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di Alessia Candito e Miriam Di Peri


La Repubblica, 30 novembre 2021

 

Minori che spacciano, rubano, si macchiano di crimini anche gravi. Ma non è emergenza, è problema strutturale. In Sicilia, la dispersione scolastica tocca il 25%. Fava: "Nessuna spinta della Regione a fare da cabina di regia dell'intervento sociale". E a Borgo Vecchio manca anche il diritto all'infanzia.

Baby pusher allo Sperone, Borgo Nuovo, allo Zen. Episodi di violenza senza senso, né obiettivo. Piccoli rapinatori, pronti a rischiare per quattro spiccioli. Stalking, ragazzine pronte a vendersi, episodi di bullismo, cyber e no. Nella cronaca di Palermo, non c'è settimana che cada giù dal calendario, senza uno o più casi di violenza che abbiano minori come protagonisti. "Emergenza" ci si affretta ciclicamente a dire. Ma, dati alla mano, è problema strutturale.

Boom di reati, nonostante il lockdown - Nel distretto del capoluogo - recita il report annuale dell'Ufficio servizio sociale per i minorenni - sono 863 i minori presi in carico dal sistema penale di settore, con 102 nuovi ingressi - il dato più alto di tutta la Sicilia, che ne conta 195 - che si aggiungono ai 761 già presenti. I procedimenti penali a carico di minori, invece, sono molti di più. Solo nell'ultimo anno - emerge dalla relazione annuale del presidente del Tribunale competente - ne sono stati aperti 2.137 e definiti 1.864.

E c'è stato il Covid19, con il periodo di socialità limitata imposto dal lockdown, a drogare al ribasso i dati. Per lo più si tratta di spaccio, furto, rapina, ma anche omicidio, in un caso portato a termine, in nove tentato, con due ragazze fra le vittime. Ma è dal comparto dei cosiddetti reati sessuali che arriva uno dei segnali più allarmanti. Nell'ultimo anno, solo a Palermo, sono stati aperti 59 fascicoli per stupro, con imputati e indagati 56 minori noti, 38 imputabili e 18 che non lo sono, perché hanno meno di quattordici anni.

E per tutti, il profilo è simile: basso livello di scolarizzazione, povertà relativa, uno o entrambi genitori detenuti o con pregiudizi penali alle spalle, disoccupati o sottoccupati. Traduzione, per chi sta in basso, l'ascensore sociale non parte mai, al massimo precipita ancora più giù, la povertà si eredita, la marginalità si ripete uguale a se stessa, così come le fallimentari strategie per dribblarla e i meccanismi che la generano.

Terreno di caccia per i clan - "Le aree di maggiore dispersione scolastica registrano i più elevati tassi di criminalità minorile" mette nero su bianco con la risoluzione dell'11 settembre 2018, il Consiglio Superiore della Magistratura. Quasi trent'anni fa, lo diceva già la commissione parlamentare antimafia, che nel 1993 in una relazione sullo stato dell'edilizia scolastica a Palermo aveva individuato l'istruzione come campo di intervento dirimente nella strategia di lotta ai clan. "La repressione è indispensabile perché la mafia è una specifica organizzazione criminale dotata di propri organismi dirigenti ed esecutivi, di reparti paramilitari e di formidabili fonti di finanziamento. Ma da sola - si leggeva in quelle carte - non raggiunge il risultato della sconfitta definitiva". Motivo? "Dove la mafia è più forte, le strutture dei poteri pubblici sono più deboli, i servizi più inefficienti, i cittadini vengono lasciati a se stessi".

Risultato, "nelle aree a dominio mafioso il cittadino è costretto ad imbattersi quotidianamente nella inefficienza del potere pubblico e nella straordinaria efficienza del potere mafioso". Trent'anni dopo però i deficit strutturali e le sacche di abbandono scolastico rimangono identiche a quelle raccontate 30 anni fa. Almeno stando agli annunci, Regione Siciliana negli ultimi tre anni ha messo sul piatto più di 40milioni di euro - 10 nel 2021, 20 nel 2020, 11 nel 2019 - e altre risorse a pioggia sono finite tra i rivoli di micro progetti e programmi come "No more neet" o il "Piano estate".

