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di Ludovico Collo

La Repubblica, 30 ottobre 2022

“In qualche modo dovrò pur mangiare, no?”. Palermo, una delle tante periferie esistenziali della città. Lì è nato Luca e lì è tornato quando ha finito di scontare una condanna per furto. Tutta, fino all’ultimo, perché casa non ne ha e un luogo in cui scontare i domiciliari non l’ha trovato. Appena uscito, neanche un lavoro. Sussidi come il reddito di cittadinanza, zero. Quando può rimedia una giornata, a nero ovviamente, per lo più si arrangia. “In galera non voglio tornare, ma chi lo prende uno come me?”. Con buona pace della funzione rieducativa della pena sancita persino in Costituzione, per molti di quelli che il carcere se lo lasciano alle spalle, la porta della società rimane chiusa. E ci ricascano.

“Per gli ex detenuti c’è una percentuale di recidiva entro i cinque anni dal fine pena che ruota attorno al 60 per cento”, spiega Daniela De Robert, del collegio del Garante nazionale per i detenuti. “I casi di reinserimento positivo sono pochissimi - dice fra sconforto e rabbia Pino Apprendi, presidente della sezione siciliana di Antigone - anche perché in carcere mancano quasi totalmente i percorsi qualificanti”.

E il più delle volte, chi finisce dentro e ci rimane non ha neanche gli strumenti per percorrere quelli di base. Secondo gli ultimi dati disponibili, fra i detenuti di cui è stato rilevato il titolo di studio il 5% è analfabeta, il 17% ha la licenza elementare, il 57% quella media inferiore, il 16% quella media superiore. Soltanto il 2% ha un diploma professionale e un altro 2% una laurea. Percentuali che in Sicilia si traducono in 57 laureati appena, 450 diplomati, più 49 con diploma professionale, 2364 persone che a stento hanno finito le medie, 765 andati solo alle elementari, 76 senza titolo di studio, 94 dichiaratamente analfabeti, neanche in grado di scrivere il proprio nome. E non sono tutti stranieri.

“In carcere finisce spesso chi fuori non ha avuto opportunità e dentro - sintetizza Apprendi - continua a non averne”. Perché la scuola (spesso) c’è, ma i percorsi sono accidentati, la scelta limitata, le risorse e il personale nelle sovraffollate carceri italiane pure. E lo stesso - se non di più - vale per la formazione lavoro. Dei 222 corsi professionali attivati in Italia, solo 19 sono in Sicilia e a stento coinvolgono circa duecento detenuti. In corsi di cucina e ristorazione per lo più. “Quanti pizzaioli dobbiamo formare? - sbuffa De Robert - E poi, possibile che per le donne l’unico percorso previsto sia quello “beauty”, che forma estetiste e parrucchiere? È impensabile immaginare uno sbocco lavorativo oggi senza passare da un’alfabetizzazione informatica”. Ma in tutta Italia sono solo sei i corsi al riguardo. Traduzione, il mondo reale alle porte del carcere non bussa. Soprattutto per quel che riguarda il lavoro.

Dei 19.935 detenuti impiegati, solo 440 sono in Sicilia. E di questi solo dodici lo fanno all’esterno. Eppure serve. Non solo per garantire un reddito. “Una persona che non ha mai lavorato o frequentato la scuola con continuità - spiega De Robert - quando viene impiegata per soggetti estranei all’amministrazione penitenziaria non solo ha l’occasione di formarsi, ma anche di imparare che ci sono non solo diritti ma anche doveri, che ci si presenta a orario e si rispettano i turni. Il tempo è quello del mondo reale, non del carcere”.

La stragrande maggioranza dei detenuti però anche per lavorare dall’istituto non esce. Viene impiegata in cucina, nella manutenzione ordinaria, come porta-vitto o addetto alla persona. Percorsi non professionalizzanti, che quando la detenzione finisce e la porta dell’istituto di pena si chiude alle loro spalle, in mano lasciano a stento - e neanche sempre - qualche risparmio.

“Gli esempi positivi ci sono, certo. Ma dopo più di trentacinque anni di professione -sottolinea Rita Barbera, per anni direttrice delle carceri palermitane Pagliarelli e Ucciardone, - devo ammettere che ma la funzione rieducativa della pena in Italia non esiste”. E il problema è di sistema. “Il carcere - spiega - ha senso solo per reati gravissimi, per altri sono necessarie misure alternative che abbiano valore pedagogico”. Sempre che ci sia il tempo di costruirlo: oltre 1500 persone sono dentro per pene inferiori a un anno. “E per loro, il tempo della detenzione è solo tempo sottratto alla vita”.