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di Rita Cantalino

valori.it, 18 maggio 2026

Dai biscotti di Cotti in Fragranza ai Jail Career Day, la cooperativa Rigenerazioni accompagna detenuti ed ex detenuti nel mondo del lavoro. Quando parliamo di persone che attraversano percorsi di detenzione e poi ne escono, siamo abituati a pensare che abbiano diritto a una seconda possibilità. È una convinzione rassicurante. Sa di riscatto e benevolenza. Ci fa sentire migliori. Ma è anche banale e, spesso, poco ancorata alla realtà. Lo dice chiaramente Nadia Lodato, che da vent’anni lavora con le carceri di Palermo. Chi finisce in cella, mi ha spiegato, spesso proviene da quartieri ad alto rischio di marginalità.

Posti in cui i diritti fondamentali - come quello alla casa, alla salute, all’istruzione, al lavoro - sono del tutto assenti. “Queste persone non hanno bisogno di una seconda possibilità, perché molto spesso non hanno mai avuto nemmeno la prima”, ha concluso con serenità. Questa è la storia di una cooperativa che da dieci anni lavora alla costruzione di prime possibilità. È la storia di Rigenerazioni.

La fragilità del lavoro in una terra complessa - Per capire l’impatto di un’esperienza come quella di Rigenerazioni, bisogna guardare ai dati del territorio in cui opera. La Sicilia e Palermo si trovano costantemente ai vertici delle classifiche per il lavoro irregolare e nero. In un contesto dove trovare un’occupazione dignitosa è già una sfida per chiunque, se hai un precedente penale le porte in faccia si possono diventare in muri insormontabili. È qui che nel 2016 hanno iniziato il loro lavoro, grazie alla Fondazione Don Calabria per il Sociale. Tutto è cominciato all’interno del carcere minorile Malaspina con Cotti in Fragranza, un laboratorio dolciario che è diventato un esperimento di intelligenza collettiva.

Se non li gusti, non li puoi giudicare - Cotti in Fragranza nasce da una scommessa. Nessuna delle operatrici che doveva occuparsene aveva idea di come si gestisse un’azienda. “Abbiamo trasformato lo svantaggio in vantaggio. Siamo partite dall’idea di una gestione che coinvolgesse tutte le persone, uscendo dai ruoli di operatrice, detenuto, chef o formatore”. Lo svantaggio è diventato un metodo pedagogico: hanno invitato esperti di marketing, comunicazione e bilancio a dare lezioni collettive, rivolte a tutti.

“È stato interessante - racconta - perché di solito progetti di questo tipo non lavorano con una governance partecipata. I ragazzi sono solo quelli che materialmente producono i biscotti o altro cibo. In questo modo invece sono stati protagonisti di ogni passaggio”. Hanno scelto tutto insieme. Il nome dei biscotti, “Cotti in fragranza”. Il payoff, “Se non li gusti, non li puoi giudicare”. I canali di vendita, i bilanci. Hanno operato come una startup reale che vuole commerciare prodotti di qualità, non soltanto dall’elevato valore sociale. 

Il successo è stato tale da esondare oltre le mura del carcere minorile e perfino oltre i confini della città. Nel 2018 è nato il secondo nucleo produttivo in un’ex infermeria dei Cappuccini del 1600, di fronte alla Cattedrale di Palermo. Qui ha aperto Al Fresco Giardino Pizza Bistrot, uno spazio non solo gastronomico ma culturale affacciato sul quartiere Albergheria. Mentre la cucina produce pasti per i senza dimora della città, il locale ospita laboratori per bambini e mostre fotografiche. Poi è arrivata Casa San Francesco Rooms, una struttura per la ricezione turistica. In questi luoghi lavorano quasi esclusivamente persone in esecuzione di pena esterna o appena uscite dal carcere. Oggi Cotti in Fragranza ha aperto un nuovo nucleo operativo a Casal di Principe, all’interno di un bene confiscato alla criminalità organizzata.

