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di Fabrizio Rostelli

Il Manifesto, 22 marzo 2025

I ficus secolari sono ancora lì a scandire il tempo, o forse ad ignorarlo. Un gatto nero annoiato si stiracchia all’ingresso della lavanderia e poi scappa spaventato dal rumore dei carrelli. Attraversiamo il cortile interno passando accanto alle sezioni V (dove oggi si trova il polo didattico) e VI e arriviamo nell’area verde del carcere, una zona fino a poco tempo fa abbandonata. Il vociare aumenta dietro i finestroni con le sbarre e il giardino inizia a popolarsi di detenuti, tra abbracci e sigarette accese. La mattinata sarà un momento di condivisione e l’occasione per presentare le opere realizzate dai detenuti di Spazio Acrobazie, il laboratorio produttivo e di riqualificazione attraverso la mediazione artistica. Torno all’Ucciardone dopo quasi 5 anni e il progetto si è ramificato ed esteso anche materialmente, all’esterno nella città. Partita nel 2019 da un laboratorio di arte contemporanea, curato dall’artista Loredana Longo all’interno dell’istituto penitenziario palermitano, la sperimentazione negli anni ha trovato nuovi spazi, nuove connessioni e anche nuovi protagonisti. Il programma prevede: lezioni di arte contemporanea in carcere, laboratori settimanali con artisti e figure del mondo dell’arte, della giustizia e del sociale, visite guidate nei luoghi culturali, mostre e rassegne di cinema in carcere, incontri sul diritto attraverso le arti visive.

Spazio Acrobazie - “Spazio Acrobazie raccoglie l’eredità dell’Arte della Libertà, che era un progetto destinato all’Ucciardone e che coinvolgeva circa 15 detenuti e una piccola rete di partner - mi spiega Elisa Fulco (ass. Acrobazie), ideatrice e co-curatrice del progetto insieme ad Antonio Leone (ass. Ruber.Contemporanea) - e si pone l’obiettivo di generare cambiamento sociale riqualificando spazi e relazioni attraverso l’arte contemporanea. Abbiamo sviluppato ulteriormente la formula del workshop con l’artista e oggi lavoriamo su tre target differenti: l’Ucciardone con i detenuti con pena definitiva, il carcere minorile Malaspina e l’esecuzione penale esterna. I destinatari del progetto non sono solo le persone detenute ma il gruppo misto che collabora durante i workshop, io le chiamo le famiglie organizzative. La nostra idea è che attraverso la pratica artistica si possano aggregare istituzioni e persone differenti. Siamo riusciti a far sedere al tavolo dell’arte la sanità, il mondo della ricerca, il Terzo settore, l’accademia, la rete dei musei, il carcere, con l’idea di generare, attraverso questi percorsi artistici orizzontali, un nuovo modo di co-progettare mettendo insieme bisogni e desideri. La pratica artistica funziona perché non ha un approccio giudicante e non c’è nessuna vocazione terapeutica. Le persone sono invitate a progettare e a fare arte insieme con obiettivi che cambiano di volta in volta in base al progetto”.

Arte in carcere - L’installazione luminosa “Volare per una farfalla non è una scelta” di L. Longo è la prima opera d’arte ad essere entrata in carcere nel 2021 ed ora si trova nella sala colloqui interna. “Out of Stock” è invece il nome del murale realizzato nel 2023 sul muro che circonda l’area verde dall’artista Paolo Gonzato, in collaborazione con il gruppo composto da persone detenute, operatori socio-sanitari, operatori culturali e docenti universitari. Sullo sfondo figure geometriche colorate, nel giardino invece uno scivolo, dei giochi per bambini, due sgabelli con dei nani e inaspettatamente due container in ferro, trasformati in moduli abitabili.