Il governo Musumeci stima di aver investito "come mai si era fatto prima - osserva l'assessore all'Istruzione Roberto Lagalla - sforzandoci di recuperare il rapporto col mondo della scuola, in passato legato soltanto a carte e protocolli". Eppure, numeri sul disagio giovanile alla mano, qualcosa deve essere andato storto. A livello regionale, il tasso di dispersione scolastica nell'Isola oscilla tra i 20 e i 25 punti percentuali. E se negli ultimi anni il lavoro portato avanti aveva fatto scendere l'asticella, la pandemia l'ha riportata in prossimità del 25%.

Per aggredire il problema, dicono gli operatori del settore, la strada obbligata è una sola: il tempo pieno nelle scuole. Peccato che il bando pilota fosse rivolto ad appena 15 scuole in tutta la regione. Solo coi 10 milioni messi in campo nel 2021 - di cui la graduatoria non è ancora stata definita - la platea si allargherà ad altri 130 istituti.

"Fra coloro che dovremo ascoltare ci sono anche gli assessori incaricati per funzione di gestire questo intervento" dice Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia all'Ars. "Di certo - sottolinea - non c'è stata la spinta della Regione per avere funzione di cabina di regia. E siamo alla vigilia di una stagione in cui un centro decisionale serve perché all'interno del Pnrr ci sono fondi che sono legati a investimenti sui processi di conoscenza, sull'età scolare, sulle possibilità di recuperare condizioni di marginalità sociale. Occorre che ci sia una capacità di progettazione" dice Claudio Fava. Con la commissione regionale antimafia che presiede ha da tempo avviato un'indagine conoscitiva sul rapporto fra abbandono scolastico e devianza, passata attraverso audizioni degli operatori direttamente nei quartieri.

I lavori sono in corso e i dati sono parziali, ma "la sensazione è che manchi un coordinamento di tutti gli attori istituzionali: dirigenti scolastici, il Comune, quindi gli assistenti sociali, la Regione, il tribunale dei minori, azienda sanitaria provinciale. È come se ciascuno procedesse senza e per tempo comunicare con gli altri". Alla fine, l'impressione principale è che "ci sia una grande solitudine, perché anche un progetto minimo, di poche migliaia di euro, si perde nella filiera burocratica e diventa nei fatti una scuola chiusa, un'attività para-didattica che non si può fare, una palestra che non viene utilizzata".

Gli interventi, tutti scaricati sul privato sociale, "che in questi quartieri spesso si sostituisce allo Stato" aggiunge. Ma non c'è progetto che possa sostituire gli assistenti sociali che non ci sono - uno per 17 scuole fra Zen e Sperone, è emerso dalle audizioni della commissione - o ridare dignità a quartieri "in cui c'è soltanto un centro commerciale e due palestre private. Parchi giochi, piscine, campi sportivi sono solo progetti lontani. L'unico concreto è la costruzione di un altro isolato di case popolari".

Ci vogliono - dice Mariangela Di Gangi - interventi urbanistici, infrastrutturali, didattici sociali, "che arrivino da direzioni diverse ma abbiano visione unica. E ci vuole continuità progettuale ma non esiste". E quando un intervento sparisce, è un intero quartiere a fare passi indietro. Soprattutto lì dove la città nasconde i suoi panni sporchi in bella vista. A tre strade dal salotto di via Libertà, dove Palermo si veste della gloria da antica capitale e vive nel farsi guardare, Borgo Vecchio non è periferia urbanistica, ma esistenziale, sociale, economica.

