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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 25 febbraio 2026

Il Tribunale di Palermo riconosce un risarcimento di 700 mila euro per la famiglia di Samuele Bua, detenuto tossicodipendente e schizofrenico di 28 anni che, dopo vari tentativi, si è tolto la vita nel 2018 in una cella di isolamento. Dopo le due condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo e gli high-level talks con il ministro Nordio pretesi dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa riguardo il problema mai risolto dell’alto numero di suicidi in carcere, della mancanza di accesso alle cure psichiatriche per i detenuti e della carenza strutturale di posti nelle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza destinate ai folli-rei, arriva un’altra sentenza contro lo Stato italiano.

Il Tribunale civile di Palermo ha infatti riconosciuto un risarcimento di 700 mila euro alla famiglia di Samuele Bua, un giovane di 29 anni che nel 2018 si suicidò in una cella di isolamento del carcere Pagliarelli. Un gesto largamente annunciato, come hanno riconosciuto i giudici palermitani. Per il Tribunale, lo Stato italiano è colpevole di non aver sorvegliato abbastanza e di non aver evitato il suicidio di un giovane che doveva essere curato o che forse semplicemente non doveva restare in carcere.

“Samuele era schizofrenico e tossicodipendente, in attesa di giudizio per maltrattamenti ai danni di sua madre e di sua sorella. Comportamenti non rari, in questi casi. Il giovane aveva tentato più volte il suicidio”, riferisce il Garante dei detenuti di Palermo, Pino Apprendi, ricordando gli ultimi giorni di Bua. “Durante i colloqui aveva manifestato alla madre l’intenzione di suicidarsi, prima con una lametta poi con del detersivo. E lei ogni volta era riuscita ad avvisare il personale e a salvarlo. Fu posto in isolamento dove fu trattenuto, anche perché il ragazzo si rifiutava di tornare nella sua cella dove diceva di aver ricevuto attenzioni sessuali da parte di altri detenuti. Lo trovarono impiccato con i lacci delle scarpe. Lacci che non avrebbe dovuto avere e che di solito non usava, secondo sua madre. Vennero indagati i due medici che pure avevano chiesto il trasferimento di Samuele in una Rems perché fosse curato. I medici vennero prosciolti e nessun altro venne indagato. In teoria avrebbe dovuto essere controllato a vista, non sappiamo cosa avvenne realmente però”.

“In Sicilia - conclude Pino Apprendi, ex deputato dem e membro di Antigone - a fronte di migliaia di casi di detenuti con problemi di salute mentale esistono soltanto due Rems con un centinaio di posti”. È del 5 dicembre scorso, la lettera con cui il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano di comunicare entro il 30 settembre prossimo le nuove misure adottate per garantire la salute mentale dei detenuti e per ampliare la rete delle Rems. Da allora, nessun passo avanti.