Il lavoro di Rigenerazioni è innanzitutto di alfabetizzazione civile. Passare dal lavoro irregolare a quello in regola, riporta Nadia, non è scontato. È anche accaduto che qualcuno, inizialmente, abbia rifiutato un contratto per non perdere i sussidi di assistenza immediati, ragionando esclusivamente sul “qui e ora”. Per questo la cooperativa svolge una vera e propria formazione sulla legalità contrattuale, spiegando cosa significa avere un lavoro regolare, essere retribuiti quando si è fermi per malattia, ricevere assegni familiari, avere un’assicurazione contro gli infortuni, poter accedere alla disoccupazione una volta terminato il contratto. È una pedagogia dei diritti che serve a far capire che il lavoro regolare non è un limite, ma la prima vera forma di protezione e libertà che abbiano mai sperimentato.

I servizi della cooperativa, per quanto utili, non bastano ad assorbire la domanda di lavoro. Dal 2021, quindi, Rigenerazioni ha iniziato a lavorare per connettere il sistema carcerario, quello imprenditoriale e la comunità. Prima attraverso Svolta all’Albergheria e poi attraverso il progetto nazionale Jail to Job, la cooperativa coordina oggi attività in sette carceri tra la Sicilia e la Campania, collaborando con L’Arcolaio a Siracusa e Le Lazzarelle a Napoli. Uno dei momenti più innovativi di questo percorso sono i Jail Career Day dedicati a persone detenute o inserite in percorsi alternativi alla detenzione. Succede proprio come nelle università. Le aziende (oltre trecento quelle coinvolte finora) incontrano i ragazzi profilati per i colloqui. I numeri mostrano un impatto notevole: 500 persone profilate e 54 assunzioni dirette. Anche perché per le aziende assumere un detenuto comporta un vantaggio economico (grazie agli sgravi fiscali) e, sottolinea Nadia, professionale: “Il livello di gratitudine è altissimo, e quindi anche il livello di performance lavorativa è molto alto”. 

Accorciare le distanze, dentro e fuori dal carcere - Il carcere, mi ha spiegato Nadia, fa spesso implodere le relazioni. Il supporto deve essere a 360 gradi. Dall’aiuto scolastico per i figli rimasti a casa all’intervento sulle situazioni familiari critiche come la mancanza di alloggio. “Spesso ci sono persone a doppia diagnosi: non hanno una casa e hanno problemi di dipendenze patologiche, di depressione, di ansia, di contenimento della rabbia. Cerchiamo di lavorare a stretto contatto anche con altre realtà, associazioni che ci aiutino a prendere in carico il nucleo familiare”. Al di là dei numeri, l’impatto del piano relazionale può cambiare davvero la vita di una persona. “Da vent’anni - racconta Nadia - do il mio numero di telefono a tutti i detenuti che incontro. Anche se non li conosco”. Non ha un telefono di servizio e uno personale, specifica. Mette solo in chiaro le cose: possono scriverle dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 16:00. Nessuno ha mai trasgredito. “Hanno bisogno di una prospettiva concreta, immediata, quando escono. Di sapere che possono cercare qualcuno. Quel qualcuno sono io”. Questo, spiega, riduce di molto le distanze. “Quando mi incontrano, metto subito in chiaro che farò il possibile per aiutarli a trovare lavoro ma che, oggi, non posso averne certezza. Sicuramente, però, cominciano un percorso con noi che li toglie dalla solitudine e dalla fragilità”. 

Ritrovare il proprio diritto alla cittadinanza - Quando ho chiesto a Nadia perché quella di Rigenerazioni sia una storia dal futuro, la sua risposta sapeva tanto di prima possibilità. “Lo siamo perché spero in un futuro in cui le persone abbiano la possibilità di vivere felici senza dover passare dall’esperienza traumatica del carcere”. È una storia che parla di una sicurezza che non si costruisce con le sbarre e i muri. E ne parla e la offre a chi, nelle strutture detentive, ci vive. Perché possa ritrovare, alla sua uscita, un diritto alla cittadinanza che prescinde dal posto in cui sei nato o dagli errori che hai commesso.