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di Giovanni Moro

La Repubblica, 4 luglio 2022

Non è facile commentare il tormentato iter della proposta di legge di riforma della cittadinanza che si sta svolgendo alla Camera sulla base del testo messo a punto, con saggezza e realismo, da Giuseppe Brescia. La difficoltà è che sul tema gli elementi fattuali sono sopravanzati, o meglio travolti, dalle rappresentazioni, spesso volutamente false.

Esempi di questa attitudine sono la confusione tra residenti di lungo periodo (o loro figli) e richiedenti asilo; l’impiego della espressione “ius soli” come parola magica negativa; la generalizzazione di singoli fatti quando non di titoli giornalistici; il silenzio sulle tasse e i contributi previdenziali pagati dagli immigrati; la smemoratezza sulle maggioranze di governo che hanno inaugurato la stagione delle regolarizzazioni di massa. Purtroppo il fact checking non è sempre risolutivo.

Le ragioni di questo divorzio tra fatti e rappresentazioni sono soprattutto elettorali. Eppure, alla base della piccola guerra santa in corso c’è una concezione della cittadinanza che è già stata definitivamente messa in discussione, sia dalla ricerca scientifica, sia, soprattutto, dalla realtà.

Ci sono tre elementi. Il primo è la centralità della nazione, intesa come comunità culturale, caratterizzata dalla condivisione di storia, linguaggio, costumi, religione, stili di vita, cultura materiale, che distingue “chi sta dentro” da “chi sta fuori” non solo in termini legali. Già dagli anni ‘80 la ricerca scientifica ha mostrato che questa idea “essenzialista” della nazione contrasta con la realtà: le nazioni sono piuttosto “comunità immaginate”, costruite attraverso narrazioni, simboli, riti che spesso con la storia effettiva non hanno niente a che fare. Implicita in questa idea di nazione c’è quella di “comunità di origine”: i cittadini sono coloro che condividono la medesima origine, e non altri. Ma quello che sta accadendo un po’ dappertutto nel mondo è che le comunità di origine sono in corso di ridefinizione come “comunità di destino”.

Connessa a questa idea di nazione c’è quella di “integrazione”: la cittadinanza è un contenitore precisamente definito e immutabile nel tempo di norme, valori, consuetudini. Chi vuole entrare a farne parte deve assumere questi contenuti e lasciare i propri. La realtà ci dice invece che l’incontro tra stranieri e autoctoni è sempre un processo di reciproca contaminazione e trasformazione, che peraltro non ha bisogno di decisioni politiche per attuarsi perché avviene comunque. E infine, nascosto sotto questa concezione della cittadinanza c’è un modello antropologico, cioè un modello di uomo considerato canonico.

Negli Usa sin dagli anni 60 questo modello fu individuato e criticato utilizzando l’acronimo WASP: i “veri” americani sono bianchi, anglosassoni e protestanti (le femministe aggiunsero “maschi”), malgrado tutte le evidenze contrarie. Quando da noi si sente dire, come è accaduto in molti casi nello sport, che “in nazionale devono giocare gli italiani”, si manifesta una delle caratteristiche nostrane di questo modello: gli italiani sono bianchi e non possono essere di un altro colore. L’Italia, come tutti i Paesi del mondo, vive dinamiche di trasformazione della cittadinanza, intesa come associazione tra eguali per presiedere alla vita comune, che sono complesse, accidentate e non necessariamente progressive. Tuttavia, fare finta che si possa conservare qualcosa che è già passato è tutto meno che una soluzione. Forse neppure per vincere le elezioni.