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di Alessia Candito

La Repubblica, 29 luglio 2024

Nella sezione 9 dell’Ucciardone. Viaggio nella sezione dei “puniti”, degli indisciplinati, dei sottoposti a sorveglianza speciale o isolamento, di chi protesta o si fa del male. “Voglio solo avere la possibilità di curarmi, mi sta consumando”. Davide - come per gli altri nome di fantasia, storia verissima - scollina da poco i vent’anni. Ha una grave forma di psoriasi, sulle sue braccia trasformate in piaga, le terapie normali non funzionano. “È una torcia umana”, dice chi lo ha incontrato. Ma, conferma persino una nota che il direttore ha inviato all’assessorato siciliano alla Sanità, non ci sono dermatologi, oncologi, cardiologi o pneumologi per i detenuti dell’Ucciardone di Palermo. L’oculista è disponibile quattro ore a settimana, gli psichiatri poco di più. Le 500 persone che lì stanno rinchiuse possono solo aspettare, sperando che la lista d’attesa negli ospedali pubblici sia più veloce del male che li consuma, che i nervi tengano mentre la paura sale, che frustrazione, rabbia e disperazione non abbiano la meglio.

Dietro le sbarre c’è chi ha patologie importanti, come Luciano. Sieropositivo, con un linfoma e un enfisema polmonare - 8 mesi già fatti, 4 anni da scontare - aspetta che la sua domanda di trasferimento in un carcere dotato di un centro medico venga valutata. Francesco, cardiopatico e diabetico, nell’attesa si è spento. Davide non è riuscito a pazientare, ha dato in escandescenze, è finito alla Nove. La sezione dei “puniti”, degli indisciplinati, dei sottoposti a sorveglianza speciale o isolamento, di chi protesta o si fa del male. Ci stanno in 51, nelle scorse settimane, in quattro erano in sciopero della fame, della sete, delle terapie o di tutte e tre. Ma ci sono voluti quindici giorni e due ispezioni perché la notizia arrivasse al Tribunale di sorveglianza.

Eppure Feisal, pur di farsi ascoltare, si era persino cucito la bocca con il fil di ferro. Per settimane ha rifiutato cibo, spiegazioni e rassicurazioni di chi lo ha incontrato. “Fatemi lavorare”, la richiesta che ha affidato a un compagno di cella, unico canale di comunicazione con il mondo. “Quella sezione va chiusa. È un ghetto nel ghetto”, dice il Garante cittadino per i diritti dei detenuti, Pino Apprendi. Se ne discuterà martedì, quando all’Ucciardone arriverà l’avvocato Mario Serio, del Collegio nazionale dei garanti. Nel frattempo, alla Nove si può solo aspettare che il tempo passi. Sperare di capitare in una cella in cui ci sia una porta a chiudere il bagno, che sia uno vero, non una turca. “In alcune è un cubicolo di un metro quadrato dove neanche ci si entra seduti”, dice Apprendi. Sono tutte microscopiche, eppure spesso ci si sta in tre. I 4 metri quadri di spazio minimo che la legge prevede per ogni detenuto sono illusione. Come la funzione rieducativa della pena.

“Per favore, mi chiami per nome, qui nessuno lo fa”, ha detto Paolo a chi in carcere lo ha incontrato. Da quando la madre anziana non ha più le forze per affrontare il viaggio da Mazara del Vallo, è solo. “Mi basterebbe parlare con qualcuno un’ora al giorno”. A differenza della stragrande maggioranza dei detenuti della Nove, non è un ragazzino, ha cinquant’anni e molti li ha passati dentro. Avrebbe voluto seguire i corsi universitari che fuori non ha mai potuto permettersi. Ma per lui, niente borse di studio. Nel tempo vuoto della detenzione senza progetto, con una depressione clinica diagnosticata ad appena diciott’anni, per quattro volte ha provato a togliersi la vita. Ed è finito alla sezione nove. Per venti giorni ha rifiutato il cibo. “Esco fra un mese - mormora - se non trovo niente, mi impicco”.

Dietro le sbarre la paura del dopo è sindrome comune. Soprattutto fra chi per anni non ha potuto fare altro che consumare a larghi passi la cella. “Quando li abbiamo incontrati - dice la consigliera regionale Pd Valentina Chinnici, che insieme al collega di Sud chiama Nord Ismaele La Vardera ha effettuato un’ispezione - ci ha stupito che fossero informati su attualità, politica nazionale, regionale. Poi ci hanno spiegato che per la maggior parte del tempo possono solo guardare la tv”. Oppure misurare avanti indietro per quattro ore al giorno un cortile di meno di 40 metri quadri pieno di sterpaglie e rifiuti, con a disposizione solo una turca senza neanche acqua.

Che è poca ovunque in carcere, quindi una doccia al giorno a tutti deve bastare, anche nell’estate torrida siciliana, con l’Ucciardone che diventa forno in cui anche le pareti sono roventi. “Abbiamo chiesto all’Assemblea regionale di stanziare una piccola somma per comprare dei ventilatori”, dice La Vardera. Una toppa su una voragine. Perché all’Ucciardone manca tutto: progetti, educatori, mediatori e psicologi a sufficienza. Opportunità, per chi ci finisce. “Mio nonno rubava, mio padre pure, mi è sembrato normale fare lo stesso - racconta Luca -. Ho sbagliato, sto pagando. Ma senza un’alternativa, cos’altro potrò fare quando uscirò?”. E non c’è risposta che il sistema dia alla sua domanda.