di Simona Musco
Il Dubbio, 2 settembre 2026
Nordio invia gli ispettori a Torino. Meloni contro il giudice: “Le leggi ci sono, ma così è difficile”. Ecco cosa dicono gli atti. Una tredicenne palpeggiata tre volte, un arresto durato 48 ore, un giudice finito nel mirino della politica. E come sempre tutti ignorano la cosa fondamentale: gli atti. Nel codice penale, l’articolo 609-bis non identifica la violenza sessuale soltanto con la penetrazione. La giurisprudenza ricomprende nella nozione di “atti sessuali” anche condotte come i palpeggiamenti, quando costituiscano un’intrusione nella sfera sessuale della vittima. E la violenza è aggravata se la vittima è minore di 14 anni. La spiegazione è d’obbligo per un motivo preciso: quella subita da una 13enne a Torino per mano di un uomo del Bangladesh, che le ha toccato il seno nel suo mini market, è a tutti gli effetti una violenza sessuale.
Ma il modo in cui la vicenda è stata raccontata ci dice qualcosa non solo della minimizzazione della cultura dello stupro, ma anche del modo in cui la stessa viene sfruttata al contrario, con una modalità narrativa che rischia di produrre un effetto da clickbait. Leggendo l’articolo della Stampa è evidente che l’autrice fosse in possesso dell’ordinanza con la quale il gip ha deciso di tramutare la misura cautelare in carcere, dopo 48 ore, in obbligo di firma.
Il sunto fatto dal quotidiano è questo: l’uomo si è dimostrato dispiaciuto e tanto è bastato per scarcerarlo. Il pezzo si dilunga descrivendo i particolari della vicenda: le dichiarazioni della vittima, scioccata al punto tale da rimanere paralizzata sul marciapiede, quelle della madre, quelle dell’indagato e la precedente molestia ad un’altra cliente, 40 minuti prima. Ma in nessuna parte dell’articolo si capisce cosa sia davvero accaduto alla 13enne. Agli atti risulta questo: “Lui mi abbracciava e mi palpava tre volte il seno e mi diceva “molto buono”; da quel momento ero molto disgustata, prendevo le mie cose e uscivo dal negozio di corsa”. La ragazzina si è poi definita “disgustata”, nauseata e sotto shock, tanto che “mi sono come bloccata e non riuscivo più a muovermi”.
La prima parte della questione viene raccontata così dalla Stampa: “L’ha violentata in mezzo agli scaffali”. Tecnicamente è vero. Ma per un lettore che non abbia accesso agli atti, politici compresi, “violentata” può evocare una dinamica molto diversa da quella concretamente contestata. La precisione non è una forma di minimizzazione della violenza. È una forma di rispetto per la vittima e per i fatti. Raccontare una violenza non significa necessariamente renderla più scioccante possibile. Significa anche sottrarla alla spettacolarizzazione, evitare che il trauma diventi il dispositivo narrativo attraverso cui catturare il lettore.
La gravità di ciò che è accaduto non ha bisogno di essere amplificata attraverso una formulazione più estrema di quella necessaria a descriverlo. Il rischio, altrimenti, è doppio. Da una parte si alimenta l’idea che per essere presa sul serio una violenza debba necessariamente corrispondere alla rappresentazione più estrema e drammatica possibile, minimizzando dunque le altre forme di violenza. Dall’altra si finisce per usare la stessa violenza come leva narrativa, trasformandola in una macchina di indignazione. Non è necessario interrogarsi sulle intenzioni dell’autore per porsi una domanda sull’effetto di quella scelta narrativa: che cosa produce nel lettore?
Il racconto ha intanto offerto un argomento ai teorici della sicurezza, a partire dalla premier Giorgia Meloni, che ha attaccato il giudice. “Le leggi le abbiamo scritte - ha dichiarato via Facebook - e sono più severe che mai. Le Forze dell’Ordine hanno fatto il loro dovere, in poche ore, benissimo. La procura ha chiesto la misura più dura. Tutta la catena ha funzionato. E poi arriva un provvedimento che la spezza in quarantotto ore, e noi non possiamo fare niente, se non inviare gli ispettori del ministero, che è quello che stiamo facendo. Chi lo spiega a quella famiglia?”. Si va avanti “fino in fondo - ha aggiunto -. Ma così è davvero difficile”.
