di Thomas Mackinson
Il Fatto Quotidiano, 2 febbraio 2025
Quindici mesi senza uscire dalla cella, senza mai andare all’aperto. Non perché lo imponga la pena, ma perché la sedia a rotelle su cui è costretto non passa dalla porta. Privato tre volte della libertà, tutti giorni della dignità. Pasquale Quagliariello, napoletano di 68 anni, dal 2021 è recluso nel carcere di Parma dove sconta una condanna a 21 anni per associazione a delinquere inflitta nel 1996 di cui sette già scontati. Da tre anni alterna scioperi delle terapie e della fame per protesta, ma nessuno lo sente. “Non vengo curato. I termosifoni sono spenti, non c’è l’acqua calda e i sacchetti delle feci me li cambio da solo”. Dalla sua cella ieri si è appellato al ministro Carlo Nordio: “Lei che può, venga con le sue gambe a vedere come curano i malati”.
Parla in videocall con la figlia Fabiana. Racconta che i termosifoni sono spenti e l’acqua calda non c’è. Per questo indossa un berretto e un piumino come fosse all’aperto, fuori di lì, quando il punto è che si ritrova invece tre volte recluso: invalido al 100% dopo una stomia per un melanoma maligno, è costretto su una sedia a rotelle perché non viene operato, la carrozzina però è più grande della porta della cella, per cui non esce di lì, salvo che un altro detenuto si prenda la briga di aiutarlo. “Se venissi operato alle anche potrei almeno alzarmi con un deambulatore, ma non potrei fare la fisioterapia. Una volta chiuso qui è come se avessero buttato via la chiave”.
Racconta che spesso si deve cambiare i sacchetti stomici da solo, “a volte finiscono e devo usare quelli del pattume, con rischio di infettarmi”. In un esposto del 2021 già denunciava tutto questo. La stessa relazione medico legale definiva la terapia di cura “non applicabile al carcere di Parma”. E tuttavia le sue richieste di detenzione domiciliare, compresa l’ultima del maggio del 2024, sono state tutte respinte. “Non chiedo di non scontare la pena, chiedo solo di farlo in condizioni di dignità che ai malati sono negate” insiste. Il legale che lo assiste ha chiesto più volte il trasferimento al carcere di Bologna, dove avrebbe almeno vicino la famiglia e un ospedale di riferimento per le terapie.
L’avvocato Fausto Bruzzese si aggrappa allora alle recenti parole del ministro Carlo Nordio sul fenomeno del sovraffollamento e dei suicidi in carcere da contrastare non con l’amnistia, perché “sarebbe un incentivo alla recidiva”, ma con la “detenzione differenziata”. È a quel “ce la stiamo mettendo tutta” che però viene smentito nei numeri e nei fatti: ancora 15 mila detenuti in più rispetto alla capienza effettiva, lo stesso Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria che da oltre un mese è senza una guida dopo le dimissioni di Giovani Russo.
Parole che dalla cella di Pasquale Quagliariello risuonano vuote e distanti. “Questo non sarà il solo caso, ma certamente è un caso estremo” sostiene l’avvocato Bruzzese. “Un detenuto che è anche un paziente rischia di morire per le privazioni che gli sono inflitte ogni giorno. Un quadro che rasenta la tortura perché vanno ben oltre la libertà personale e finiscono per trattare un malato come un ostaggio o un oggetto da curare non coi mezzi adeguati e necessari, ma con quelli che si hanno a disposizione, tra deficit organizzativi e di personale”. Dieci giorni fa, il Guardasigilli ha riferito al Parlamento sullo stato delle carceri e commentando la sua relazione ha steso una coperta lunga e comoda sui veri problemi: “Non si entra in prigione per volontà del governo, ma perché si compie un reato e perché la magistratura ritiene che non ci siano alternative al carcere per l’espiazione di questi reati”.
Tutto vero, ma la storia del carcerato tre volte, insieme a tante che si potrebbero raccontare, buca la sua arringa auto-assolutoria come una matita col foglio. “Esistono diritti sanciti dalla Costituzione - afferma l’avvocato che segue il caso - e non possono essere sospesi. I cittadini sanno che se commettono un reato saranno privati della libertà personale, è un rischio calcolato, ma non è scritto da nessuna parte che si ritrovino in condizioni tali da non riuscire a esprimere neppure la loro stessa umanità”.
L’avvocato ha un elenco di esempi così, ma ne fa uno per tutti. “Una delle cose che mi colpisce di più e trovo persino raccapricciante è il fatto che avendo lui una stomia e quindi necessità di fare i suoi bisogni in un sacchetto la sostituzione se la deve fare da sé, anche se si è lamentato talvolta di non avere addirittura gli strumenti minimi indispensabili per farlo in condizioni di sterilità ed esponendosi a un rischio gravissimo di infezioni”.
Anche la condizione psicologica ne viene compromessa. “Quagliariello in questi anni ha sospeso più volte le terapie e la consumazione dei pasti per protesta ma non è servito a nulla. La privazione delle ore di socialità per via della carrozzina che non passa dalla porta dà la misura della situazione”. Le parole della figlia. “Anche le privazioni minori per un carcerato fanno la differenza. Mio padre dovrebbe seguire una dieta per il colesterolo e il diabete prescritta dall’ospedale. Tanti anziani la fanno, ma a lui non viene somministrata. Di recente ha perso l’udito da un orecchio per un’otite non trattata che è diventata cronica. Poi il freddo, la mancanza di acqua calda. È una cosa bruttissima vivere consapevole che ogni mese gli portano via un pezzo di lui, per via del fatto che le cure non gli vengono elargite. Una tortura lunga e indeterminabile. Una pena che nessuno ha sancito ma che i malati in carcere scontano ogni giorno”. In serata abbiamo contattato il carcere di Parma per chiedere almeno dei termosifoni. Ci dicono che il direttore non c’è, la sorveglianza è impegnata e in ogni caso non fornisce informazioni all’esterno. “Mandi una email e domani o lunedì le risponderanno”.










