sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Sergio Troisi


La Repubblica, 1 marzo 2020

 

Una lunga striscia di stoffa attraversa gli ambienti dei depositi dei pegni di Palazzo Branciforte, si innalza e ridiscende come un anelito ogni volta frustrato e ogni volta rinnovato; le strisce che la compongono recano scritte parole che raccontano il sentimento e l'idea della libertà, e questo reticolo serpentinato ("Il buco nella rete", è il titolo) proietta la sua griglia sul fitto ordito delle scaffalature dove venivano custoditi i poveri pegni di corredi e masserizie.

Accoglie così il visitatore "L'arte della libertà", la mostra (a cura di Elisa Fulco e Antonio Leone, sino al 29 marzo) che mette in scena gli esiti di un workshop lungo un anno che Loredana Longo ha tenuto con detenuti e operatori dell'Ucciardone su tracce e segni che sono di tutti e che nella detenzione si caricano di significati diversi e talvolta imprevedibili: cos'è la libertà, ovviamente, ma anche che significano dentro e fuori, che direzione e il camminare, come contiamo il tempo o misuriamo lo spazio.

Temi e modalità operative particolarmente congeniali all'artista siciliana, da sempre attenta a indagare le dinamiche sociali di spazi, oggetti e linguaggi. Ma anche un lavoro (sostenuto dalla Fondazione Sicilia, dalla Fondazione per il Sud e in collaborazione con l'Asp di Palermo) che si immagina difficile, e dai risultati non scontati, a cui le sale dei depositi offrono non tanto una ambientazione congeniale ma un vero e proprio moltiplicatore di senso: come istituendo un parallelismo e un possibile ribaltamento di opportunità tra lo spazio di controllo del carcere borbonico e il dispositivo di custodia sociale a cui indirettamente assolveva il Monte di Pietà.

In entrambi i casi gli attori sono i corpi, i loro movimenti e le loro tracce fisiche e mentali che il workshop ha elaborato in quattro video in un bianco e nero appena sgranato e un po' sporco proiettati tra le scaffalature sugli schermi già attraversati dai segni di grafite, e sono i momenti forse più potenti della mostra.

In "Avanti e indietro" due schiere di detenuti avanzano l'una verso l'altra e subito indietreggiano, lasciando impresse sulla tela le lettere incise sui tacchi e sulle suole; ne "Il tempo del tempo libero" le tracce sono quelle delle passeggiate durante l'ora d'aria, in diagonale o a ghirigori o anche circolari come nella celebre "Ronda dei carcerati" dipinta da Van Gogh.

Ne "Il muro di carne" un cerchio di persone ne trattiene a spinta all'interno altre bendate, con un passo al ralenti che non attenua e anzi accentua la violenza del contatto; e ne "La mappa dell'abitudine" due coppie di detenuti di continuo si sovrappongono mutando posizione. Qui la ripresa è dall'alto: noi, al contrario, lo vediamo dal basso, lo schermo appeso sopra le nostre teste, con un moto del collo e degli occhi che raddoppia la torsione dello sguardo.

Tutt'intorno, i disegni con cui i detenuti hanno riproposto lo spazio reale o immaginario delle loro celle; uno di loro ha apposto accanto al nome di battesimo il titolo, tutto in maiuscolo, di Utopia. C'è ancora dell'altro, in questi ambienti insieme così spogli e così carichi.

Una tenda-calendario per esempio, fatta da altre strisce di stoffa su cui i partecipanti hanno iscritto il loro conteggio del tempo, con le iniziali dei giorni della settimana, con le visite di un parente o ancora con la ripetizione alternata di segni elementari, e si tratta di una tenda ("Il tempo che rimane") che non si attraversa né si apre, e i cui elementi semmai si accarezzano o si fanno scorrere tra le dita, come con la pioggia o i grani di un rosario.

E c'è, infine, anche una grande scritta al neon, rosso fuoco, che recita "Volare per una farfalla non è una scelta", ed è stata scelta dai partecipanti all'inizio workshop dopo una discussione che sarà stata intensa e satura di implicazioni su cosa significhi volare via, e verso dove. La scritta è stata stampata su delle magliette, il neon sarà installato all'Ucciardone.