In tutto il quartiere, neanche un asilo. Un tempo sì, c'era, il palazzone giallo mostra i segni del tempo, ma ancora orgoglioso mostra la sua insegna. Duemila firme raccolte e depositate non sono bastate a fargli riaprire i battenti. Chi può - e non sono tanti, anzi - manda i figli ai centri privati o - sempre che li accettino - li accompagna ogni mattina in quelli vicini al Politeama. Tre isolati distanti un mondo. I più, li tengono a casa. E sono tanti. Perché a Borgo i figli si fanno e si fanno presto.

Viaggio nell'infanzia negata - A 17 anni, Marina ha già una bimba di qualche mese. Di domenica pomeriggio, la accomoda nel passeggino rosa e la porta in giro come un trofeo. Il compagno è accanto, 19 anni a stento, baffi incongrui su una faccia che ancora aspetta l'ombra della barba, il sogno di trovare il riscatto palla al piede, un'occasione sfumata con Palermo calcio popolare e la speranza di riacciuffarla in un modo o nell'altro. Per avere una speranza, tenersi lontani dai guai, non farsi inghiottire dal perimetro del quartiere. Del suo gruppo di amici è tra i pochi a non avere avuto a che fare con il girone infernale del circuito penale minorile.

"Se la bambina è bella, è tutto merito della madre" lo apostrofa con fare da donna matura la compagna-ragazzina, si mostra dura e risoluta. Ma è più recita per gli astanti che reale condizione. "Con quelli nuovi del doposcuola siamo quasi venuti alle mani, mi hanno cacciata. A me - sbraita - che ci sto da dieci anni. E non vado più". Non che ci andasse per studiare. In quartiere, i più non vanno oltre la licenza media, spesso concessa più per anzianità fra i banchi, che per merito. "Un ragazzo ha imparato a leggere e scrivere solo perché doveva firmare un contratto con una squadra di calcio e si vergognava a farlo con una X" dice Christian "Picciotto". Rapper, educatore, attivista, a Borgo Vecchio ci ha passato quasi dieci anni con un progetto targato "Per esempio", co-finanziato dalla fondazione We world.

I "suoi" ragazzi li ha visti crescere, inciampare, finire in galera, uscire, pentirsi, provare a rigare dritto, cascare di nuovo. Ha raccolto cocci quando necessario, ma soprattutto ha cercato di evitare di averne da raccattare. Attorno ad un campetto di calcio, insieme altri operatori del Centro React (prima Frequenza 200) ha costruito una rete di salvataggio. Poi, a settembre, dopo dieci anni il progetto è finito, le fondazioni si sono arenate e gli enti pubblici hanno latitato. Il manto sintetico verde del campetto steso dal Comune, è sdrucito, squarciato. Come il gruppo di ragazzini che lì sono cresciuti, imparando che anche a calcetto la palla si passa e non si tiene perché l'importante è la squadra e non il singolo, che per poter giocare bisogna prima studiare, che è inutile presentarsi all'allenamento se si latita a scuola.

Per i più, l'ex Federico II, con le sue serrande tenute su con lo spago, il cancello arrugginito, l'immondizia che presidia l'ingresso. Formalmente fa parte dell'istituto comprensivo Politeama, "ma ci siamo solo noi studenti di serie B" dice Davide. Quando nell'ottobre scorso, causa restrizioni Covid, la preside ha proposto ai genitori del plesso Politeama di spostare due classi al Borgo c'è stata una mezza rivoluzione. La scuola elementare che sta lì davanti, non se la passa certo meglio.

A Borgo Vecchio si studia per strada e le materie non sono certo quelle curriculari. "Qui non è che te la devi andare a cercare, qui la vivi, qui è così" dice la pancia del quartiere. Ed è facile farsi trascinare o inciampare in certe dinamiche - spiegano tutti, ragazzini dai 9 ai 20 - in un posto in cui piccole e grandi illegalità, lette e raccontate come necessarie a volte anche per mangiare, sono normalità e non eccezione. "Posso dire che mio padre - dice Simone - non mi ha mai fatto mancare nulla". Ora è in carcere e ne avrà per dieci anni. "Per il Covid non lo vedo da due anni, ma forse a dicembre ce la facciamo. Magari ce la fa a venire anche mia madre, è ai domiciliari". Diciannove anni, una figlia in arrivo e un programma di messa alla prova da completare, Simone dal mondo di spaccio, furti e piccoli crimini dice di essersi sempre voluto tenere lontano.

