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Redattore Sociale, 10 aprile 2020


La testimonianza di Stefania, giovane moglie di un detenuto del Pagliarelli che, a sua volta, ha scritto una lettera aperta nei giorni della protesta in carcere. "Dopo quei fatti, la situazione è migliorata. Ma non ci voleva il Coronavirus per parlarne".

La persona detenuta fa i conti con un sistema giudiziario molto lento, che lo distrugge a poco a poco dal punto di vista psico-fisico insieme alla sua famiglia. Perché nel 2020 ancora non ci sono le condizioni di vita per garantire la dignità al recluso? A domandarlo con forza è Stefania, 42 anni, giovane moglie di un detenuto del carcere Pagliarelli. La sua riflessione emerge insieme a quella del marito che invece, in occasione delle recenti proteste nelle carceri, ha scritto una lettera.

"C'è stata in carcere una buona parte di detenuti che, dopo le restrizioni per il Coronavirus, hanno fatto una protesta silenziosa e civile.

Dopo queste, la situazione è migliorata: adesso viene distribuita la candeggina, nella spesa i detenuti possono acquistare l'igienizzante per le mani e la polizia è munita di mascherine e guanti - racconta Stefania, madre di due figli -. Inoltre, non essendoci più i colloqui con noi familiari, si possono fare a giorni alterni telefonate di 10 minuti e video chiamate che possono durare anche un massimo di 30 minuti. I problemi da affrontare, però, non sono solo questi. Occorre rivedere tutto il sistema giudiziario e tutelare soprattutto la dignità del detenuto. Non ci voleva il Coronavirus per parlarne".

"Mio marito non ha ancora una pena definitiva ed è, da più di due anni, in custodia cautelare - continua rammaricata la donna. Ci sono moltissime persone tenute in custodia cautelare per un tempo troppo lungo. Questo è solo un sistema che distrugge a poco a poco la persona, rovinando pure le famiglie. In Italia, la persona viene presa e reclusa anche se deve naturalmente essere considerata colpevole fino a prova contraria.

Il detenuto passa anni dentro un processo. Possibilmente poi, dopo 4 anni, si risolve l'iter processuale con la sentenza che ti dice che sei innocente. Ma è giusto fare passare così tanto tempo senza avere prove certe sui fatti concreti? I processi dovrebbero essere più rapidi e giusti se basati su prove certe e non solo su presunzioni di colpevolezza. Quante sono state le persone che poi dopo una sentenza di assoluzione hanno chiesto un risarcimento del danno?

Il nostro Paese è purtroppo pieno di questi casi. In questo modo a perderci è lo Stato perché poi deve risarcire chi, nel frattempo, ha sofferto fisicamente e psicologicamente, perdendo anni significativi della sua vita".

Per la famiglia di Stefania l'arresto del marito è stato un fulmine a ciel sereno. "È facile dire 'chi sbaglia deve pagarè, anch'io lo dicevo! Poi la vita ti mette alla prova e capisci che prima di giudicare e di parlare devi riflettere e provare ad indossare i panni dell'altro. Solo così cambia la prospettiva.

Le condizioni di vita della persona detenuta devono essere dignitose. Il sovraffollamento genera tanti problemi. Il detenuto non può fare la doccia ogni giorno, manca l'acqua calda e non ci sono i riscaldamenti. Inoltre ci sono condizioni igieniche a volte preoccupanti se si immagina che in carcere stanno chiusi come sardine. Chi ha problemi di salute non viene curato in maniera rapida ma deve aspettare mesi. Si interviene, purtroppo, solo quando la persona peggiora".

"Nella nostra famiglia, prima che fossimo catapultati in questa drammatica situazione, ignoravamo il mondo carcerario - continua ancora nel suo racconto Stefania. Per noi è stata una batosta fortissima, che ho dovuto gestire anche come madre di due figli in crescita. Prima che ci accadesse questo ricordo che, quando da ragazza vedevo in TV Marco Pannella che faceva gli scioperi della fame per i diritti dei detenuti, mi sembrava esagerato.

Quando mio marito è stato portato via da casa, ho maturato, solo a poco a poco, l'accaduto. Con grande forza d'animo sono stata a fianco dei miei figli che ho cercato di confortare per renderli più sereni. Ripeto sempre ai miei figli che non possiamo perdere la fiducia nella giustizia che cercherà di fare la giusta chiarezza per riuscire a farci sperare, prima o poi, in un futuro diverso. Ho avuto e ho i miei momenti di sconforto ma so che prima o poi questa situazione si supererà. Cerco sempre di essere forte e attiva anche nei confronti di mio marito che al pensiero di vedermi soffrire si amareggia. Anche a lui cerco di dare coraggio".

La donna punta il dito anche su altri problemi del sistema carcerario. "Il tempo del carcere dovrebbe essere riabilitativo ed educativo non certo devastante per chi entra e ne esce a volte peggio di prima. Alcuni infatti purtroppo si incattiviscono. Poi ci sono i magistrati che devono gestire un carico di lavoro enorme, perché il sistema è troppo pesante. Chi ha compiuto reati gravi dovrebbe avere processi più veloci. Poi ci sono anche coloro che per piccoli reati dovrebbero avere misure alternative. Mi chiedo anche come si può mettere insieme chi ha compiuto omicidi da chi ha compiuto reati economici". "Tutto nella vita ha un senso e credo che, dopo che tutto questo passerà, potrei pensare anche di impegnarmi per i diritti dei detenuti - conclude infine la donna.

Ci sono famiglie che andrebbero per esempio aiutate e prese in carico dai servizi sociali. Non occorre certo costruire nuove carceri. Dentro il carcere la persona non deve sopravvivere per le necessità primarie ma deve essere aiutata a ritornare a vivere e a credere in un futuro diverso dentro la società. Se si lavora bene sul piano dei diritti a beneficiarne sarà tutta la società".

"(...) Scrivo questa lettera a nome mio e di tutti i detenuti del Pagliarelli e non solo, per far sapere il più possibile in quali condizioni siamo costretti a vivere da anni dentro queste mura, a causa di un sistema giudiziario e penitenziario obsoleto e contorto allo stesso tempo - scrive nella lettera il marito di Stefania.

Da qualche giorno stiamo protestando in maniera pacifica, tramite sciopero della fame e battitura delle grate, sperando che qualcuno, lì fuori, ascolti il nostro grido di sofferenza perché non è giusto che in un paese civile e sviluppato, così come si definisce il nostro, siamo costretti a vivere come sardine in scatola a causa del sovraffollamento; abbiamo carenze igieniche e sanitarie allarmanti; non è giusto che ci venga negato il diritto a fare una doccia giornaliera a causa di persistenti problemi tecnici.

Non è giusto che per parlare con un dirigente del penitenziario si debbano fare trafile infinite sempre che ti ascoltino; non è giusto che si debbano aspettare tempi biblici per avere una visita medica specialistica. Allora ci chiediamo se bisognava aspettare una pandemia per portare alla ribalta i diversi problemi che ci sono all'interno delle carceri in Italia; ci chiediamo qual è il concetto di giustizia che hanno i governanti e se hanno mai considerato che noi detenuti siamo esseri umani con le nostre paure e debolezze e soprattutto con i nostri errori. Spero che chi di dovere capisca che noi reclusi abbiamo il diritto di vivere all'interno degli istituti di pena e non di sopravvivere".