“Guardati intorno - mi dice Alla con un accento nordafricano - ti dimentichi di stare in carcere. Abbiamo acceso una candela in una casa buia e l’abbiamo illuminata”. Alla è uno dei 30 detenuti della Casa di Reclusione Calogero Di Bona - Ucciardone che ha partecipato per circa due anni ai laboratori di Spazio Acrobazie. Il percorso di co-progettazione ha portato alla riqualificazione dell’area verde e alla realizzazione, grazie all’intervento dell’artista Flavio Favelli, di due container che saranno utilizzati per i colloqui tra detenuti e familiari. “Ci troviamo in un container, come quelli che vedete nei porti - continua Alla - abbiamo trasformato un oggetto apparentemente insignificante in un luogo di abbracci, di bellezza, di creatività, di arte. Questa luce abbraccia i detenuti, i loro familiari e gli operatori, è una cosa meravigliosa. Durante il biennio abbiamo realizzato diverse opere d’arte: il container, il murale, i collage e alcune di queste sono arrivate all’esterno del carcere. Raggiungere l’esterno da un posto così doloroso è una grande soddisfazione. Inoltre, con dei docenti universitari, affrontiamo temi di grande attualità che qui dentro sembrano temi intoccabili; c’è uno scambio di opinioni ed è straordinario. Si è creato un gruppo molto forte, non vediamo l’ora di incontrarci”. Seguendo questa prospettiva, la mostra dell’artista Marzia Migliora dal titolo Minuto Mantenimento, che si terrà dal 21 marzo al 25 maggio a Palazzo Abatellis a Palermo, rappresenta un ponte tra la popolazione carceraria e la comunità esterna. L’esposizione presenta per la prima volta un ciclo di opere inedite, frutto degli incontri e dello scambio con il gruppo dell’esecuzione penale esterna: 30 disegni di progetto raccolti nel Quaderno 58, Minuto Mantenimento. L’artista ha raccolto e tradotto le parole e le immagini emerse durante i workshop. L’installazione Minuto Mantenimento racconta della funzione sociale del lavoro come fattore comune tra persone provenienti da storie di vita differenti, in cui il carcere, la pena scontata nei servizi sociali, lasciano il posto al recupero dei sogni di quando si era bambini.

Voci dal container - Se da fuori i container potrebbero apparire come due corpi estranei in quel contesto, entrando ci si trova di fronte a due stanze ben arredate e luminose. Favelli mi racconta com’è nata l’idea: “A me è stato chiesto di rinnovare questo giardino, che era un po’ trascurato, perché il direttore pensava si potesse usare per i colloqui con i familiari dei detenuti. Visto che non si poteva costruire nulla, ho pensato che la cosa più semplice poteva essere portare qui un container. Ne abbiamo presi due. Il container è un oggetto che dà precarietà, si usano per le grandi emergenze, e anche qui siamo in emergenza in un certo senso. Abbiamo aperto delle asole con un fabbro e aprire dei grandi buchi in un oggetto che è sempre chiuso è già un’operazione che dà una visione differente. Li ho dipinti insieme ai detenuti con questo motivo bianco e nero che genera un effetto ottico. Poi c’era l’esigenza di stare un po’ comodi, quindi abbiamo messo delle finestre e realizzato degli arredi. All’interno sono stati appesi dei disegni e dei collage fatti da loro a partire dalle illustrazioni della storica rivista Sicilia. Ora è diventato un posto abbastanza confortevole e il progetto ha dato l’energia per rivitalizzare anche il giardino”. Salvatore e Michele mi spiegano il valore del progetto nella quotidianità di chi vive il carcere: “Quando facciamo i colloqui di persona l’intimità è un po’ limitata, magari si ritrovano 6, 7 famiglie nella stessa stanza e non bisogna disturbarsi a vicenda.

Questi container invece danno una parvenza di libertà perché ci permettono di parlare serenamente con i nostri familiari, mentre i nostri figli giocano nel giardino. È un progetto futuristico”. “Era un po’ di tempo che non incontravo i detenuti e ho visto dei grandi sorrisi spontanei - continua Favelli - questo mi sembra l’aspetto più importante. La questione delle carceri in Italia non è semplice, in questo caso mi ha stupito la tranquillità e il clima di collaborazione che ho trovato, non ci sono state mai frizioni. I curatori conoscevano il mio lavoro ma è stato un percorso artistico libero, non c’era una meta. Quando si invita un artista i progetti devono essere liberi, poi accade quello che accade. La spontaneità e l’eccezionalità credo siano due grandi virtù, anche perché in un ambiente di costrizione come questo non possiamo essere noi a porre degli obiettivi”.

