di Christian Donelli
parmatoday.it, 3 marzo 2025
Intervista al Garante dei detenuti della Regione Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri: “In via Burla più di 750 detenuti, solo un indulto riuscirebbe a portare la calma”. Il carcere di Parma, le condizioni dei detenuti e quelle degli agenti della polizia penitenziaria. In via Burla si è superato il numero di 750 reclusi e il sistema non ce la fa più. Ogni giorno rischia il collasso. Nel corso del 2024 ci sono stati 3 suicidi, sui 9 totali registrati nei penitenziari della Regione Emilia-Romagna. Gli atti di autolesionismo sono in costante aumento, così come i tentativi di suicidio. Il parmigiano Roberto Cavalieri, dal 2022, è il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale. “Il carcere è un luogo di marginalizzazione sociale e discarica sociale. Luogo dimenticato nello spazio politico se non quando eventi come i suicidi colpiscono le coscienze”.
E sul sovraffollamento: “Il carcere di Parma ha oramai superato le 750 presenze quotidiane e il sistema non regge più. Di fatto solo un indulto riuscirebbe a portare la calma ma il contesto politico nazionale sembra non dare troppe speranze. Nel carcere di Parma sono presenti molti detenuti ergastolani, persone anziane, oltre 200 detenuti sono portatori di patologie serie, molto diffusa è la sofferenza psichica”
Quali sono le tre maggiori criticità del carcere di Parma?
“Per rispondere a questa domanda bisogna prima definire quali sono le finalità di un carcere e poi verificare cosa non permette di assolvere ad una funzione. Allora partiamo dall’inizio. La funzione della pena, che può essere espiata in carcere, è quella di tendere alla rieducazione del condannato e le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Ora per riuscire in questa funzione, pilastro di un carcere, si deve realizzare un trattamento del detenuto che consiste in una complessità di pratiche che hanno lo scopo di rieducare i detenuti attraverso il lavoro, la scuola, la formazione, lo sport, etc. con la prospettiva della reintegrazione sociale dei detenuti. Detto questo la sua domanda la riformulo in “quali sono le tre maggiori minacce al trattamento del detenuto”.
La prima è in assoluto la scarsa considerazione che ha il mondo penitenziario nella società. Il carcere è un luogo di marginalizzazione sociale e discarica sociale. Luogo dimenticato nello spazio politico se non quando eventi come i suicidi colpiscono le coscienze. Il carcere ha invece bisogno di una considerazione continua sia da parte della società civile che della politica e deve essere considerato uno specchio in cui la società libera deve guardarsi. La seconda minaccia è legata alla complessità del contesto. A Parma troviamo persone anziane, malati, stranieri, tossicodipendenti, persone in sofferenza psichica, poveri, giovani adulti. Di fatto un contesto nel quale le pratiche trattamentali hanno scarsi risultati perché non si riesce ad individualizzare l’offerta delle attività e quelle che vengono realizzate non sono sempre funzionali alle caratteristiche delle persone che troviamo in carcere. La terza minaccia è nella arretratezza dei sistemi del lavoro e dell’educazione che si realizzano in carcere dove i detenuti sono sotto alfabetizzati nell’utilizzo del digitale, nelle pratiche del lavoro e troppo spesso si ha a che fare con l’analfabetismo e la sofferenza patita ha compromesso i desideri di questi esseri umani. Queste tre minacce valgono per un qualunque contesto detentivo. E anche a Parma si soffrono gli effetti di queste sfide”
Quali sono i tre interventi che andrebbero effettuati in emergenza per garantire migliori condizioni all’interno?
“Una riduzione delle presenze è oramai inevitabile. Il carcere di Parma ha oramai superato le 750 presenze quotidiane e il sistema non regge più. Le piante organiche del personale anche se non migliorate negli ultimi tempi in termini di numero è composto da personale stressato e oramai sfinito. Questo vale sia per il personale dell’amministrazione penitenziaria che della sanità. La comunità esterna non ha aumentato presenze di volontari e offerta di attività alla stessa velocità con la quale sono cresciuti i detenuti. Di fatto solo un indulto riuscirebbe a portare la calma ma il contesto politico nazionale sembra non dare troppe speranze e la preoccupazione e lo sconforto sono sempre più presenti.
Il secondo intervento deve riguardare ad un rinnovamento della cultura dei contesti territoriali che devono puntare ad una cultura dell’accoglienza e del contrasto della povertà. In carcere sono presenti moltissimi detenuti che potrebbero accedere ai benefici penitenziari e iniziare un percorso all’esterno ma troppo spesso verso la povertà si applicano logiche che considerano il finanziamento di progetti per queste persone un “costo” e non un investimento anche in termini di sicurezza e di benessere. Così nella stragrande maggioranza dei casi i detenuti fatto tutta la loro pena in carcere ed escono a pezzi da questa esperienza sino a ricadere di nuovo nel crimine.
