di Iuri Maria Prado
linkiesta.it, 22 febbraio 2025
Riforme andate male: fascicoli in aumento e processi più difficili per chi vi ricorre, mentre la mediazione forzata sposta un problema senza risolverlo. Messe in campo per il PNRR, dopo qualche anno le nuove norme sulla giustizia civile hanno creato un sistema con più fascicoli e meno diritti. Il fatto che le riforme in materia di giustizia messe in campo da qualche anno a questa parte rischino di non raggiungere gli obiettivi verso cui erano preordinate, cioè il soddisfacimento dei criteri del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), costituisce il segno più appariscente ma meno grave dell’inadeguatezza di quegli interventi normativi.
Affogato nelle settecento ottanta pagine del resoconto ministeriale in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il dato relativo all’ammontare dei fascicoli nel settore della giustizia civile (numero cresciuto del 3,5 per cento rispetto all’anno precedente) racconta l’incapacità delle misure adottate persino di perseguire l’intento deflattivo cui pretendevano di ispirarsi. Ma un vizio a monte affliggeva quei propositi di presunta riforma, che non sarebbero stati buoni propositi neppure se si fossero dimostrati idonei al raggiungimento dello scopo.
La realtà è che l’intero impianto della riforma della giustizia civile - di cui giustamente il ministro Carlo Nordio ha deplorato la posizione negletta nell’attenzione generale - si fondava su due discutibilissimi pilastri orientativi: e cioè, per un verso, l’affidamento sempre più allargato delle controversie alla c.d. mediazione, rendendone obbligatorio l’esperimento in una quantità di materie; per altro verso, la generale e pervasiva compressione dei diritti e delle facoltà delle parti nel processo.
La mediazione, incentivata dall’obbligo di ricorrervi anziché dalla persuasione che essa offrisse una tutela più efficace e pronta dei diritti dei cittadini, non si rivelava meglio dell’idea di decongestionare il traffico sulle autostrade dirottandolo su un tratturo anziché aprendo una corsia in più. Una scelta che, se pure fosse efficace, implicherebbe un miglioramento del servizio giudiziario tramite l’abdicazione dell’autorità che dovrebbe assicurarlo. Non esattamente un vanto, per un sistema di diritto.
Ma non è soltanto quella scelta abdicatoria a denunciare la stortura complessiva del disinvolto approccio riformatore cui abbiamo assistito. L’altro fronte degli interventi, infatti, era semmai anche più agguerrito nella destituzione dello Stato di diritto, degradato a un arnese desueto. La riduzione del processo civile a una specie di corsa a ostacoli, inviluppato in termini sempre più stringenti per i cittadini che ricorrono al servizio giudiziario e sempre più labili per i magistrati chiamati a renderlo, tradiva l’idea di fondo per cui affidarsi alle cure di giustizia costituisce meno l’esercizio di un diritto che una deplorevole pretesa di petulanza.
Fai causa? E io te la rendo difficile. Vuoi fare appello? E io ti metto tanti di quei dissuasori che ti faccio passare la voglia. Il tutto, si noti, va di conserva con un generale, drammatico decadimento qualitativo della produzione giurisdizionale. Si sprecano ormai, infatti, i nota bene in calce a sentenze e ordinanze posti a segnalare che il provvedimento è redatto con la collaborazione del dott. Tizio, tirocinante. La giustizia in sub-appalto: se pure ottenesse i soldi del Pnrr, non sarebbe propriamente quella che regge un ordinamento affidabile.