Nessuno di salva da solo - Ciò che mi aveva sorpreso della sperimentazione dell’Arte della Libertà erano stati i legami interpersonali che si erano instaurati tra i partecipanti e l’umanità che attraversava l’intero gruppo. Tutti elementi che continuano a caratterizzare il progetto e che si percepiscono anche dalla gestualità e dagli sguardi che accompagnano la giornata. “Durante gli incontri si crea una sorta di sospensione dei ruoli che ci permette di lavorare sul senso di comunità” mi avevano raccontato i protagonisti qualche anno fa. Anche la prassi di uscire dal carcere per visitare musei e mostre si è rafforzata in questi anni. Roberto mi confessa sorridendo: “Non ho mai avuto voglia di andare a scuola, qui ho scoperto tante cose nuove come l’arte, la pittura, l’architettura. Mi sono messo in gioco e ne sono fiero. Sono tra le persone che escono in permesso grazie al progetto, andiamo a visitare delle mostre anche con le nostre famiglie. Questo mi permette di ampliare la mia cultura ma soprattutto di dimostrare ai miei familiari che le persone possono cambiare”.

“Non avrei mai creduto di conoscere degli artisti e di poter creare una struttura del genere ma ci siamo riusciti - mi racconta soddisfatto Maurizio - Come può aiutarci questo progetto per il futuro? Concretamente non lo so ancora ma ci ha liberato la mente”. Michele mi spiega che per lui “l’arte prima era un tabù ma ora penso che sia anche pazzia perché puoi esprimere con un oggetto o un disegno tutto ciò che ti rappresenta interiormente. Ciò che è importante è quanto metti di te stesso in quello che fai”. Secondo il direttore del carcere Fabio Prestopino: “Il valore aggiunto di Spazio Acrobazie è sicuramente quello di aprire la mente di chi vi ha partecipato e di chi fruirà di questo spazio. Quando i detenuti lavorano in gruppo riescono a superare ogni presunta differenza o qualsiasi astio. Progetti del genere devono essere poi accompagnati da percorsi di inserimento lavorativo. Speriamo che le aziende e il tessuto sociale rispondano anche su questo aspetto. La recidiva infatti non viene originata dal carcere ma dalle condizioni culturali, sociali ed economiche delle persone che in carcere vi finiscono. Ci vuole concretezza e questo vuol dire creare occasioni di formazione, lavorative e anche abitative”.

Fulco sottolinea come “il fatto che i detenuti possano incontrare e confrontarsi su un piano umano e alla pari con assistenti sociali, o referenti dell’azienda sanitaria è un valore prezioso perché permette loro di acquisire informazioni e competenze che non hanno a che fare solo con l’arte ma con la capacità di stare nel mondo e di gestire quei rapporti quando si troveranno all’esterno. Chi è contaminato da Spazio Acrobazie è chiamato ad innovare le istituzioni, i servizi, l’accademia. È come stare dentro una complessità di saperi che ha bisogno di cambiamento, più che mai è valida la frase ‘nessuno si salva da solo’”. Il tempo a disposizione scorre inesorabile e Ramzi, all’inizio un po’ in disparte, mi chiede se può farmi ascoltare una canzone rap che ha scritto per il progetto. Si esibisce con una cadenza tunisino-palermitana circondato dal gruppo, poi mi mostra il suo quaderno con canzoni e disegni dedicati alla figlia, all’amore, alla libertà. “Sono solo dentro una cella, penso alla vita fuori che è troppo bella. Guardo la luna e vedo una stella, viaggio con la mente e un cuore sorridente, lacrime che escono come un colpo di corrente. Silenzio che non mente, libertà che non si vende…”.