Il terzo intervento racchiude i due precedenti e la risposta definitiva alla sua domanda: bisogna costruire speranza e definire orizzonti raggiungibili per i detenuti attraverso interventi ed investimenti che abbiano un approccio differente da quello che spesso vedo nelle carceri e improntato sull’intrattenimento o come li definì Mauro Palma, il primo garante nazionale, interventi di “infantilizzazione” fini a se stessi e che non costruiscono una prospettiva futura”
Nel 2024 in Emilia-Romagna ci sono stati 9 suicidi di detenuti, di cui 3 solo a Parma…
“Per rispondere in modo corretto alla sua domanda bisognerebbe percorrere ciascun evento suicidario per cercare di capirne le cause. Ciascuna di queste vite, perse nella maggior parte dei casi in un cappio che ha impiccato questi esseri umani, merita rispetto e la ricostruzione delle loro sofferenza e di quanto avvenuto non restituirebbe giustizia a queste persone ma almeno la dignità al loro ricordo. Il filo che collega tutte queste vite è la perdita di speranza, l’abbruttimento sofferto nella quotidianità della vita detentiva, la perdita di contatto con l’esterno e con i propri affetti (quando si ha la fortuna di conservarli), la perdita della speranza quando ci si accorge che dentro al carcere sono centinaia le persone che hanno il tuo stesso problema e che non troverà mai una soluzione.
Sarebbe importante un giorno riscrivere la storia di questi suicidi pubblicando le immagini dei foto-rilevamenti che fa la Polizia penitenziaria alla scena di ciascun suicidio. Forse ci fermeremmo tutti, ma veramente tutti, e l’enorme quantità di sciocchezze che si sentono tacerebbe immediatamente. Quelle scene, che io personalmente ho visto, sono il punto terminale di sofferenze patite e risposte mai ricevute. Per risolvere il problema dei suicidi in carcere non è necessario altro che la volontà collettiva, sociale e politica che la comunità esterna deve avere, di portare speranza oltre le mura di un carcere e indignarsi per le condizioni in cui versano quelle strutture. Bisogna indignarsi del fatto che i detenuti non ricevono i migliori servizi possibili perché contro la devianza, la recidiva e la delinquenza la società deve combattere con i migliori servizi possibili”
Il procuratore generale di Bologna Paolo Fortuna e l’avvocato generale dello Stato Ciro Cascone, nella loro relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario parlano di un indice medio di sovraffollamento, nelle carceri dell’Emilia-Romagna, del 130%...
“Per le ragioni che ho detto nelle precedenti risposte le carceri si gonfiano di persone. Io sono stato eletto dall’Assemblea legislativa nel febbraio del 2022. In 3 anni il numero di detenuti presenti in Emilia-Romagna sono saliti di 500 unità. Tenuto conto che la taglia media di un carcere nella nostra regione è di 380 detenuti è come se in 3 anni fosse nato un nuovo carcere. Il sovraffollamento riguarda solo i detenuti media sicurezza, coloro che hanno compiuto reati comuni. Uso di sostanze stupefacenti e la povertà sono le maggiori cause di carcerazione. Esistono solo due ricette possibili. La prima è quello di potenziare le politiche di contrasto alla povertà e le opportunità di accoglienza, per i tossicodipendenti, di entrare in comunità terapeutica. La seconda è potenziare gli investimenti a sostegno delle persone che possono accedere ai benefici penitenziari ovvero accoglienza e lavoro”
Quali sono le condizioni di vita all’interno del carcere di via Burla - sia per i detenuti che per gli agenti della Penitenziaria - che ha riscontrato durante la sua ultima visita in via Burla?
“Sono condizioni dure per tutti. Ogni tanto c’è qualche luce di speranza portata dai volontari, dai provvedimenti dei magistrati, dal coraggio di un ufficiale o del comando della penitenziaria ma la quotidianità è veramente dura. Nel carcere di Parma sono presenti molti detenuti ergastolani, persone anziane, oltre 200 detenuti sono portatori di patologie serie, molto diffusa è la sofferenza psichica. È una battaglia quotidiana per gli uni, i detenuti, per sopravvivere, e per gli altri, gli operatori, per resistere alla pressione delle condizioni di lavoro”.
La testimonianza di un ex detenuto che abbiamo raccolto qualche mese fa parla di pastiglie tritate e sniffate da parte dei detenuti. Quanto è presente questa realtà in carcere?
“Quello dell’accumulo di farmaci e del loro uso è un fenomeno diffuso alla quale va detto la sanità regionale è corsa ai ripari con diverse strategie come la riduzione e il controllo dei farmaci più ricercati dai tossicodipendenti oppure con l’utilizzo di sistemi di registrazione digitale dei farmaci prescritti ai detenuti. Tuttavia data la grande quantità di detenuti che usano psicofarmaci e la povertà che porta a dare un valore economico ai farmaci, così come alle sigarette, alla droga o ai telefonini (quando vengono superati i controlli) la vita penitenziaria rischia di diventare vittima di un mercato parallelo e illegale contro il quale l’opera della penitenziaria, nell’emergenza, è fondamentale ma il vero modo per ridurre questi fenomeni e rifondare il rapporto con i detenuti sulla base di una rivisitazione del senso della pena”.











