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di Giuseppe Muolo

Avvenire, 1 maggio 2026

Voci di speranza, voci di riscatto. Sono i cappellani e gli operatori della pastorale penitenziaria riuniti ad Assisi. Un passato da tossicodipendente. Un presente e un futuro da pasticciere. Tommaso non si guarda più indietro. Quel “tunnel” - così lo chiama - che lo ha condotto in carcere è ormai un capitolo chiuso. Adesso aiuta chi è nella sua stessa condizione di allora. La svolta è arrivata grazie all’incontro con la Cooperativa Noi e Voi, che nella Casa Circondariale “Carmelo Magli” di Taranto porta avanti un laboratorio di pasticceria e buffet, in collaborazione con l’omonima associazione.

Il cavallo di battaglia è il panettone artigianale realizzato rigorosamente con 24 ore di lievitazione naturale e ingredienti del territorio. Una vera e propria “opera d’arte”. Lo scorso Natale ne sono stati venduti quasi 6 mila. “Non sapevo nemmeno che cosa volesse dire preparare un dolce - racconta Tommaso -. Nella mia vita non avevo mai lavorato. Ma questa esperienza mi ha aiutato a tirare fuori un grande bagaglio di positività che non pensavo di avere. La mia è una storia di riscatto personale”. E non è l’unica. Sono tante quelle che in questi giorni stanno venendo alla luce grazie alle testimonianze dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria che si sono riuniti ad Assisi per il convegno nazionale, in programma fino a domani. Tommaso ormai è diventato uno di loro.

La sua rinascita dimostra che i percorsi rieducativi funzionano. E che dovrebbero essere maggiormente promossi e incentivati. Una strada che lo stesso Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ha indicato ieri in apertura della mattinata di interventi. Un grande applauso ha accompagnato un suo suggerimento, “da studioso”, proprio su questo tema. “Dobbiamo avere un’idea di risposta sanzionatoria che possa anche essere adeguatamente simbolica di una differente gravità dei reati”, ha sottolineato, proponendo di sostituire la formula “condanna alla pena di…” con “dispone il percorso rieducativo per anni”.

In questo senso, Pinelli ha invitato a “cambiare paradigma” e a “restituire alla legge il suo valore umano”, perché “versiamo in un’inarrestabile crisi dell’ideale rieducativo”. Il diritto penale moderno “non deve limitarsi a punire - ha detto -, ma deve restituire alla società individui più consapevoli, capaci di riscrivere il proprio futuro e protesi al bene”. E questo significa “offrire strumenti, insegnare a studiare e a riflettere”. Tuttavia, ha aggiunto, “attualmente c’è un grande scarto tra i princìpi e la realtà”. E questo “genera frustrazione e rabbia, che non possiamo ignorare”. Da qui, ha esortato a “ripensare in modo profondo il sistema penale, abbandonando barriere ideologiche”.

Il vicepresidente del Csm ha ricordato che il Codice penale nel 2030 compirà cent’anni. “È arrivato il momento di fermarsi a riflettere e fare il punto, per immaginare la giustizia del futuro”, ha incalzato. E ha suggerito al mondo dell’avvocatura, degli accademici, della magistratura e della politica, “di qualsiasi colore”, di iniziare “una riflessione profonda su questi temi”. Un’urgenza condivisa anche dal professor Marco Ruotolo, professore ordinario di Diritto costituzionale pubblico all’Università degli Studi Roma Tre. Il docente ha parlato del carcere come “luogo della diseguaglianza in entrata in corso di espiazione della pena, e in uscita”.

Una situazione non tollerabile, soprattutto se si considera che “fa parte del territorio della Repubblica”. Su questo, dunque, ha detto, bisogna lavorare. Anche perché, ha aggiunto, nel nostro Paese “manca una cultura costituzionale della pena”, che spesso viene intesa come una “vendetta”. Sulla strada completamente opposta alla vendetta, si muovono invece tutte le esperienze dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria. Nella giornata di oggi, che si concluderà con la Messa celebrata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, sarà presentata la mappatura di 165 realtà che offrono accoglienza residenziale e inclusione lavorativa ai detenuti.

“È stata realizzata tramite un questionario”, spiega Alessia Santoro, volontaria e operatrice. Un numero ancora “parziale”, ma importante per iniziare a conoscere quello che già c’è sul territorio. “Sarà creato un portale - spiega Santoro - al quale i cappellani potranno accedere per visionare tutte le strutture nel territorio nazionale”. I dati registrano “una forte presenza nel Sud Italia, pari quasi a quella del Nord”. Ma se nel Settentrione le realtà sono distribuite in tutte le regioni, “nel Mezzogiorno sono maggiormente concentrate in Campania e in Sicilia”. A Salerno, per esempio, da più di dieci anni, nella casa di accoglienza per misure esterne al carcere “Domus Misericordiae”, ottanta detenuti hanno scontato l’ultimo periodo della pena lavorando nel laboratorio di ceramica. “Creano bomboniere solidali e oggetti da arredamento - racconta don Rosario Petrone, cappellano della casa circondariale “A. Caputo”.

L’attività infonde in loro grande serenità”. Un’esperienza simile è portata avanti nel carcere di Secondigliano, dove i detenuti, grazie al progetto “Albus Sacer”, imparano a lavorare in un laboratorio di sartoria. “Realizzano paramenti liturgici, borse con materiali riciclati e anche le toghe per i magistrati”, racconta il cappellano, don Giovanni Russo. Recentemente, due di loro hanno trovato un’occupazione nel settore della tappezzeria. Lavoro, accoglienza e servizio. Per don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, sono questi “i pilastri del cambiamento del sistema carcerario”.