sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Domenico Chirico

gliasinirivista.org, 2 agosto 2022

Quest’anno si è tornato a parlare di carcere con la giusta attenzione e finalmente riaccendendo un faro sulla quotidianità devastante del nostro sistema di detenzione. Sia dal punto di vista dei saggi sia con il magistrale Ariaferma di Leonardo di Costanzo, che ne ha restituito tutto il dramma umano ed il significato profondo nelle relazioni tra detenuti e corpo delle guardie carcerarie, sia con un saggio-racconto di Alessandro Capriccioli, “Tre metri quadri. Quattro anni di visite in carcere”, edito da People. L’autore come consigliere regionale radicale ha svolto nel suo mandato numerose visite nei centri di detenzione del Lazio, avvalendosi delle prerogative riconosciutegli dalla legge.

Come giustamente ricorda Luigi Manconi, che firma una importante introduzione al testo di Capriccioli, il carcere vive di contraddizioni: pone in conflitto poliziotti, penitenziari e detenuti, provoca tragedie e disumanizza. I suicidi tra i detenuti sono in media 17-18 volte quelli tra le persone in libertà. Anche i suicidi dei poliziotti penitenziari sono superiori alla media nazionale. Il sistema carcerario costa, nel 2022, quasi 3 miliardi e 200 milioni di euro, per gestire circa 55mila detenuti con una spesa giornaliera di circa 160 euro a detenuto. Meno di un terzo delle persone che escono dal carcere ci ritorna di nuovo per aver commesso un altro reato. Il carcere così come è non funziona: è una macchina da oltre tre miliardi di euro applicata a circa 55mila persone che mediamente vivono in circa tre metri quadrati a testa.

Peraltro è noto che in Italia, a differenza di ogni altro paese d’Europa, le misure alternative alla pena sono molto limitate ed appunto l’intero sistema non mira in nessun modo alla rieducazione dei detenuti. Ma ne peggiora lo stato.

Il saggio di Capriccioli ci ricorda esattamente questi dati ma lo fa parlando di persone. Di guardie carcerarie che guardano con sospetto i monitoraggi, di amministrazione penitenziaria che punisce in contesti già del tutto disumani. E anche di operatori sensibili ed attenti, ma provati da un sistema che non aiuta nessuno di chi ci vive. E poi al centro ci sono sempre detenute e detenuti. Nei loro tre metri quadri, nell’impossibilità spesso di studiare o lavorare. A conquistarci ogni giorno sopravvivenze precarie. Colpisce del saggio la figura dei malati che sono in carcere. E che non dovrebbero rimanerci. O la storia di trasferimenti fatti in massa per problemi di ordine interno che interrompono interi percorsi di studio.

Su tutti a chi scrive rimangono impresse le storie del centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria. Non perché peggiore o migliore ma perché la detenzione amministrativa dei migranti in attesa di espulsione è il massimo del nonsense in questo sistema punitivo e repressivo. Le battaglie per chiudere quel luogo sono tutte fallite negli anni ed è sempre lì che anche se mezzo vuoto continua a generare suicidi, detenzioni assurde e quasi nessuna espulsione.

Il racconto poi delle irriducibili di Rebibbia, le ex brigatiste, è molto interessante. Perché va a toccare chi in carcere ci deve passare l’intera esistenza e come si è organizzato per sopravviverci. Anche diventando meno aggressivo nel tempo, come in questo caso. E poi ci sono le madri con i figli, altra assurdità tutta italiana. Con bimbi detenuti loro malgrado e senza che il sistema sia in grado di produrre misure alternative. Il saggio in realtà ci racconta tutte le tipologie di strutture detentive presenti nel Lazio arrivando alla conclusione che il carcere va abolito. Tema storico delle battaglie radicali ma di cui il lettore anche si comincia a convincere dopo le descrizioni delle condizioni di vita dei detenuti. Ci si rende conto di come questo sistema costoso e punitivo non vada da nessuna parte. Non produca nulla per la società e spesso aumenti anche i rischi. È noto come peraltro in molte carceri gli immigrati provenienti da paesi dove è prevalente la religione islamica spesso diventino credenti e si radicalizzino. O come si possa entrare in giri criminali peggiori di quelli di provenienza.

Anche se i tempi in Italia non sono maturi per aprire un dibattito politico sull’abolizione del carcere, il libro ci aiuta a capirne l’assurdità. E lo fa con un linguaggio diretto e semplice che sarebbe estremamente utile anche per le scuole superiori e più in generale ad un pubblico più ampio di chi è già sensibile. Sarebbe utile diffondere questo saggio invece di affidare la conoscenza del reale a Netflix, che alla fine è altro strumento consolatorio. Mentre una consapevolezza diffusa di come sia - mal - ridotto il mondo carcerario oggi aiuterebbe a creare una coscienza collettiva che favorisca il superamento di molte strutture e realtà retaggio di una cultura ottocentesca. Inutili inoltre perché anche il fuori dal carcere oggi è iper-controllabile e controllato, tra dati di telefonia mobile, telecamere ovunque e droni.

Speriamo che “Tre metri quadri” sia uno strumento reale di cambiamento e riflessione. Perché alla fine, come dice l’autore, quando in un paese le cose funzionano, funzionano per tutti. Altrimenti rischiano di non funzionare per nessuno. E il carcere non può essere una discarica che fingiamo di non vedere e di non essere prossimi a ciò che sta producendo il tempo presente.