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di Liana Milella


La Repubblica, 2 gennaio 2022

 

La ministra Cartabia: "Occasione di reinserimento". Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Petralia: "Se tutti lavorassero sarebbe un'altra cosa". Per il New York Times uno dei dieci panettoni più buoni al mondo viene prodotto... nel carcere di Padova. E in quello di Trani c'è il "tarallificio" della Cooperativa Campo dei Miracoli che oramai è entrata nella grande distribuzione alimentare.

All'Ucciardone di Palermo - lo storico carcere che ha visto sfilare i più famosi boss di Cosa nostra - i detenuti adesso imparano a fare i pizzaioli. A Sant'Angelo dei Lombardi, in quel di Avellino, nel penitenziario ricostruito dopo il terremoto del 1980, si digitalizzano i documenti. Rebibbia va citata per i prodotti di sartoria, nonché per una pensione per cani. E a Sollicciano ecco la cooperativa Ulisse che mette in vendita le biciclette recuperate e riparate dai detenuti.

Ma c'è anche dell'altro - come racconta a Repubblica Dino Petralia, il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - perché recuperare i detenuti, e far precipitare gli indicatori della recidiva, "contribuisce a rendere la società più sicura". A San Vittore, sempre a Milano, i detenuti cuciono i turbanti per le donne malate di tumore. Mentre a Santa Maria Capua Vetere si producono mascherine anti covid, proprio quelle che hanno indossato il premier Mario Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia quando - era il 14 luglio - hanno visitato l'istituto di pena dopo gli arresti degli agenti per via delle violenze contro detenuti inermi.

Se questi sono i casi - ma vedremo che ce ne sono anche molti altri - sono le cifre a fare notizia. E in particolare il fatto che, per la prima volta, il rapporto del Cnel sul lavoro, reso pubblico prima di Natale, dedica un lungo capitolo proprio alle attività in carcere e diffonde un dato su cui riflettere. Oggi i detenuti che lavorano sono 15.827. "Su una popolazione carceraria di 54mila questa cifra è pari al 30% dei presenti" sottolinea il rapporto.

Una cifra decisamente ragguardevole. A cui va aggiunto un altro dettaglio citato dal Cnel: "I detenuti assunti alle dipendenze di datori di lavoro esterni sono 2.130, di cui 937 prestano la loro attività all'interno del carcere, i restanti lavorano all'esterno e rientrano la sera". Una realtà numerica che fa dire a Petralia. "Se tutti lavorassero, il carcere sarebbe un'altra cosa". E i dati rivelano che le attività sono già tante: a oggi, nei 189 istituti penitenziari italiani sono state avviate complessivamente 194 iniziative per lavori di pubblica utilità, dalla cura del verde e del decoro urbano, ad attività di manutenzione e ristrutturazione, alla produzione di mascherine, 275 per lavorazioni varie, 246 per corsi scolastici (dall'alfabetizzazione di primo e secondo livello, agli studi universitari, alla scuola alberghiera, all'informatica) e 151 per attività culturali (tra laboratori di teatro, giornalismo, musica e canto, fotografia, pittura).

Come hanno scritto su Repubblica, in un'importante inchiesta sul carcere durata un anno, i colleghi Massimo Razzi e Gabriele Cruciata, il lavoro può essere un'importante via d'uscita da una vita di devianza. E le storie ci sono. E sono tantissime. Meriterebbero di essere raccontate una per una. Rappresentano "l'altra faccia" della detenzione cattiva e fine a se stessa, vissuta solo come pena, senza né ravvedimento, né futuro. Solo carcere per sempre, e basta.

Ma non è certo in questo tipo di carcere che crede la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Che, giusto prima di Natale, ha ricevuto dal costituzionalista esperto di "patrie galere" Marco Ruotolo, il progetto per cambiare le regole. "La pena, quale che sia la forma dell'espiazione, deve tendere a restaurare e a ricostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato" scrive Ruotolo. E adesso la ministra Cartabia dice a Repubblica: "Da gennaio il carcere sarà la mia priorità. L'ho già detto ai membri della Commissione sull'innovazione penitenziaria. Anzitutto dovrò valutare le loro proposte e poi elaborare con il Dap un piano di azione da proporre su tutto il territorio". Quali emergenze vuole sanare Cartabia? Eccole: "Il carcere ha sterminati bisogni: il mio obiettivo è introdurre cambiamenti molto concreti, che incidano anzitutto a livello amministrativo per migliorare la vita quotidiana di chi vive e lavora in carcere.

La tecnologia può aiutare a trovare risposte ai molti bisogni della vita che si svolge "dietro le mura": dalle possibilità offerte dalla video-sorveglianza alla telemedicina, dalla prenotazione e svolgimento dei colloqui alla tenuta dei documenti dei detenuti. E molto altro". Sì, ma il lavoro in carcere quanto conta? Risponde Cartabia: "Tutte le innovazioni possono diventare anche occasioni di lavoro per i detenuti, un fattore essenziale perché il carcere possa davvero assolvere alla funzione di rieducazione e reinserimento, come esige la Costituzione. E perché questo accada l'amministrazione penitenziaria ha bisogno di rapporti con la società civile, con gli imprenditori che facciano da ponte tra il "dentro e il fuori".

Se il 2022 sarà davvero "l'anno del carcere", allora conviene guardare a quello che succede già oggi "dentro e fuori" dalle mura. Non solo violenza, non solo pestaggi, non solo Covid, né sovraffollamento. Certo, tutto questo può ancora verificarsi. Ma ci sono anche le realtà positive. Quegli oltre 15mila detenuti che lavorano. Citiamo altri casi allora. A Milano i detenuti che stanno trasformando il boschetto di Rogoredo dalla più grande piazza di spaccio del Nord Italia a un parco per i cittadini. Sempre a Milano l'esperienza della Tim nel carcere di Bollate dove si riparano i modem. E oggi il trend delle riparazioni realizza numeri a sei zero.

A Busto Arsizio va citata la cioccolateria al top anche per i prodotti per celiaci. A Venezia un'ottima storia. A Livorno, nel carcere della Gorgona, si produce un vino di pregio. A Bologna un'altra sartoria. A Forlì un laboratorio per riciclare la carta. A Rebibbia c'è di tutto, dall'officina meccanica e di carrozzeria, alla lavanderia, al laboratorio per produrre infissi in alluminio. Scendiamo al Sud ed ecco le sete pregiate di San Leucio, prodotte nel carcere di Sant'Angelo dei Lombardi, che arredano la reggia di Caserta. Potremmo andare avanti così, con cifre, esempi, storie di singoli imprenditori ex detenuti che, una volta fuori, hanno anche dato vita a cooperative per far lavorare altri detenuti, com'è successo a Bollate. L'altra faccia del carcere è questa. Sfida la violenza e guarda a una nuova vita in cui l'essere stati "dentro" rappresenta il passato.