di Roberto Cavalieri e Christian Donelli
parmatoday.it, 19 agosto 2025
Caldo asfissiante con temperature che sfiorano i 40 gradi, celle strette e sovraffollate. Proteste, tentativi di autolesionismo. Ma anche storie mai raccontate, tracce di vite ‘complicatè che si possono rintracciare solo qui. Vivere all’interno di un carcere, nel mese di agosto 2025, a pochi passi da noi. In via Burla a Parma e nelle altre città dell’Emilia-Romagna. In dieci puntate la nostra nuova rubrica affronterà le tematiche dei reclusi grazie alla collaborazione tra le testate del gruppo Citynews della regione e Roberto Cavalieri, Garante dei Diritti dei detenuti della Regione Emilia-Romagna. Cavalieri racconterà, in dieci reportage esclusivi, quello che vedrà all’interno delle strutture penitenziarie, le storie con le quali verrà in contatto.
Inizia questo viaggio estivo nelle carceri della regione Emilia-Romagna. Il mio ruolo di Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative e privative della libertà personale mi permette di muovermi con grande facilità in questi luoghi altrimenti invalicabili se non dopo lunghe procedure e forti motivi di collaborazione con l’amministrazione penitenziaria. Ma il risultato non è scontato. Invece, nel mio ruolo, un articolo dell’ordinamento penitenziario, precisamente il n. 67, mi permette di visitare senza alcuna autorizzazione tutti i luoghi dove sono presenti o possono essere recluse persone che di trovano in condizioni di limitazione della loro libertà in forza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Il ruolo di garante me lo ha assegnato l’Assemblea Legislativa nel febbraio del 2022 dopo una votazione dei consiglieri regionali della scorsa legislatura.
Questo viaggio estivo non è il primo. L’ho in verità fatto tutti gli anni da quando sono stato eletto. Ma questa è la prima volta che darò una restituzione in forma di articoli o reportage di quello che vedo, ascolto, provo in questi luoghi, le carceri, presenti nell’immaginario di tutti ma respinto dalla cultura anche dei paesi più progrediti come il mio.
La ragione di questa iniziativa la trovo nel meccanismo volgare e ripugnante che scatta ogniqualvolta una testa giornalistica pubblica nei social notizie di eventi relativi al carcere e ai detenuti. Questo meccanismo porta alla pubblicazione di interventi e commenti che nulla hanno a che fare con il senso delle nostre leggi, il significato che ha la pena, l’esistenza degli inviolabili diritti umani. Tra i tanti commenti quello che ho più vivo, anche perché si ripete spesso, è quello che leggo dopo una notizia relativa ad un suicidio… “uno di meno” scrivono i contabili dell’ignoranza nella rete.
Dentro il carcere di Parma: “La prima volta sono entrato 32 anni fa”
Il carcere di Parma. Qui inizia questo viaggio. È l’istituto che conosco meglio. La prima volta ci sono entrato il 24 marzo 1993 per coordinare dei corsi di formazione professionale per detenuti. Oggi, 32 anni dopo, varco il primo controllo come Garante regionale. Il “buongiorno” che scambio con i poliziotti ha lo stesso tono tecnico ed educato di sempre. Molti di loro sono a me volti noti da tanti anni. Tanti altri cambiano nel tempo ma conosco il significato del loro ruolo e i loro compiti.
Avverto la direzione che accedo all’istituto. È un atto dovuto e che fa parte delle regole del contesto perché la prima “legge” in un carcere è il mantenimento dell’ordine e della sicurezza. Quindi è bene che ogni spostamento sia comunicato, conosciuto, atteso. La sicurezza è quella di tutti gli operatori ma anche dei detenuti stessi. In questa visita ferragostana mi concentro su un contesto che configura la difficoltà di vivere in cattività, in gabbia, ovvero vivere come un detenuto senza alcuna certezza per il futuro.
