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di Paolo Bricco

Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2025

“La mia tesi di laurea riguardava la responsabilità penale del presidente della Repubblica. Era un argomento su cui non era stato scritto molto. Il mio relatore era Giuliano Vassalli. Un grande maestro. Mi aveva invitato a superare ogni forma di timidezza intellettuale: se non fossi stata d’accordo con il poco che era stato scritto sul tema, avrei dovuto esprimere il mio punto di vista. E così feci. Desunsi gli elementi di responsabilità astratta del presidente dal diritto costituzionale e non dal diritto penale. Era ancora aperta, nel corpo della nazione, la ferita delle dimissioni, nel 1964, di Antonio Segni. Segni era rimasto al Quirinale per due anni.

Aveva lasciato per ragioni di salute. Ma si erano allungate delle ombre per la sua presunta conoscenza di parti del Piano Solo, il progetto di golpe del generale dei carabinieri Giovanni de Lorenzo. La discussione della tesi si trasformò in un vero e proprio dibattito con lo stesso Vassalli, i costituzionalisti Vezio Crisafulli e Aldo Sandulli, il titolare di Procedura penale Giuseppe Sabatini e Tullio Delogu, professore di diritto penale che aveva da poco affiancato Vassalli, impegnati per quasi un’ora a misurarsi su quel tema che, da freddo e astratto, si era fatto concreto e incandescente”.

C’è molto della futura Paola Severino - avvocato, fra i maggiori esperti italiani di diritto penale societario, presidente della Luiss School of Law, presidente della Scuola Nazionale dell’Amministrazione (Sna), primo ministro della Giustizia donna in Italia e tante altre cose - nel racconto di quel pomeriggio di un giorno del 1971 alla Sapienza di Roma: l’argomento in apparenza astratto e freddo che si fa concreto e incandescente, la studentessa che sviluppa una tesi non convenzionale su un argomento poco studiato, la giovane donna già ben strutturata che si muove con agio e senza sottomissioni fra uomini maturi di grande autorevolezza e autorità che hanno il controllo della situazione e della discussione, ma la discussione l’ha attivata lei scegliendo un tema che - come le capiterà nel corso della vita - è sul confine fra il pensiero e la prassi, fra il potere e la responsabilità, fra quello che si vede e quello che non si vede, fra la passione privata e l’impegno pubblico.

Siamo nello Studio Severino di Piazza della Libertà a Roma. Nella stanza destinata ai pranzi, da una finestra si vede un’ansa del Tevere e da un’altra la Basilica di San Pietro. Il cibo è stato preparato dal ristorante il Moro, un classico per l’alta borghesia romana. Il vino è suggerito da Franco Maria Ricci, l’inventore di Bibenda amico di Paola e di suo marito Paolo Di Benedetto: “Sono orgogliosa di essere stata insignita da lui del titolo di sommelier onoraria”, dice sorridendo mentre ci sediamo a tavola.

Su una parete si trova un quadro di Giulio D’Anna, pittore siciliano che riesce a mescolare la grammatica del futurismo con le luci e i colori del Mediterraneo: “Il primo quadro che io e mio marito abbiamo comperato è stata un’opera incompiuta del Seicento, una testa di monaco la cui tonaca non era stata dipinta e che poi venne attribuita dal critico Maurizio Fagiolo dell’Arco, nostro amico e mentore, al Cavalier d’Arpino. Il primo futurista che acquistammo fu Antonio Marasco, con una opera su una gara di ciclismo in cui la scomposizione e la velocità si fondevano in una visione bellissima. Mi sono interessata fin dagli anni Settanta al futurismo. Nessuno acquistava le opere di quel movimento culturale. Tutti ne davano una lettura politica per le connessioni con il fascismo. Io, da italiana nata e cresciuta fino ai tredici anni a Napoli, ho imparato da Benedetto Croce ad assegnare all’arte una condizione di autonomia dalla politica. Ho due opere ancora figurative di Giacomo Balla in studio e un quadro del suo periodo futurista a casa”.

Entrambi mangiamo con gusto gli antipasti. La scarola romana, le melanzane, i funghi, la frittata. Il vino bianco è uno Chardonnay del Friuli-Venezia Giulia Jermann del 2019, buono anche a temperatura ambiente. La vita di Paola Severino compone una geografia dell’anima professionale, culturale e politica dell’Italia. Napoli, Roma e Milano. Racconta mentre beve il suo bicchiere di bianco: “Io sono di Napoli. Mio nonno paterno, Cesare, era un impiegato delle Poste. I suoi tre figli e le sue tre figlie hanno frequentato il liceo classico. Avevano un vocabolario di latino e uno di greco. Si sono laureati tutti. Uno dei figli, Marcello, dava ripetizioni a una ragazza, Anna Maria. Anna Maria aveva nove anni in meno. Era molto bella. Quando si sono innamorati Marcello, che voleva fare l’avvocato, chiese la mano al padre di Anna Maria, Giuseppe. Giuseppe era un ingegnere del Genio civile.

