di Chantal Meloni
Corriere della Sera, 24 maggio 2025
Le offensive di Israele: quante vite avrebbero potuto essere risparmiate in Cisgiordania e a Gaza se adeguati meccanismi giuridici fossero stati avviati per tempo? Da un paio di settimane, quasi all’unisono, autorevoli voci hanno iniziato a pronunciare parole finora proibite nel dibattito pubblico su Israele. A livello internazionale, sono comparsi editoriali - anche su media mainstream - e hanno trovato più spazio commenti che definiscono genocidio quello in corso a Gaza. Anche molti politici in diversi contesti si sono espressi utilizzando termini di una nettezza sinora inaudita. Lo stesso è avvenuto in Italia, sui giornali, nelle televisioni, alla radio, nelle aule della politica e in eventi culturali vari. A seguito di quanto avvenuto mercoledì a Jenin, quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco in concomitanza con il passaggio di una delegazione di diplomatici europei, le prime pagine erano tutte su questo e le dichiarazioni di condanna sono state unanimi.
In ogni caso è chiaro che questi giorni segnano un cambio di passo; alle parole si sono affiancate alcune prime iniziative concrete, non solo politiche ma anche giuridiche. A livello europeo è stato finalmente deciso l’avvio della revisione dell’accordo di associazione con Israele, sebbene con il voto contrario del nostro paese (come pure della Germania e di pochi altri), e iniziative simili sono state annunciate da singoli governi, tra cui quello inglese, per la sospensione dell’analogo accordo di libero scambio con Israele. In Spagna, il Parlamento ha passato una legge che blocca l’export di armi a Israele. Ancora in Gran Bretagna, dove la pressione dell’opinione pubblica si sta facendo sentire forse più forte che altrove, sono state varate sanzioni nei confronti di singoli coloni, tra cui l’ormai nota Daniella Weiss, che compare nel recente documentario della Bbc “The Settlers”, che ha scioccato tanti per la sfacciataggine con cui, davanti alla telecamera, spiega i loro piani illegali per conquistare una terra che loro non appartiene.
Ma soprattutto, nelle sedi ufficiali, è stata da più parti evocata l’urgenza del riconoscimento dello Stato palestinese. Dovremmo rallegrarci di questo cambio di passo apparente - e non manchiamo certo di farlo. Al contempo, è grande la frustrazione e l’amarezza, è palpabile la disillusione e l’indignazione di fronte al ritardo con cui si assiste a questi timidi passi; 19 mesi dopo, quando Gaza è completamente distrutta, la popolazione intrappolata e ridotta alla fame e con un bilancio indicibile di morti e feriti, bruciati, mutilati, in massima parte civili, tra cui oltre 20.000 bambini già morti e 14.000 che si stima possano morire di fame in queste ore. Senza dimenticare la situazione in Cisgiordania, dove solo in questi mesi, sono migliaia i Palestinesi uccisi, feriti o cacciati dalle loro case per fare spazio alle colonie, che avanzano a ritmo incessante in un territorio illegalmente occupato, come è stato dichiarato dalla Corte internazionale di giustizia (Cig) il 19 luglio 2024.
Non possiamo eludere la domanda: quante vite avrebbero potuto essere risparmiate se adeguati meccanismi giuridici fossero stati avviati per tempo? Non intendo 19 mesi fa; intendo anni, lustri, decenni fa. Già venti anni fa, del resto, la situazione era chiara e ampiamente documentata in decine di rapporti di organizzazioni indipendenti, tra cui varie agenzie dell’Onu, ove si dettagliava la negazione dei diritti umani di un intero popolo - a Gaza come in Cisgiordania - e un regime di apartheid de facto, ossia di oppressione sistematica e istituzionalizzata. È del 2004 il fondamentale parere consultivo della Cig che dichiarava la illegalità del muro di separazione, rimasto lettera morta. Sono del 2009, 2012, 2014, 2018, 2021 alcune delle più nette conclusioni scritte da Commissioni di indagine istituite dall’Onu, che chiedevano il ricorso urgente ai meccanismi di giustizia internazionale, compresa la Corte penale internazionale (Cpi), per i responsabili dei crimini (crimini di guerra e contro l’umanità) commessi nel corso di successive operazioni militari a Gaza. Solo a novembre 2024 si è giunti alla emissione di mandati di arresto da parte della Cpi, rimasti finora ineseguiti, attaccati e sminuiti da troppi leader politici, anche europei, anche italiani.
Allora ricordiamoci che il conto delle vittime deve includere non solo quelle degli ultimi 19 mesi, ma anche quelle causate da tutte le offensive precedenti, incluse le vittime civili da parte israeliana, incluse ovviamente le vittime del 7 ottobre: avrebbe forse potuto essere diverso se i principi del diritto fossero stati riaffermati senza ambiguità, se i meccanismi di esecuzione della giustizia, che sono in mano agli Stati, fossero stati attivati prontamente?











