di Alessia Candito
La Repubblica, 25 aprile 2024
Mancano mezzi e uomini per garantire che la pena abbia funzione rieducativa. “Politica e istituzioni mute”, denuncia il Garante cittadino. “Gli istituti di pena sono usati come discariche sociali”, tuona il presidente siciliano di Antigone. Di carcere si muore. Troppo, se è vero che dall’inizio dell’anno sono già tre i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri dell’isola. Ecco perché in tanti hanno risposto all’appello del Garante delle persone private della libertà personale, di Palermo Pino Apprendi, che oggi ha chiamato tutti ad un sit-in di fronte al nuovo tribunale. “C’è troppo silenzio da parte di politica e istituzioni - dice - Il suicidio in carcere non è un fatto episodico e personale, ma un modo di riprendersi la libertà da un sistema che continua a concepire il carcere solamente come un fatto punitivo e non con finalità di rieducazione”.
Cartelli scritti a pennarello rosso chiedono “più psicologi, più ascolti”, “pene alternative”, “lavoro e salute”, lanciano un appello “toglieteci la libertà, non la dignità”. Li reggono avvocati, attivisti, familiari di chi in carcere si è tolto la vita. E le presenze ci sono: Camera penale, Ordine degli avvocati, associazioni e comitati che si occupano di detenuti, familiari di chi in carcere si è tolto la vita. A tutti il presidente del Tribunale, Piergiorgio Morosini ha voluto dare un segnale di attenzione, con un breve incontro in piazza. Ai manifestanti ha assicurato che anche fra nella magistratura c’è attenzione su temi e problemi segnalati e che si sta lavorando per risolvere i problemi. Il problema - annoso - è che a mancare sono mezzi e uomini.
“Quello che un po’ spiace - dice Giorgio Bisagna, noto penalista e presidente siciliano di Antigone, guardando la piazza - è che ci siano solo persone del ‘settore’”. In fondo però - riflette - è anche una conferma di quello che è il carcere oggi: “una discarica sociale, un modo di nascondere la polvere sotto il tappeto, di cui nessuno vuole parlare”. Sovraffollate, nella maggior parte dei casi vecchie e fatiscenti, le carceri italiane sono un archivio di tanti fallimenti della società.
A ben guardare infatti, rivela “Nodo alla gola”, l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, ad affollare gli istituti di pena in Italia non sono certo solo pericolosi boss: i detenuti per mafia in Italia sono circa 8mila su una popolazione carceraria di circa 31mila persone. Dietro le sbarre - raccontano i numeri - ci finiscono soprattutto responsabili di reati contro il patrimonio o violazioni delle leggi sugli stupefacenti. “E nella maggior parte dei casi non si tratta certo di grandi traffici”, osservano dai comitati.
Oltre 1.500 persone in tutta Italia sono dentro per violazione della legge sull’immigrazione clandestina. E proprio gli stranieri sono cartina tornasole del fallimento del sistema carcere. Sono il 31,3% del totale della popolazione detenuta, ma per lo più finiscono dentro per reati bagatellari: il 44,26% di loro ha da scontare meno di un anno di carcere. “Segno tra le altre cose del loro minore accesso alle misure alternative alla detenzione rispetto agli italiani”, segnalano da Antigone. Molto spesso, sono quelli che pagano a più caro prezzo le difficoltà della detenzione. Dei 33 casi di suicidio accertati da inizio anno, 14 riguardano stranieri.
“C’è un filo rosso che lega il problema dei suicidi con quello del trattamento del disagio psichiatrico in carcere - denuncia l’avvocato Bisagna - Per patologie di questo genere, abbiamo numeri altissimi di detenuti in terapia farmacologica”. Almeno l’80 per cento, secondo le ultime stime informali “ed è tema che va approfondito, perché viene il dubbio che venga affrontata attraverso il ricorso ai farmaci una questione che in realtà ha a che fare con il disagio e la lesione della dignità umana che spesso il carcere comporta”, avverte il presidente siciliano di Antigone.
Un’emergenza ormai che si continua ad affrontare con armi spuntate. L’assistenza è scaricata sulle spalle del servizio di igiene mentale dell’azienda sanitaria provinciale, che si deve dividere fra mille emergenze. E strutture dedicate, non ce ne sono. In tutta la Sicilia, le Rems sono solo due. “A parte rari casi, il detenuto con disagio psichiatrico che non venga dichiarato incapace di intendere e di volere resta in carcere - denuncia Bisagna - Negli istituti ci sono sezioni specializzate, ma sono insufficienti sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo”.











