di Nicola Lagioia
La Stampa, 8 maggio 2024
Il conclave in cui fu eletto papa Francesco aveva come compito la salvezza della Chiesa. Al conclave che è iniziato ieri chiediamo addirittura di salvare il mondo. Benedetto XVI annunciò l’intenzione di dimettersi nel febbraio del 2013. Barack Obama era allora il presidente degli Stati Uniti. Meno di sette mesi prima Mario Draghi aveva pronunciato il suo “Whatever it takes” alla Global Investment Conference di Londra. A proposito, la Gran Bretagna faceva parte della UE. Il mondo globalizzato sembrava reggere, pur tra contraddizioni, opacità e non remote atrocità (l’invasione dell’Iraq, per fare un esempio). In apparenza le due grandi aree di influenza occidentali (l’impero statunitense, e la potenza “erbivora” europea) se la passavano meglio della Chiesa cattolica, travolta da scandali, veleni, rivalità di ogni tipo. Chi sarebbe uscito papa dal conclave avrebbe avuto il compito di trarre in salvo ciò che qualcuno riteneva non emendabile. Bergoglio era quell’uomo.
In dodici anni il piano si è ribaltato. La Chiesa oggi è decisamente più solida (e globale) di allora. Il mondo secolare è invece in fiamme, fuori controllo, ristretto nei nazionalismi, gonfio di odio e di violenza, la parte occidentale sprofonda nel baratro di una stupefacente crisi politica e identitaria. Gli Stati Uniti sono sempre più simili all’incubo di Philip Roth ne Il complotto contro l’America. L’Europa sembra la parodia della Cacania (a sua volta parodia dell’Impero austroungarico) del Musil de L’uomo senza qualità, un continente insieme coltissimo e frivolo, bizantino e amletico, un’orchestrina compiaciuta che suona mentre la barca va dritta verso l’iceberg. Che, in quel caso, fu la I guerra mondiale.
Mentre il mondo, in questi 12 anni, è diventato un posto sempre più angosciante, la Chiesa di Francesco ha dato l’impressione di sostituirsi proprio malgrado alle cancellerie sempre più fragili (o ai sempre più mostruosi Studi Ovali) degli stati-nazione o delle pseudo-unioni nel ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio sia per il Vangelo che per l’Onu.
Chi ha continuato a parlare di sostenibilità (Laudato si’ è un’enciclica che passerà alla storia) mentre la crisi climatica usciva dalle agende politiche dei paesi che più quel disastro lo stavano alimentando? Chi ha parlato di Gaza mentre gli Stati Uniti si pascevano del massacro e l’Europa balbettava imbarazzata (ogni stagione politica ha la sua mitologia fantastica, siamo passati dai “trinariciuti” di Guareschi a una Presidente del Consiglio dea Kalì che con una mano pone un fiore sulla tomba di Francesco, con l’altra impugna la pantofola di Trump, con una terza manda saluti affettuosi a Netanyahu, con una quarta prende a braccetto Milei che sul papa aveva detto più di quanto in Italia è sufficiente a finire in Questura) o per incapacità di uscire dai propri sensi di colpa storici (la Germania)? Chi è stato dalla parte dei poveri in un mondo sempre più diseguale? Chi ha difeso i deboli mentre il mondo si andava affidando alla legge del più forte? Il nuovo Papa dovrebbe dunque riuscire lì dove Trump, von der Leyen, Milei, Meloni, Macron falliscono ogni giorno?
Il problema è che la Chiesa non ha per compito salvare il pianeta dalle guerre e dalle crisi economiche, dal collasso climatico e dalle dittature. La Chiesa svolge un ruolo eminentemente religioso. Se ha importanza sul piano politico, dovrebbe essere una conseguenza accidentale. Su questo, invito a leggere il bellissimo libro di Javier Cercas, da poco uscito per Guanda, Il folle di Dio alla fine del mondo, dove lo scrittore spagnolo racconta di un viaggio in Mongolia al seguito del Papa nel 2023. Disastrato un mondo che ha bisogno di un Papa per tirarsi fuori dal baratro! Ma è la paradossale, persino grottesca situazione in cui ci troviamo. Chi riempirà il vuoto dentro di noi?