Il contesto è quello dei detenuti del circuito dell’alta sicurezza 1. Si tratta di persone che sono passate dal regime più duro di detenzione, quello del 41 bis, per poi, con il passare del tempo e il mutare delle circostanze, sono decaduti dai ruoli apicali dei cartelli mafiosi perdendo la capacità offensiva verso lo Stato. Sono disposti su due piani differenti. Per accedervi mi presento al capoposto, un uomo della Polizia penitenziaria che coadiuva l’Ispettore coordinatore del reparto. Si tratta quasi sempre di uomini giovani ma sempre con grande propensione alla gestione delle criticità e con una particolare attenzione alla prevenzione dei problemi. Per potere fare questo gli uomini in divisa conoscono ogni singolo detenuto, lo loro storia criminale, il loro comportamento e la “qualità” delle relazioni con gli altri reclusi. Io la chiamo “ingegneria dell’osservazione” perché per mantenere l’ordine e la sicurezza è necessario conoscere ogni possibile variabile in un sistema chiuso, come una sezione di un carcere, dove si possono trovare dalle 30 alle 50 persone alla volta a vivere tutti i giorni di tutto l’anno per tanti anni.
Nelle celle roventi con i detenuti con ergastolo ostativo: in pochi usciranno vivi di qui
Cammino lungo la sezione che è un lungo corridoio con 25 celle su un solo lato. Ci sono detenuti che mi ignorano, altri chiedo chi sono, altri li conosco e ci si ferma per un “come va?”. La sezione è caldissima. L’aria è veramente ferma e umida. I reclusi sono chiusi nelle celle. C’è chi dorme, chi guarda la televisione, chi si fa un caffè, chi legge. Normalmente nelle sezioni dell’alta sicurezza regna l’ordine e la pulizia per tante ragioni. La cultura detentiva dei ristretti, qui ci sono persone, tante, con l’ergastolo ostativo e quindi l’alta probabilità di arrivare alla fine della vita terrena in carcere, l’età media avanzata, la presenza di tanti con malattie anche serie. Il mio percorrere il lungo corridoio della sezione va alla velocità che impone passare davanti a 25 celle, dare una occhiata dentro, incrociare lo sguardo con il detenuto e comprendere se devo passare avanti oppure ricevo un cenno del volto del detenuto che apre a un saluto e a uno scambio.
Uno di questi è molto anziano. Ha un forte accento siciliano e non riesco ad agganciare tutte le parole che dice. Si lamenta del caldo. La sua cella è veramente calda, una tenda fa ombra nella stanza ma toglie la luce rendendo lo spazio ancora più piccolo. L’unica cosa che porta sollievo è mantenere in ordine uno spazio povero di cose ma dove si deve fare tutto: dormire, mangiare, fare la doccia, andare in bagno, guardare la tv, leggere… L’uomo mi racconta delle sue patologie: il cuore che non è più quello di una volta, le gambe che si gonfiano, la pressione che va dove vuole. Mentre parla agita le mani e le porta al viso. Forse c’è una agitazione che può sembrare commedia ma in quella cella rovente bisogna starci praticamente tutto il giorno e l’unica alternativa è “andare all’aria” ovvero in un cassone di cemento senza tetto dove, in estate, la temperatura rende la vita una cosa da odiare. Quello che dice questo detenuto è umanamente vero. Il suo passato e i suoi crimini non li conosco ma quella cella calda non sono un rimedio alle sue colpe.
Lungo la sezione rivedo detenuti che conosco da ormai dieci anni. Il loro ergastolo li inchioda nelle loro celle come se fosse una croce. Uno di loro mi parla del diniego ricevuto dal magistrato di sorveglianza alla richiesta di un permesso. Leggo il decreto che mi porge con rispetto anche verso il contenuto, seppur drammatico per lui, ma è comunque la decisione di un giudice il quale ritiene che nonostante la lunga carcerazione non si sia ravveduto rielaborando i crimini commessi. Mi chiedo quali siano state le occasioni offerte per “ravvedersi” in un luogo dove non esiste praticamente il lavoro e la cultura entra con il contagocce. Ma tant’è la decisione va rispettata. L’età avanza per lui come per tutti. Entrato nei primi anni ‘90 in carcere, ergastolano, gli anni sono arrivati a 70. Io non ho alcun margine per intervenire perché non entro nel merito delle decisioni di magistrati. Rimaniamo d’accordo di rivederci presto e lui ritenterà con una nuova istanza tra qualche mese magari con la mia disponibilità ad accompagnarlo per qualche ora fuori dal carcere.
