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di Beppe Severgnini

Corriere della Sera, 8 marzo 2026

I conflitti eccitano autocrati e comandanti in capo ma le conseguenze le pagano le persone normali. Ma lo capiranno a Washington, Gerusalemme e Teheran? E lo capiamo noi? Lunedì, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma, ho ricordato i Sillabari di Goffredo Parise, una delizia del Novecento letterario. I racconti sono apparsi come elzeviri sul Corriere, tra il 1971 e il 1982. Parise era un collaboratore assiduo. Ho trovato il suo fascicolo, negli archivi, con l’aiuto della Fondazione Corriere della Sera. La corrispondenza fra autore, direttori, redazione cultura e amministrazione è affascinante: proposte, proteste, rivalità, richieste. Il nostro mestiere con cambia mai.

I Sillabari sono stati scritti nella casa di campagna a Salgareda, sponda sinistra del Piave. Parise era tornato da anni di viaggi e reportage, poi raccolti in Guerre politiche (1976). Carestia nel Biafra, guerre in Vietnam e Sud-Est asiatico, golpe in Cile, Cina. Il racconto delle imperfette felicità italiane - il cuore dei Sillabari - era un anestetico; ma le sofferenze viste non l’abbandonavano. In una lettera spiega: “Lo scrittore cerca il popolo e impara la realtà delle conseguenze”.

Ecco, in poche parole, quello che fatichiamo a capire. La guerra eccita autocrati e comandanti in capo (tutti maschi, quasi sempre anziani); ma le conseguenze le pagano le persone normali. Sotto le bombe in Iran è finita una scuola piena di bambine, un affronto al Dio di tutti. Ma lo capiranno, a Washington, a Gerusalemme e a Teheran? E lo capiamo noi? L’idea che la guerra sia il modo di risolvere i contrasti - in Medio Oriente, tra Russia e Ucraina, in Sudamerica - è vecchia e disastrosa: la nostra Costituzione, come sappiamo, la ripudia. Purtroppo si sta facendo nuovamente strada, nel mondo e nelle nostre teste. Un lettore mi scrive elogiando “chi irride con coraggio il diritto internazionale” (sic!). Dovunque, ascoltiamo considerazioni fredde e stupefacenti: prima tutti virologi, ora analisti militari. Non è cinismo. È stupida, superficiale ignoranza: perfino più pericolosa. Scriveva Parise: “Giudicavo però e ancora giudico ingiusto scoprire tra i cadaveri dei combattenti nord-vietnamiti ragazzi di quindici, sedici anni, fossero o no volontari. Troppo giovani per morire, e soprattutto in Paesi stranieri. Adesso è finita col Vietnam, ma ne avremo altri di Vietnam”. I poeti sono profetici, lo sappiamo. Ma questa profezia, purtroppo, era facile.