La casa di famiglia era nel quartiere di Pignasecca, un mondo tutto miseria e nobiltà alla Eduardo Scarpetta, i bassi e poi in fondo alla via la casa costruita da mio nonno, la prima ad avere un frigorifero importato dagli Stati Uniti, le donne del quartiere venivano a farvi custodire il burro. Quando c’erano i bombardamenti gli abitanti si infilavano nel rifugio che nonno Giuseppe aveva fatto scavare nella collina del Vomero, a cui l’abitazione era appoggiata. Era appena finita la guerra. Giuseppe disse di sì. Ma, per la sicurezza economica della figlia, avrebbe preferito che lui facesse il concorso da magistrato. Lui acconsentì. Prima pretore a Intra, in provincia di Verbania, e poi giudice del lavoro a Napoli. In età matura, sarebbe diventato avvocato a Roma. Ho trascorso l’infanzia in quel rione di Napoli.

Da bambina calavo il cesto in strada e le donne lo riempivano di pane, frutta e verdura. Mi sono trasferita da ragazza a Roma: al pomeriggio, finite le lezioni al liceo Dante, andavo in studio da mio zio Massimino, consigliere di Cassazione, che mi raccontava i primi casi di corruzione nei Monopoli dei tabacchi e delle banane. Ma, di Napoli, ho sempre conservato, nella mia parte più intima, l’armonia nella diversità e il mescolare armonico dell’alto con il basso, dell’elitario con il popolare, nella idea di una loro sostanziale uniformità. La nostra forma geometrica è il prisma. Chi è di Napoli ama la prima del San Carlo e l’orchestra Scarlatti, il percussionista Tullio De Piscopo e le canzoni di Pino Daniele”.

L’arrosto cucinato dal Moro è molto buono. Ed è perfetto con il rosso scelto dalla Severino: un Langhe Sito Moresco di Angelo Gaja del 2014 che è notevole. Il vino di Gaja è insieme elitario e popolare, severo e astuto, simile a una Italia che è, nella cultura e nel potere, assai più omogenea di quanto si pensi. Paola è di Napoli, vive e si identifica con Roma, conosce bene Milano: “Amo molto Milano. Ho aperto lo studio a Milano subito dopo Mani Pulite. Il potere economico è al Nord. Le multinazionali, le grandi imprese e le banche. Hanno un grande ruolo, in tutto il Nord, i capitalisti silenziosi delle imprese famigliari. A Roma esistono il potere della politica e la struttura delle istituzioni. Ho svolto con spirito di servizio, da tecnico, il ruolo di ministro della Giustizia, quando il presidente del Consiglio Mario Monti e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano me lo chiesero. Ma, poi, ho rinunciato a successivi incarichi in cui la cifra politica era più marcata. Ho detto no ad una ipotesi di candidatura a sindaco di Napoli”.

Facciamo entrambi un secondo giro di cibo. La verdura ben cucinata è la cosa che distingue una ottima cucina da una buona cucina. E il Langhe Sito Moresco di Gaja reclama un secondo passaggio. Il vino porta a galla il racconto, anche, delle emozioni. Le quali, nel suo caso, sono uno strano impasto di esperienza istituzionale e di sensibilità personale, quasi dolorosa. Esistono i luoghi in Italia. Ma esistono anche i non luoghi, come il carcere. Racconta Paola: “Quando ero ministro, nel 2011 un giorno di dicembre a Roma arrivò la notizia che, nel carcere del Buoncammino di Cagliari, si era tolta la vita una donna. Si chiamava Monia. Si era impiccata all’alba usando una maglietta. Io partii subito. Mi sentivo piena di colpa. Arrivai in Sardegna e fui circondata dallo strazio e dal dolore delle compagne del penitenziario e delle poliziotte. La famiglia non reclamò il corpo. Il rumore delle porte e delle inferriate che per sette volte si chiudono alle tue spalle quando entri ti rimane dentro anche quando sai che, poi, uscirai”.

La Severino ha costituito una fondazione che si occupa del dopo carcere. Il ricordo da ministro è intenso: “Andai in visita a Poggioreale. In una piccola cella lontana da tutto, trovai un signore che, in napoletano, mi disse che voleva essere trasferito alla Gorgona. La Gorgona è un penitenziario su una piccola isola toscana. Io gli chiesi perché. Di solito chi è in carcere desidera stare vicino alla famiglia. Lui mi mostrò la foto di un bambino. Era suo figlio. Lui voleva andare alla Gorgona perché, là, c’era un corso per imparare a fare il cuoco. Inoltre, alla Gorgona i reclusi sono impegnati nella cura dei vigneti della famiglia Frescobaldi. Lui voleva dire a suo figlio che avrebbe imparato un mestiere. E che così non sarebbe più tornato in carcere.

Posso avere fatto tutto bene o tutto male nella mia vita. Ma avere facilitato quel trasferimento alla Gorgona è stata una cosa giusta. Chi esce dal carcere e non trova il lavoro ha il 75% di probabilità di commettere di nuovo un reato. Chi torna libero e ha una occupazione stabile ha una probabilità di sbagliare di nuovo pari al 2 per cento contro il 75% della media. Ne vale la pena”, conclude Paola Severino, avvocato penalista e appassionata di vini, amante dell’arte e attratta dal magnete nero e bianco del carcere e della redenzione, strano caso di italiana che racchiude in sé Napoli, Milano e Roma.