Esco dalla sezione e nel piano che porta alle scale passo rapidamente anche per cercare aria. Un detenuto di un altro reparto mi chiede un colloquio riservato. Significa che mi vuole parlare a quattr’occhi. Io e lui soli in una stanza senza che nessuno ascolti, neppure la polizia. Il capoposto è un uomo sveglio e attento e in un lampo trova una stanza dove io e il detenuto ci sediamo uno di fronte all’altro. Capisco subito che è un uomo di un altro tempo. Il suo modo di parlare e la sua educata modalità di rivolgersi a me, mi riporta agli anni ‘90 quando tutti i detenuti erano come lui. A quei tempi la cultura criminale imponeva ai suoi discenti uno stile e un rispetto verso gli altri e regole precise da rispettare, anche se spesso non erano regole legali.
In carcere da oltre 50 anni
Anche lui è siciliano, ma è solo un caso. Quando ho questo tipo di colloqui chiedo un kit di informazioni minime a tutti. Lo stato giuridico, la data di inizio della detenzione, il fine pena, da quanto tempo si trovano nel carcere in cui si tiene il colloquio. Mai nulla del delitto e del reato questo perché come garante mi occupo dei diritti dei detenuti nel corso della detenzione e non della regione della loro reclusione.
Mentre l’uomo parla l’aritmetica del tempo che scandisce la sua storia è asfissiante come il caldo nelle celle. Ha 81 anni, dal 1964 al 2014 è stato senza alcuna tregua in carcere. Entrato per un reato ne accumula altri nel corso della detenzione. Arriva è compiere sette omicidi tra le sbarre per eliminare gli avversari perché ai tempi “ti volevano sottomettere” e lui non voleva. Ha fatto sette anni a Pianosa e altri sette all’Asinara, anni durissimi per le carceri, per i detenuti e anche per l’Italia. Sul suo corpo ha mappato oltre mezzo secolo di “galera” con 50 tatuaggi. Il più ricorrente riporta il nome della moglie che è “la donna più bella del mondo”, unica ragione per accettare una vita in galera. Oggi è di nuovo in carcere accusato per di crimine ancora grave. Mi racconta come riempie il tempo facendo rose di carta crespa e che ha voluto questo colloquio con me per dirmi la massima che ritiene un pilastro della sua filosofia di ergastolano: “Io non sono amico delle guardie. Io non sono avversario delle guardie” e lamenta il fatto che questa regola oggi non è più rispettata e le carceri sono peggiorate e i detenuti si lamentano per nulla e non accettano più i “no” che avevano fatto “crescere” e resistere la sua generazione. Oggi è cambiato tutto e anche la mentalità di questi detenuti di “razza”, gli alta sicurezza.
L’uomo non sostiene con altre parole il suo teorema e prendo la richiesta del suo colloquio con me come un modo per volermi spiegare che ormai è tutto un lamento, non c’è rispetto e che lui ha smesso di credere a tutto. È felice solo quando rivede al colloquio la “donna più bella del mondo”.
Il detenuto che si è suicidato? Ho visto il corpo e i suoi compagni
Abbandono il reparto e scendo i tre piani che mi riportano al punto di partenza. Prima di andarmene giro lo sguardo verso la sezione Iride lasciandomela alle spalle. Si tratta della sezione di isolamento, dove ero stato la settimana prima quando si era suicidato un detenuto di 53 anni, sempre dell’alta sicurezza. Impiccato in modo deciso, perché quando i detenuti lo vogliono fare sul serio lo fanno agganciando il collo alle sbarre della finestra con un qualunque pezzo di tela, anche l’elastico delle mutande come questa volta. Si mettono in piedi sul letto che è dannatamente vicino alle sbarre e fanno un salto per spezzarsi l’osso del collo. Tutto finisce in un lampo.
Il suo corpo riverso a terra nella cella, con l’espressione di chi perisce per una conseguenza violenta ma voluta, l’ho visto. Non è stata la prima volta. Lo scorso anno nella cella accanto era stata la volta di un uomo di origine tunisina che si era tolto la vita con le stesse identiche modalità. Ho visto anche i compagni, della piccola sezione Iride, ancora vivi che si trovavano nelle celle vicine a quella in cui si trovava quel cadavere, quell’”uno di meno” slogan sociale del mondo della rete e della pubblica opinione. Totem di un mondo che ha perso il senso del rispetto.











