di Filippo Massara
La Stampa, 10 ottobre 2025
Il papà della 14enne suicida: “È ora di cambiare. Negli anni ho incontrato mezzo milione di giovani”. Il libro non poteva che intitolarsi così: “Le parole fanno più male delle botte” è una citazione della lettera che Carolina Picchio scrisse prima di lasciarsi cadere dalla finestra di casa all’età di 14 anni nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013. La ragazza non riuscì a reggere il peso delle migliaia di insulti ricevuti sui social a seguito del filmato che la ritraeva, priva di coscienza, mentre alcuni coetanei giocavano con il suo corpo mimando atti sessuali. Dopo la morte dell’adolescente di Novara, quello sfogo si è affermato come uno slogan della lotta contro il cyberbullismo che il papà Paolo conduce frequentando le scuole di tutta Italia, attraverso la Fondazione intitolata alla figlia e ora anche con la firma di un libro pubblicato da DeAgostini.
Picchio, come nasce l’idea di scrivere?
“È un cerchio che si chiude. Nella lettera di Caro non c’era odio verso i bulli, ma un invito a cambiare e essere più sensibili. Così cominciai a incontrare i ragazzi per condividere la sua testimonianza, nel 2018 nacque la fondazione e ad aprile il centro Re.Te a Milano per il recupero terapeutico dei disagi giovanili, la cura della dipendenza da Internet, dell’ansia e del ritiro sociale”.
Quando si rese conto che gli incontri nelle scuole non erano più sufficienti?
“Accadde nel 2016. Appena accennai al video che circolava tra gli amici di Caro, una studentessa fuggì via piangendo. La sua storia l’aveva scossa. Per la prima volta mi sentii fuori posto, inutile. Poi ragionai pensando che il racconto non fosse più sufficiente. Per fortuna, quella ragazza avrebbe trovato un sostegno. Ma che ne sarebbe stato di quegli studenti che non hanno la forza di chiedere aiuto o non sanno a chi rivolgersi? Così nacque l’idea di aprire una fondazione per offrire un supporto concreto, affidando il timone a Ivano Zoppi (segretario generale della Fondazione, ndr)”.
Cosa ha insegnato la morte di Carolina?
“Che il bullismo non è una ragazzata. Lo attestano le leggi ispirate e dedicate a mia figlia, i processi e le richieste di intervento che il team multidisciplinare della Fondazione riceve da tutta Italia. Negli ultimi due anni scolastici la squadra ha gestito circa 300 casi di violenza online. Il percorso si è sviluppato con l’apertura del Centro Re.Te che in questi primi sei mesi di attività ha preso in carico più di 40 giovani”.
A chi si rivolge il suo libro?
“A ragazzi e famiglie. Ma vuole anche essere un appello a istituzioni e addetti ai lavori perché trovino nelle parole e nel sorriso di Caro la stessa motivazione che ha portato un semplice papà a incontrare mezzo milione di giovani. Prima di salutarli, a loro raccomando sempre una cosa: “Quando tornate a casa da scuola, abbracciate i vostri genitori”. Vale più di mille like”.
E agli adulti, cosa raccomanda?
“Più consapevolezza e partecipazione. Ci piacerebbe incontrare ogni anno 100 mila genitori, uno per ogni ragazzo, ma purtroppo quando arriviamo a 20 mila è già tanto. Peccato che poi siano proprio loro a chiederci aiuto nel momento del bisogno. Occorre prevenire, e farlo alla svelta”.
In che modo?
“Facendo sistema per il benessere dei minori. Non basta operare a livello istituzionale sul rapporto con le “big tech” e gli organi per la tutela dei minori. Bisogna intercettare le sfide dell’intelligenza artificiale lavorando sull’educazione. Bullismo e cyberbullismo sono un tema culturale, su cui si può intervenire già a partire dall’infanzia accompagnando i ragazzi verso la comprensione e la gestione delle emozioni. Si deve educare all’affettività, al rispetto di se stesi e degli altri. Serve creare anche una comunità di adulti capace di accogliere il loro grido”