Parlano di remigrazione, i deputati di Futuro Nazionale Rossano Sasso ed Emanuele Pozzo, che annunciano un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. La cui reazione non si è fatta attendere: sebbene la decisione “rientra nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, su cui non posso e non devo interferire”, il guardasigilli, “tenuto conto della eccezionalità del caso e dell’allarme sociale cagionato”, ha disposto “l’invio di Ispettori per acquisire ogni valutazione utile”. Bene, tuona il leader della Lega Matteo Salvini, per non farsi superare a destra da Vannacci. E, rilanciando la castrazione chimica con un video pieno di enfasi, commenta: “Questo maiale che ha violentato una ragazzina di tredici anni” è stato “ripreso dalle telecamere e si è fatto in galera ben due notti, perché poi il giudice per le indagini preliminari, mi piacerebbe conoscerlo e stringergli la mano, ha deciso di scarcerarlo in attesa del processo perché si è pentito, poverino, il maiale che 40 minuti prima aveva palpeggiato, sempre nello stesso negozio, un’altra donna”.
A rincarare la dose le due laiche di centrodestra al Csm, Claudia Eccher e Isabella Bertolini, intenzionate a chiedere “una pratica relativa ai riflessi della vicenda sulla valutazione di professionalità del magistrato coinvolto, con richiesta al procuratore generale di vagliarne i possibili profili disciplinari”. Il tutto senza che nessuno conosca gli atti. La deformazione più rilevante riguarda forse proprio il motivo per cui il gip ha sostituito la custodia cautelare in carcere con l’obbligo di firma. La Stampa sintetizza così: l’uomo non è stato scarcerato perché ha chiesto scusa. Ma cosa dice l’ordinanza? Il giudice non minimizza e ritiene “sussistenti nel caso di specie le esigenze cautelari”, ravvisando “un concreto ed attuale pericolo di commissione di reati della stessa specie di quello per cui si procede”. A fondamento di questa valutazione richiama le modalità della condotta contestata, il fatto che la vittima fosse minorenne (cosa a lui nota) e un episodio precedente, avvenuto pochi minuti prima ai danni di un’altra donna, “seppur di gravità contenuta”, ritenuto indicativo della difficoltà dell’indagato a contenere i propri impulsi.
Dunque il gip riconosce il pericolo di reiterazione, ma considera l’incensuratezza dell’indagato, il comportamento collaborativo nell’immediatezza dei fatti - compresa l’attivazione per recuperare le credenziali necessarie a visionare le telecamere interne del locale -, l’effetto deterrente dell’arresto e della prima esperienza detentiva e, infine, la “resipiscenza” manifestata durante l’interrogatorio di garanzia, quando l’uomo ha dichiarato “ho sbagliato, non ho mai commesso reati è la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere”. È sulla base della valutazione complessiva di questi elementi che il gip dispone l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Si può discutere, e si può anche ritenere discutibile, questa valutazione: i domiciliari avrebbero potuto forse rappresentare un’alternativa migliore. Ma è un’altra cosa sostenere che l’uomo sia stato scarcerato perché ha chiesto scusa, semplificazione che non aiuta il dibattito sulla cultura dello stupro. Lo incattivisce, spaccando il mondo in tifoserie cieche e, dunque, inutili ad affrontare la questione. Prendere sul serio la violenza significa prendere sul serio anche le parole con cui la si racconta. Non serve aggiungere dramma al dramma. E soprattutto non serve trasformare una vicenda giudiziaria in qualcosa di più semplice, più assoluto e più indignante: rinunciare alla precisione per cercare l’impatto provoca solo rumore. E non risolve nessun problema.









