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di Liana Milella

La Repubblica, 14 luglio 2024

Sia al Senato che alla Camera il Guardasigilli non è intervenuto sull’abuso d’ufficio a fronte di un florilegio di interviste. Certo, i cartelli e i “buhhhhhh…” devono far paura. Ma vestire i panni del ministro della Giustizia vuol dire anche questo. Assumersi la responsabilità in Parlamento, con la propria faccia, di quanto si scrive nei disegni di legge e nei decreti e di quanto, in abbondanza, si dichiara nelle interviste. È singolare dunque vedere un ministro che dedica tempo a discettare su Churchill ma poi, quando nelle aule parlamentari, al Senato prima e alla Camera poi, si vota il suo primo e finora (per fortuna) unico disegno di legge, non pronuncia una sola parola.

Al Senato, lo scorso febbraio, Carlo Nordio non mette piede neppure in aula. Si ferma alla buvette, e scambia qualche parola coi giornalisti. Alla Camera invece, per due giorni, passeggia in Transatlantico, pronto al crocchio con i media e a regalare le sue battute a chi gliele chiede. In aula entra solo per ascoltare le dichiarazioni di voto. E prendersi, alla fine, le pacche sulle spalle della sua maggioranza per la gioia dei fotografi che immortalano la scena. Discorsi? Nessuno. Il ministro, con le sue parole, non si assume la responsabilità, nell’unica sede istituzionale consentita che lo richiede, per un ddl che si risolverà di fatto in un’amnistia, come afferma il giurista Gian Luigi Gatta, e come dice il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia. Perché 3.620 processi chiusi con sentenza definitiva che adesso saltano non sono di certo pochi.

In una lunga carriera giornalistica, tutta dedicata alla giustizia, capita di averne avuti di fronte tanti di Guardasigilli. Ne conto ben oltre una dozzina. Altri li ho conosciuti quando sono stati i numeri due del Csm. Come l’indimenticabile Virginio Rognoni. Diversi per storia professionale e per scelte politiche. Ma anche per carattere. Bruttissimo, per esempio, quello di Piero Fassino. Ma come dimenticare Giovanni Maria Flick, il costituzionalista, con i suoi 22 disegni di legge depositati subito appena nominato ministro? O Andrea Orlando, pronto ad affrontare il disastro delle carceri su cui incombeva la super multa della Cedu, con la sfida degli Stati generali dell’esecuzione penale? E Oliviero Diliberto che riesce a riportare in Italia la Baraldini? E Paola Severino con la sua legge anticorruzione? E Alfonso Bonafede con la sua Spazzacorrotti? E Marta Cartabia con ben tre leggi che rivoluzionano la giustizia civile, penale e il Csm che proprio Bonafede le aveva lasciato in eredità? E guardando a destra ecco il leghista Roberto Castelli e l’allora berlusconiano Angelino Alfano che hanno affrontato il Parlamento anche in passaggi per loro delicatissimi, da contestazione assicurata. Né possiamo dimenticare un ministro della Giustizia tecnico come Luigi Scotti. Né tantomeno il super politico Clemente Mastella che in Parlamento era di casa.

Ebbene, in tempi di premierato, lascia stupefatti, ma ahimè se ne capisce l’infausto presagio, che proprio di fronte alle Camere - non nelle interviste, non nei corridoi, non nei talk show - un Guardasigilli non senta il dovere di assumersi fino in fondo la responsabilità politica di decisioni infauste. Perché abrogare l’abuso d’ufficio, rendere inutile il traffico d’influenze, imporre l’interrogatorio del potenziale arrestando, negare alla stampa le intercettazioni, impedire che anche quelle apparentemente non necessarie vengano trascritte, immaginare che siano tre giudici e non uno solo a decidere l’arresto senza badare ai numeri, significa cambiare la storia della giustizia italiana. Lo si può fare, se alle spalle c’è una Meloni, ma bisogna metterci la faccia nel luogo giusto. Davanti alle Camere. Non farlo significa asserire che già oggi esse non hanno più alcun valore. Forse perché vale la piazza. Quella che una volta fu di Mussolini.