità. In questo luogo scuciamo e cuciamo tessuti. Tutto questo è una metafora: chi arriva qui con la vita svuotata, poco alla volta la riempie di nuovo”. Roseline Eguabor spiega un concetto importante: “Quando si è vittime di violenza e sfruttamento non si è liberi e non c’è possibilità di scelta. Noi proviamo a restituire la possibilità di volare. Chi vola è libero”.
Dopo gli inizi in uno sgabuzzino o poco più, dal 14 novembre 2017 Sartoria Sociale è in una sede più importante: il Comune le ha infatti consegnato un locale confiscato al boss mafioso Antonino Buscemi, pezzo grosso di Cosa Nostra a fine anni Ottanta. “Era un negozio di mobili, attività di copertura del boss. Riceverlo ci ha riempiti di orgoglio e, da subito, abbiamo fatto nostre le parole di don Ciotti all’inaugurazione: “È il noi che vince” ricorda Rosalba Romano. Infatti Sartoria è di tutti: puoi venire per farti rammendare un abito, fare un orlo ai pantaloni, cambiare una cerniera… Ciò che entra ed esce di qui dipende dal contributo di tutti. Non solo le aziende donano tessuti, ogni mercoledì c’è un via vai di gente comune che porta indumenti dismessi che Sartoria controlla, seleziona, igienizza, ripara o reinventa per poi rivendere sotto forma di shopper, giacche, camicie, pantaloni, abiti in un’esplosione di colori e culture. “Chi arriva qui vuole essere rapito dalla creatività. Al mercoledì abbiamo aperto anche all’uncinetto. Il progetto iniziale prevedeva di fare coperte per i senzatetto, poi abbiamo pensato che fosse il momento di mettere alla prova anche loro, che così adesso realizzano coperte per i bimbi delle case famiglia”.
Sin dal 2013 Sartoria Sociale è presente anche con un laboratorio nella sezione femminile del carcere palermitano Pagliarelli: le detenute vengono formate e avviate alla manifattura tessile con l’obiettivo della risocializzazione e del reinserimento lavorativo. Tra loro c’è stata Anna, 48 anni: “Sono arrivata in Sartoria nel 2018 tramite il Sert. Ci ho trascorso un anno e mezzo a contatto con una realtà molto diversa dalla mia: non ero più giudicata per i miei errori, ma ero una persona come le altre. Purtroppo la mia esistenza è stata un susseguirsi di curve e nel 2020 sono finita al Pagliarelli, il “Grand Hotel 5 stelle”, come lo definisco io. Sono uscita a maggio e Sartoria mi è stata vicina, aspettandomi. Il mio lato ribelle si è placato, ora mi piace dare il meglio di me agli altri. Sartoria mi ha insegnato a capire cos’è la libertà e a costruirci dentro un progetto di futuro. Appena io e il mio compagno avremo scontato l’intera pena, vogliamo aprire una fattoria didattica con cavalli, pecore e asinelli che sia di aiuto soprattutto ai disabili. E poi, desideriamo produrre uova bio, vino e olio. Sì, voglio invecchiare con questo lavoro tra le mani” dice Anna. Ed è così anche per Karafa, 26 anni del Gambia, che è arrivato su un barcone passando dai tormenti della Libia e da qualche guaio con la giustizia: “Basta pasticci, in Sartoria ho imparato a cucire e un metodo di vita. Ora desidero solo un lavoro regolare e farmi una famiglia”. Ed è la stessa cosa che mi racconta Serena, 57 anni, architetta, che ha riabbracciato i colori della vita nei disegni dei suoi abiti: “Qui ho ritrovato la voglia di amare me stessa e gli altri. Avevo bisogno di ricostruire la mia vita, Sartoria mi ha presa per mano fino a quando ci sono riuscita. Ecco, ormai sono anch’io ex di qualcosa”.











