di Mario Di Vito
Il Manifesto, 22 novembre 2024
Nuovo decreto sulla giustizia. Imparzialità e libertà di espressione nel mirino. E per gli hacker arriva l’arresto in flagranza. Essere imparziali, ma anche sembrare tali. Come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. È una questione sulla quale i giuristi hanno prodotto nei decenni tonnellate di riflessioni e che, in effetti, dà da pensare anche all’opinione pubblica, con il governo che si propone di sciogliere il nodo per decreto. Ieri mattina, alla riunione preparatoria convocata mentre la premier Meloni è in Sud America dal sottosegretario Alfredo Mantovano in vista del consiglio dei ministri in programma per lunedì, nello schema dell’ennesimo decreto sulla giustizia, al punto 4, leggiamo che tra gli illeciti disciplinari dei magistrati ci sarà anche “la consapevole inosservanza del dovere di astensione nei casi in cui è previsto dalla legge l’obbligo di astenersi o quando sussistono gravi ragioni di convenienza”.
Cosa sarebbero le “grave ragioni di convenienza” non lo sa nessuno - il concetto è molto largo - ma certo c’entrano qualcosa le polemiche delle ultime settimane, come quelle contro la giudice di Roma Silvia Albano e il suo collega di Bologna Marco Gattuso, le cui decisioni hanno messo in crisi i piani albanesi del governo e che, tra le altre cose, sono stati accusati di aver già espresso pregiudizi tecnici su certi provvedimenti. Con questo nuovo illecito disciplinare, per dirla meglio, aver espresso critiche su una legge potrebbe diventare “una grave ragione di convenienza”. A ben guardare, comunque, questa nuova norma sbatte con l’articolo 51 del codice di procedura civile, che renderebbe la questione facoltativa: i giudici, cioè, hanno già la facoltà di chiedere ai propri superiori di potersi astenere per tutti i motivi non già espressamente previsti. La motivazione addotta dal governo per questa misura di “straordinaria necessità e urgenza” risiede nell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e ha lo scopo dichiarato di “parificare espressamente, a fini di rilevanza disciplinare, i casi di obbligo di astensione tipizzati dalla legge a quelli in cui l’astensione è soggettivamente rimessa alla sussistenza delle gravi ragioni di convenienza”. Tutto questo mentre per la cancellazione dell’abuso d’ufficio dal codice penale è stata tirata in ballo (da sei ordinanze di rinvio) la Corte costituzionale.
“È una norma pericolosa - dice Giovanni Zaccaro, segretario di Area democratica per la giustizia -. Si vogliono ridurre i magistrati a burocrati silenziosi con la conseguenza di impoverire il dibattito culturale e giuridico del paese che rimarrebbe privo del contributo e magistrati che sperimentano sul campo i problemi della giurisdizione”. Anche il consigliere indipendente del Csm Roberto Fontana manifesta qualche perplessità: “Così formulata la norma si presta ad un’estensione dell’esercizio dell’azione disciplinare in particolare ai casi di partecipazione dei magistrati al dibattito pubblico rispetto ai quali sono emerse radicali diversità di opinioni tra esponenti del potere esecutivo e la magistratura”.
È evidente, del resto, che nonostante la questione dell’imparzialità sia da sempre centrale e di sicuro meriti più di qualche ragionamento astratto, non si può non rilevare che le tempistiche dell’intervento del governo siano quantomeno sospette, inserendosi nello scontro sempre più duro in atto tra il governo e la magistratura. Giusto mercoledì, votando una pratica a tutela dei giudici di Bologna, il plenum del Csm ha preso una decisa posizione, sottolineando quanto, per così dire, l’esecutivo sia andato molto oltre la legittima facoltà di criticare i provvedimenti della giurisdizione e sia arrivato spesso e volentieri a insultare chi ha assunto certi provvedimenti (in tutta evidenza sgraditi). E poi tutti gli altri capitoli del romanzo della battaglia sulla giustizia: il tentativo per emendamento di esautorare le sezioni specializzate in immigrazione; i decreti scritti e riscritti sulla base delle sentenze sfavorevoli; la richiesta di apertura di una pratica “per incompatibilità ambientale” contro il segretario di Magistratura democratica Stefano Musolino, colpevole di aver criticato il decreto sicurezza; la perenne accusa di “comunismo” scagliata addosso a ogni toga che non si allinea al millimetro con le posizioni del governo. Un elenco lungo e che non appare destinato a chiudersi di qui a breve.
Nel pacchetto di misure che finiranno al Consiglio dei ministri, comunque, tra le altre cose, il governo proverà anche a mettere una pezza legislativa ai tanti casi di furto di informazioni dai database investigativi emersi negli ultimi mesi. Come? Inasprendo le sanzioni, nella (vana) speranza che questo possa essere un deterrente: potrà essere arrestato in flagranza chiunque si renderà colpevole del reato di “accesso abusivo a un sistema informatico o telematico in sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico”.










