sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Liana Milella

La Repubblica, 22 aprile 2022

I dubbi del presidente della Camera sull’applicazione concreta dell’articolo 30 della riforma, che fissa il principio della presenza “paritaria” tra uomini e donne. Il sottosegretario Francesco Paolo Sisto: “È un principio generale”. Ma si rischia il ricorso alla Consulta.

Poche righe, all’articolo 30 della riforma del Csm, ma tali da destare i dubbi del presidente della Camera, Roberto Fico. Riguardano la parità di genere garantita, ma solo a parole, per l’elezione dei futuri componenti laici di palazzo dei Marescialli. Saranno dieci, anziché gli otto di oggi. E tra di loro dovranno esserci anche delle donne. Metà e metà sarebbe il massimo, ma anche un terzo potrebbe bastare. Certo non nessuna donna, proprio come nel Csm in uscita: otto laici, e tutti uomini. Per vedere delle signore bisogna guardare tra i consiglieri togati. E se ne trovano sei su sedici.

Per evitare nuove sorprese, soprattutto il Pd ha spinto per inserire nella legge il principio della parità di genere. Ma cosa c’è scritto all’articolo 30? Eccolo: “I componenti da eleggere dal Parlamento sono scelti, nel rispetto della parità di genere garantita dagli articoli 3 e 51 della Costituzione, secondo princìpi di trasparenza nelle procedure di candidatura e di selezione, tra professori ordinari di università in materie giuridiche e tra avvocati dopo quindici anni di esercizio effettivo, nel rispetto dell’articolo 104 della Costituzione”.

La Costituzione parla chiaro. Articolo 3: “Tutti i cittadini sono uguali, senza distinzione di sesso...”. Articolo 51: “Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza”. L’articolo 104 stabilisce che un terzo dei componenti del Csm viene eletto dal Parlamento.

Sì, ma come arrivarci? Come farlo in concreto? Come essere certi che dalle urne piazzate nell’emiciclo della Camera esca un numero equo di uomini e donne? Qui s’innestano i dubbi di Fico, che ovviamente condivide il principio, ma si preoccupa delle modalità per metterlo in pratica. Che lo striminzito articolo 30 della riforma del Csm di certo non indica.

Quando i dilemmi del presidente della Camera sono arrivati sulla scrivania dei relatori - il dem Walter Verini, Eugenio Saitta del M5S - non hanno trovato una risposta. Per certo proprio Verini è stato uno dei sostenitori più espliciti della necessità di inserire nella legge il principio della parità di genere. Che però manca di una declinazione concreta, efficace al punto da costringere i partiti ad accordarsi su una rappresentanza significativa e “paritaria” anche al femminile.

Il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, avvocato di professione, alle obiezioni ha risposto così: “Questo è solo un principio generale”. Ma il rischio è che, senza regole certe e tassative, ancora una volta le donne finiscano discriminatore. Proprio com’è avvenuto nel 2018. A quel punto non resterebbe che utilizzare una sola via, quella della Corte costituzionale, particolarmente attenta alla tutela dei diritti delle donne, per sanare l’ennesimo vulnus. Perché di certo non basta che alla Camera ci sia la “stanza delle donne”, che alle pareti vede anche la foto della ministra della Giustizia Marta Cartabia come donna rappresentativa in quanto prima presidente della Consulta.