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di Luciana Cavina

Corriere di Bologna, 12 gennaio 2025

Paolo Billi ha aperto per la prima volta al pubblico le porte del carcere minorile del Pratello mettendo in scena spettacoli realizzati con i detenuti. Finita l’esperienza ha trasferito il modello a Pontremoli, ma in città continua a lavorare con ragazzi presi in carico dalla giustizia e alla Dozza. “Il teatro mette in gioco, e aiuta a ricostruirsi”. Dentro e fuori dal carcere: come la lettura, il confronto, e la rappresentazione possano rendere possibili altre vite, salvandole a volte da destini d’abisso. Quando il regista e autore teatrale bolognese Paolo Billi, alla fine degli anni 90 entrò a lavorare nel carcere minorile del Pratello creò un ponte mai sperimentato prima con la città. Anche se in seguito costretto a interrompersi.

Prima c’è stato anche il teatro civile, i non-attori dalla strada, e, ancora oggi, la compagnia Teatro del Pratello che porta sui palcoscenici ragazzi delle scuole insieme ad altri in carico alla giustizia minorile; i progetti (tutti pionieristici) con le detenute della Dozza e al carcere minorile femminile a Pontremoli, in Toscana. E altro ancora. Sempre con la mente e il corpo impegnati a dare luce a mondi sommersi.

Usiamo un’iperbole: può la pratica del teatro salvare vite?

“Mi viene da usare un’altra metafora: salvarsi dai propri naufragi. Il teatro offre la possibilità sia agli adulti sia ai minori in carcere di confrontarsi con la propria persona e cercare di ricostruire una persona altra. Questa costruzione avviene non attraverso l’utile - e per utile intendo la scuola, la formazione, il lavoro - ma attraverso l’inutile. In questo senso arte e teatro sono inutili”. Sembra un paradosso. “Ma non lo è. Fare teatro non serve a nulla ed è in quel momento che diventa utile. Io affronto in maniera diversa, con il teatro, quello che la scuola dovrebbe portare avanti: leggo, faccio leggere, si scrive, si lavora sul pensiero. Cose che spesso in ambito scolastico risultano estremamente difficile”.

Ma il teatro può essere un mestiere anche in certi contesti?

“C’è anche l’aspetto formativo. Facendo teatro si acquisiscono competenze tecniche ed è un esperimento di lavoro. Le persone che lavorano con me vengono tutte assunte come allievi attori, e tanti sono assunti per la prima volta in vita loro. Il teatro è pure ludico ma ad un altro livello”.

Prima di arrivare al carcere, lei ha praticato il teatro civile, anche al Pilastro, con gli spettacoli sull’eccidio della Uno Bianca. Ha portato in scena persone senza fissa dimora. Che riscontri ha avuto?

“Da ormai 30 anni lavoro con attori-non attori, non li chiamo dilettanti. Non mi interessano più gli attori-attori. Al Pilastro, nel gruppo di abitanti bruciati da quel dramma, inserii alcuni giovani ospitati al dormitorio Beltrame. Fu un modo per abbattere molti pregiudizi. Poi nel primo anno di lavoro all’istituto penale minorile portai con me uno di questi ragazzi senza fissa dimora”.

E come andò?

“Devo ringraziare la direzione di allora e del magistrato di sorveglianza che mi diedero il permesso. Il primo impatto fu molto duro, perché inizialmente questo ragazzo venne deriso. Però accadde un piccolo miracolo: lavorando insieme ai giovani reclusi e altri dall’”esterno” si è inserito presto e cominciò a frequentare anche la mensa del carcere, dove gli davano da mangiare appena potevano”.

Cercava una casa e l’ha trovata?

“Il teatro può rappresentare un territorio in cui si incontrano persone assolutamente diverse con storie assolutamente diverse con dei traumi notevoli e fa accadere piccoli miracoli”.

Lei come è approdato al Pratello?

“Grazie a un’idea. Ma per i primi 15 anni non è stato complicato. Complesso sì, ma non complicato, perché l’istituzione mi sosteneva e mi ha permesso di non restare chiuso nella riserva indiana. Il mio intento era proprio quello di aprire le porte dell’istituto”.

E ci riuscì. Un caso unico in Italia?

“Sì. Rappresentavamo gli spettacoli all’interno dell’istituto. Per 15 giorni entravano cento persone a sera: 1500 persone di cui più della metà studenti accompagnati da genitori e professori. Un patrimonio enorme costruito ormai dieci anni fa ma che si è dissolto”

É mancato il sostegno?

“Mi hanno detto che la chiesa trasformata in teatro non era più agibile, poi è diventata un’aula del tribunale. dovrebbero restaurare un altro locala ma non credo che avverrà. Ora lavoro fuori ma quell’esperienza di comunità, a Bologna, è finita. Ma sono cambiate anche le persone, i rapporti”.

Cosa intende?

“I ragazzi dentro al carcere partecipavano volentieri. Si costruivano anche percorsi lunghi. C’era chi continuava a fare teatro una volta scontata la pena”.

E alla Dozza lavora con i detenuti adulti?

“Con le donne. Qui il teatro è affiancato a un altro tipo di intervento di “cultura riparativa”. È un progetto biennale che quest’anno ha per titolo “tradimenti e oblii” e vi partecipano anche docenti universitari. Ci sono momenti di scrittura, di lettura di testi non semplici, da Dostoevskij, Dumas, Ben Jelloun. Sono persone che scontano pene molto lunghe, noi aiutiamo ad attivare il pensiero”.

Perché proprio la sezione femminile?

“Le donne hanno una forza vitale unica nel mettersi in gioco. Se mi metto in gioco ascolto, e così r i es co a sospendere il giudizio su me stesso e su chi mi giudica, chi mi mette uno stigma. Perché sappiamo bene che chi esce di galera si porta dietro un segno permanente”.

Ecco che torna il tema della salvezza…

“Vale a tutte le età. Ebò il titolo del Teatro del Pratello ora in replica all’Arena del Sole è uno spettacolo di danza con ragazzi seguiti dai servizi della giustizia minorile, studenti del Galvani e alcuni studenti universitari. È sorprendente come lavorando compatti svanisca ogni pregiudizio”.