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La Repubblica, 2 aprile 2022

Una chiamata alla città per conoscere la situazione delle 700 persone ristrette e attivarsi per la loro inclusione. Far conoscere la situazione del penitenziario e delle persone ristrette era l’obiettivo dell’incontro che si è svolto lo scorso martedì 29 marzo all’Istituto di Saveriani, organizzato da CSV Emilia e dal Consorzio di Solidarietà Sociale, con il sostegno di Fondazione Cariparma.

Un appuntamento che è parte di un programma più ampio, dedicato alla formazione degli enti del terzo settore e dei cittadini interessati a conoscere l’ambito penale e della giustizia di comunità.

La responsabile dell’Area Pedagogica del Penitenziario di Parma, Maria Clotilde Faro con le funzionarie Annunziata Lupo e Alessandra Porfirio, e Roberto Cavalieri, Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Emilia-Romagna, si sono confrontati con chi opera a vario titolo in ambito penale: associazioni di volontariato e di promozione sociale, enti di formazione professionale, cooperative sociali, studenti e tirocinanti dell’Università di Parma.

Un’occasione importante per portare all’attenzione della comunità uno spaccato di vita significativo: il carcere visto dall’interno. Il carcere è come una lente di ingrandimento, un luogo dove si evidenziano e si concentrano i problemi sociali che ritroviamo all’esterno, con l’aggravante della condizione di reclusione.

Fra le circa 700 persone ristrette, ci sono sempre più situazioni di povertà e solitudine dovute alla rottura dei legami famigliari o alle scelte di migrazione; inoltre, nel circuito dell’alta sicurezza, molti detenuti sono anziani con seri problemi di salute e disabilità (esiste nel nostro penitenziario una sezione per persone tetraplegiche).

L’impellenza dei bisogni e delle necessità di queste persone assume i contorni di un’emergenza fra le nuove emergenze che la nostra comunità si trova ad affrontare in questo tempo. È un’emergenza nascosta, spesso dimenticata, rimossa.

È necessario agire tempestivamente perché l’emergenza non si faccia cronica, ma il personale al lavoro, fra agenti penitenziari e funzionari pedagogici, è insufficiente. I numeri parlano chiaro: a oggi ci sono 4 funzionari pedagogici per circa 700 detenuti. Anche se il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sta predisponendo un piano per l’assunzione di nuovi funzionari pedagogici, si teme che i numeri rimangano comunque insufficienti per garantire un lavoro di qualità.

Da qui l’appello del carcere a sostenere le persone detenute, includendo il più possibile questa piccola città reclusa nella nostra città, conoscendola di più, tenendola nei nostri pensieri e sperimentando risposte a più livelli.

Insomma, un appello perché si facciano avanti nuovi volontari disponibili a spendersi in questo ambito e perché da diverse parti si intraprendano nuove azioni che creino inclusione sociale. Una strada da perseguire anche per preparare il terreno a percorsi di reinserimento lavorativo e sociale per chi, prima o poi, con mille difficoltà, uscirà dal carcere.