L’arte messa alla prova - Il giorno precedente (21 febbraio) si è tenuto a Palermo, presso il Palazzo Branciforte, una giornata studio dal titolo “L’arte come messa alla prova” che ha visto la partecipazione di istituzioni, docenti universitari, assistenti sociali, operatori sanitari, artisti e referenti del Terzo settore. “Abbiamo provato a riflettere sull’analogia - ha commentato Fulco - tra la possibilità di scontare la pena nei servizi sociali e l’arte, come mediazione, che esce dai suoi contenitori abituali come i musei, le gallerie, gli spazi d’artista, per inserirsi nel reale e nel sociale. È un nuovo modo di pensare la pena, non più come punizione ma come riconciliazione. L’obiettivo del progetto è tenere in tensione la cultura e il welfare”. All’evento è intervenuta anche Maria Concetta Di Natale, presidente della Fondazione Sicilia e partner di Spazio Acrobazie: “Questo è un progetto che entra nel carcere per dare un messaggio all’esterno. Dobbiamo pensare al futuro di queste persone e dargli un’opportunità perché probabilmente non ne hanno mai avuta una nella loro vita”. Secondo Stefano Consiglio, presidente di Fondazione Con Il Sud, altro partner del progetto: “Usiamo l’arte come strumento di ricostruzione di legami e di coesione sociale, è uno degli strumenti che troviamo sempre in qualunque processo di rigenerazione sociale che ha avuto successo”. La giornata si è conclusa con una proposta alla politica: la creazione di un tavolo intersettoriale permanente che sviluppi le buone pratiche a partire dall’esperienza e dalla rete costruita in questi anni dal progetto Spazio Acrobazie.

Pallone rosanero - Tra i numerosi workshop realizzati con i detenuti tra il 2022 e il 2024, una menzione speciale se l’è aggiudicata il lavoro del duo artistico Genuardi/Ruta che ha ideato, insieme ai ragazzi dell’Istituto Penale per minorenni di Palermo Malaspina, la grafica del pallone di calcio adottato e distribuito dal Palermo Football Club. “Per noi è stata la prima esperienza all’interno di un istituto penale, è stata una sfida - mi hanno raccontato i giovani artisti palermitani - In questi contesti spesso è difficile immaginare una strada diversa da percorrere ma l’arte e la cultura riescono sempre a creare dei luoghi dell’abitare, anche in carcere. Il pallone è la prima idea che ci è venuta in mente incontrando i ragazzi perché ciò che li univa più di ogni altra cosa era la passione per il calcio. Abbiamo lavorato in gruppo coinvolgendo anche gli operatori e la polizia penitenziaria. Siamo partiti dai disegni realizzati dai detenuti per arrivare poi alla proposta che il Palermo calcio ha accettato, trasformandola nel pallone ufficiale”.

Un appello al ministro - All’Ucciardone il tempo per le visite è scaduto e come sempre la linea di demarcazione è tra chi resta e chi può andare via. Mi trattengo qualche minuto a dialogare con Alla, a cui lo attendono altri 20 anni di carcere dopo i 10 già scontati. Pensieri e parole che volano molto più in alto delle mura di cinta del carcere. “La mia è una storia particolare - mi racconta - non voglio entrare nei dettagli, ho cercato sempre di vivere il carcere come un’opportunità, forse sono l’unico pazzo al mondo che ha questa idea. Ho fatto tanti progetti in carcere ma questo mi ha sorpreso per la sua versatilità; è un progetto largo ed inclusivo che mette insieme l’arte e la cultura. Tramite questo percorso siamo alla scoperta di noi stessi e vogliamo dare un segnale di partecipazione anche al di fuori di qui. Oggi l’arte contemporanea è diventata uno strumento di lotta e io credo nella cultura come il più grande strumento di inclusività e legalità. Il mio suggerimento è che il Ministro della Giustizia prenda questo progetto come modello da portare in tutte le carceri italiane. Dovrebbero studiarlo, vedere gli aspetti positivi e le criticità e utilizzarlo come esempio. Come dice qualcuno: la cultura ci salverà”.