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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 22 aprile 2021

 

La riforma del 2008 ha previsto il passaggio totale delle competenze dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Una tappa di civiltà attesa da anni, anche in aderenza alle direttive emanate ripetutamente dalla Comunità Europea. Si è trattato, infatti, di un passaggio assai importante, epocale per alcuni, frutto di un ampio e lungo dibattito sviluppatosi nel corso degli anni 90, grazie a un movimento di opinione a favore del passaggio delle competenze sanitarie penitenziarie al servizio sanitario nazionale che, partendo dall'esperienza di singoli e passando attraverso le associazioni di volontariato attive nelle carceri, arrivò a coinvolgere enti locali, sindacati, autorità politiche.

Si tratta di una pietra miliare per la tutela della salute dei detenuti e di un importante passo avanti per la civiltà stessa dell'ordinamento penitenziario. Un passo avanti anche nella ricomposizione di un rapporto positivo tra carcere e società. Sin dall'istituzione dell'ordinamento penitenziario con la L. 354 del 1975, una delle materie più controverse e oggetto di acceso dibattito circa la determinazione di competenze è stata la tutela della salute.

Con il passare degli anni, e dopo varie commissioni di studio, si è arrivato al convincimento che era impossibile riformare la sanità dall'interno del servizio penitenziario. In tal senso, importante ruolo di stimolo nei confronti del governo Prodi e dei ministri della Salute Livia Turco e della Giustizia Clemente Mastella, affinché si avviasse il percorso di transito di tutti i servizi sanitari alle Asl, continuava ad essere svolto da alcune Regioni (in particolare Toscana, Emilia Romagna e Lazio), dal Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti (organismo che ha sede presso l'Ufficio del garante dei diritti dei detenuti del Lazio, presieduto all'epoca da Leda Colombini, presidente dell'associazione di volontariato "a Roma Insieme" e responsabile delle politiche sociali di Lega autonomie locali Nazionale), dai Garanti regionali dei diritti dei detenuti, da importanti sigle sindacali (Cgil) e associazioni come Antigone.

Fu una spinta decisiva per compiere i passi concreti per attuare la riforma iniziata precisamente con la legge del 1998 che stabilì il trasferimento dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse. Si dovevano attendere però dieci anni, con il Dpcm del primo aprile 2008 (che stabilì il definitivo transito della medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale), per vedere chiuso il primo, lungo atto di una riforma tanto importante quanto complessa.

Dal 14 giugno 2008 sono state trasferite al Servizio Sanitario Nazionale tutte le funzioni sanitarie, fino ad allora svolte dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e dal Dipartimento della Giustizia Minorile del ministero della Giustizia. Con esso, assieme alle funzioni, sono state trasferite al Fondo sanitario nazionale e ai Fondi sanitari regionali le risorse, le attrezzature, il personale, gli arredi e i beni strumentali afferenti alle attività sanitarie nelle carceri. Il personale sanitario che ad oggi opera nelle carceri italiane è dunque inquadrato contrattualmente quale dipendente dell'Azienda sanitaria e non più del Dap.

Uno dei principi fondamentali della riforma è il "riconoscimento della piena parità di trattamento, in tema di assistenza sanitaria, degli individui liberi e degli individui detenuti ed internati e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale". La sanità penitenziaria è stata oggetto di epocali, numerosi e positivi cambiamenti nel corso degli ultimi decenni, tutti aventi lo scopo di parificare - quanto più possibile - l'offerta sanitaria "carceraria" a quella prevista per la popolazione "libera". Molto si è già fatto, tuttavia permangono ancora tantissime difficoltà indissolubilmente legate allo status detentivo, ma anche dovuto da una cultura politica che ancora tende a difendere oltre ogni limite il concetto esasperante della sicurezza. Passando, di fatto, sopra anche sul diritto alla salute.