Troppi parenti - zii, cugini, genitori - finiti dietro le sbarre. Un familiare, un tempo affiliato con ruolo di rango in una famiglia che ha pesato e pesa, oggi pentito. Alla fine però ci è caduto anche lui e con accuse pesanti. "73 e 74" dice. Sta per traffico e spaccio, ma per esperienza c'è chi in quartiere snocciola articoli del codice penale come un legale.

Nel circuito carcerario non ci è entrato, è stato ammesso alla "messa alla prova" e a tutta la trafila di tirocini di lavoro, studio, colloqui regolari con l'assistente sociale. Inizialmente, parte del programma lo aveva seguito all'interno dei laboratori gestiti dall'associazione "Per esempio". Circa due mesi, dice Christian Picciotto, "poi ci siamo resi conto che non potevamo prenderci questa responsabilità perché non eravamo certi che il progetto continuasse". E ci ha visto lungo. "Adesso l'assistente sociale mi chiede di andare a fare i colloqui al Malaspina - dice Simone - minaccia di segnalarlo al giudice se non rispetto l'orario, ma io lavoro, devo mettere da parte i soldi per mia figlia". E per andare via da Borgo. "Qui la situazione peggiora sempre di più. Un sacco di ragazzini in cerca di gloria, troppo nervosismo, si scatta per un nonnulla, troppa droga, troppa rabbia sedata male" registra Simone. E allora tocca scappare. Anche perché "io nell'ultimo anno sono andato a rivedere su YouTube tutti i processi a Totò Riina, ai vecchi. Mi interessava, volevo capire bene. E serve, perché poi ci pensi due volte prima di fare qualcosa" dice con l'amarezza di chi a vent'anni è già un sopravvissuto.

Non per tutti è così. A Borgo, in tanti il carcere lo mettono in conto. "Anzi - dice Simone - ci sono pure quelli che ne vanno vanto". Per alcuni, è una sorta di perverso rito di passaggio. In piazza, Filippo porta la sua maglia dell'Ipm quasi come una bandiera. "La vedi?" dice e volta la schiena a mostrarla, come un trofeo. Vent'anni appena, gli ultimi cinque, dentro e fuori dal minorile. Fuori da due settimane, è tornato a Borgo. Con l'intenzione di rimanerci e tenersi fuori dai guai, dice. "Con il Covid me la sono vista brutta, i primi venti giorni sono stato in isolamento - racconta - stavo impazzendo". Poi la quadra l'ha trovata, ha smesso di creare problemi anche dentro, ha preso la licenza media, lavorato, fatto corsi.

"C'è stata una piccola rivolta, io mi sono chiuso dentro la cella, non volevo guai e che slittasse la liberazione". Strategie di chi con la liturgia del carcere ha dimestichezza e già sa fare i conti con procedimenti chiusi e quelli ancora aperti. Adesso lo aspetta un tirocinio. "Pasticcere, mi piace" assicura. Ma quando viene chiamato in piazzetta a discutere con "i grandi" gonfia il petto, birra in mano, si sente già uno di loro.

"E chissà come finisce" commentano gli amici, un sorriso rassegnato e amaro, di chi forse ragazzino non è mai stato. O forse sì, quando con gli altri rincorreva un pallone su un campetto che insieme avevano imparato a curare, dopo averlo strappato all'abbandono. E carcere o no, non ce n'è uno che non chieda "mister, facciamo una partita?". Ma quel progetto, quel campetto, quel lavoro al momento non esiste più.