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di Davide Dionisi


L'Osservatore Romano, 25 ottobre 2019

 

È partito dal penitenziario il pellegrinaggio dell'icona della Misericordia. "Le nostre mani sono quelle che abbiamo voluto raffigurare su questa croce. Sono le mani di Gesù che abbracciano e che rivolgono un messaggio di speranza a tutti i nostri fratelli che soffrono in carcere. Ci auguriamo che anche loro, attraverso la croce, possano fuggire dalla morte certa e tornare alla vita. Proprio come abbiamo fatto noi".

Pasquale è uno dei collaboratori di giustizia, detenuto nella casa di reclusione di Paliano, che ha realizzato la Croce della misericordia, l'icona benedetta da Papa Francesco lo scorso 14 settembre in occasione dell'udienza concessa alla Polizia penitenziaria, al personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità in piazza San Pietro. Una croce pellegrina che toccherà gli istituti di pena italiani e che ha iniziato il suo cammino nel luogo in cui è stata pensata e realizzata. Paliano, appunto.

L'antica fortezza della famiglia Colonna, in provincia di Frosinone, è davvero un luogo speciale se si pensa che già un'altra croce qualche anno fa aveva varcato le sue imponenti mura (quella delle Giornate mondiali della gioventù) e che il 13 aprile 2017 Papa Francesco scelse proprio questo carcere per celebrare la Messa in Cena Domini. Paliano, dunque, carcere dove un'altra reclusione è possibile. Partendo, come si è detto, dalla Croce.

"Iniziare il pellegrinaggio in un istituto storico dove sono detenuti solo collaboratori di giustizia con pene molto lunghe è andare oltre il preconcetto. Qui ci sono comunque persone che soffrono" spiega la direttrice, Anna Angeletti. L'iniziativa, promossa dall'ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffele Grimaldi, è stata interpretata come uno dei pochi mezzi per non troncare del tutto i legami con il mondo che sta fuori e non perdere la dignità e il rapporto con se stessi. Una dimostrazione che il lavoro dei detenuti si sposa con la riabilitazione e non con lo sfruttamento, e che si può tornare a vivere anche testimoniando il passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato a un'accettazione dell'essere, inaspettatamente e imprevedibilmente, artista e artigiano. Realizzare icone diventa così una terapia che consente di ritrovare agganci con un mondo separato.

Ne è convinta Luigia Aragozzini, volontaria della Comunità di Sant'Egidio, che a Paliano coordina il laboratorio artigianale e che ha guidato i ragazzi nella fase di preparazione e dell'esecuzione dell'opera. "Il laboratorio è nato in modo casuale. I detenuti avevano già una falegnameria. A loro avevo chiesto tempo fa di preparare alcune tavole da dipingere. La riposta è stata inattesa: "Noi ti diamo quanto ci hai chiesto, ma vogliamo imparare a realizzare queste opere". Da lì è nata la nostra attività e abbiamo realizzato diversi pezzi, uno dei quali lo abbiamo donato a Papa Francesco quando è venuto a trovarci".

Luigia conosce i sentimenti di chi vive in questo moderno lazzaretto e interpreta il ruolo del volontario partendo da una diversa angolatura. Sa bene che il suo lavoro quotidiano è cambiato negli anni e che l'attenzione si è spostata su difficoltà personali che derivano dal contesto sociale di provenienza. E le sue iniziative diventano il luogo nel quale la persona può ritrovare quelle lacune che si porta dietro sin dall'infanzia.

È un lavoro difficile e complesso che tende a rivalutare l'uomo o la donna che hanno sbagliato anche attraverso un riavvicinamento alla cultura e, nello specifico, all'arte. "L'icona raffigura Cristo crocifisso, ma è un Cristo trionfante perché già risorto. Con i suoi occhi, il suo sguardo e le sue braccia, abbraccia tutti noi. Siamo tutti uguali di fronte alla croce: volontari, detenuti, gente di passaggio, agenti penitenziari" continua Aragozzini.

"Abbiamo riportato scene quotidiane dei nostri amici, gli affetti familiari, la sofferenza, i figli lontani dai loro genitori, una donna che esce dal carcere con il suo bambino. E poi ancora detenuti che pregano, parenti e amici che si abbracciano nonostante le sbarre segnino il confine tra la libertà e la prigionia. E c'è persino un detenuto africano, perché i detenuti di Paliano partecipano all'iniziativa per liberare i detenuti in Africa".

L'obiettivo dei ragazzi è ambizioso: far conoscere a tutti le sfumature della sofferenza per dire che esiste un disagio che punge il cuore del detenuto, la solitudine, e che questo disagio va superato facendo rete, coinvolgendo chi è fuori, aprendo a un progetto di community care. Ovvero a un tipo di assistenza che non sia solo tecnico funzionale, ma concorra a risolvere la solitudine esistenziale e sociale, offrendo sostegno psicologico e consentendo un ampio margine di autonomia a chi è stato privato della libertà. Non facendo leva solo sulla rete formale (istituzioni), ma anche su quella informale, che si avvale del supporto particolare del volontariato e integri la famiglia o la sostituisca quando è scomparsa.

Ma andiamo ai dettagli dell'opera. Le immagini dipinte richiamano l'attenzione su alcuni episodi biblici: la liberazione di Pietro e di Paolo dalle prigioni, il buon ladrone e i protettori, San Basilide (patrono della Polizia penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (patrono dei cappellani delle carceri). Sul fondo della Croce immagini di bambini con le loro madri in carcere. "Questa raffigurazione vuole rappresentare il desiderio, affinché le tante madri con i loro piccoli possano scontare in luoghi alternativi al carcere la loro pena, in modo che, ai loro figli, loro malgrado, non venga tolta la speranza" riprende don Grimaldi.

L'uomo contemporaneo è molto meno capace di sopportare la solitudine in una società che lo rende paradossalmente più solo. Figuriamoci in carcere, dove gli affetti rappresentano il legame mentale ed emotivo che unisce una persona alle altre e sono anche ciò che tiene assieme diverse parti e aspetti della persona dotandola di coerenza e di senso. E la fede in questo contesto fa la differenza. "L'elemento religioso in carcere è fondamentale per chi crede, perché nel momento in cui un detenuto decide di collaborare avvia una revisione critica del proprio passato. Se non ci fosse il supporto della fede, diventerebbe tutto più difficile" sostiene il commissario della casa di reclusione, Valentina Corda.

Prima di salutare i ragazzi veniamo fermati da Francesco, un altro rappresentante dell'equipe: "Tengo a sottolineare che lavoro alle tavole da quattro anni. Non so dipingere, ma preparo i legni grazie a una tecnica molto antica che ho appreso in carcere. Lavorare per la realizzazione di queste opere d'arte mi fa sentire libero. Penso sempre che sto facendo qualcosa di buono e così allontano i fantasmi del passato. Mi impegno al massimo perché so che di fronte a quel legno tante persone andranno a pregare e questo mi fa sentire in pace con me stesso". Il segno della Croce.