parmatoday.it, 9 maggio 2026
Il 48enne, che ha trascorso un anno nel carcere di via Burla, è affetto da una situazione sanitaria estremamente grave e complessa. L’associazione Yairaiha Ets torna sul caso di Marco Bondavalli, detenuto di 48 anni che nel corso della sua storia carceraria è stato rinchiuso per circa un anno nel penitenziario di via Burla di Parma. “Dopo il rigetto del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del 9 aprile 2026, le condizioni di Marco Leandro Bondavalli continuano a peggiorare. Marco ha 48 anni ed è affetto da una situazione sanitaria estremamente grave e complessa, già più volte ritenuta incompatibile con il regime carcerario.
Da anni soffre di numerose patologie importanti: esiti di interventi allo stomaco con grave malassorbimento, dumping syndrome, neuropatie, vescica neurologica con necessità di cateterizzazione permanente, infezioni urinarie ricorrenti con rischio di sepsi, anemia, patologie renali e ipertensione arteriosa severa resistente alle terapie farmacologiche, tanto da essere stato sottoposto il 12 marzo 2026 a un intervento di denervazione renale bilaterale”.
“Negli anni le sue condizioni sono state considerate incompatibili con il carcere da diversi sanitari e magistrature di sorveglianza. Marco era stato quindi ammesso alla detenzione domiciliare per motivi sanitari, con prescrizioni molto rigide sugli spostamenti e sull’accesso alle cure. Ed è proprio qui che emerge una delle principali contraddizioni della sua vicenda”. A Marco era stato imposto di rivolgersi alle strutture sanitarie di Scandiano o Reggio Emilia. Tuttavia, nella pratica, tali strutture non risultavano in grado di gestire una situazione sanitaria così complessa: il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa, mentre a Reggio Emilia Marco non veniva concretamente preso in carico proprio per la complessità del caso. L’ospedale di Ravenna era invece il centro presso cui veniva realmente seguito, con continuità e competenze adeguate, ed era di fatto l’unico vero punto di riferimento per le sue cure”.
Nel febbraio 2026, a seguito di un peggioramento delle sue condizioni, Marco si reca presso il CAU di Reggio Emilia e da lì viene trasferito con urgenza all’ospedale di Ravenna, dove viene ricoverato. Durante quel ricovero gli viene contestato di non essere rientrato al domicilio entro il 9 marzo 2026. Il punto è che Marco non rientra perché si trova ricoverato in ospedale, con documentazione medica che lo attesta, in attesa di cure e di intervento chirurgico”. “Il 12 marzo 2026 viene sottoposto a intervento di denervazione renale bilaterale e, a pochissime ore dall’intervento, viene preso in consegna dalla polizia penitenziaria e riportato in carcere per il mancato rientro. Una volta condotto presso il carcere di Ravenna, le sue condizioni risultano immediatamente incompatibili con la detenzione”.
“Il medico dell’istituto certifica che il paziente necessita di assistenza sanitaria continua e specialistica, che non è trasferibile in sicurezza e che non è gestibile neppure in istituti dotati di assistenza sanitaria avanzata, segnalando inoltre la necessità di una rivalutazione giudiziaria urgente per tutelarne la salute. Marco viene quindi riportato in ospedale. Successivamente viene disposto il trasferimento presso il centro clinico del carcere di Piacenza, dove anche il medico dell’istituto conferma l’incompatibilità con il regime detentivo. Anche a Piacenza, quindi, Marco viene trasferito in ospedale perché non gestibile all’interno dell’istituto penitenziario”.
“Nonostante tutto questo, il 9 aprile 2026 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigetta la richiesta di detenzione domiciliare, ritenendo compatibili le condizioni di salute con il regime detentivo e indicando come possibile soluzione l’inserimento in una sezione SAI (Servizio di Assistenza Intensificata) del DAP. Una valutazione che appare difficilmente conciliabile con quanto scritto dagli stessi medici che hanno preso in carico Marco, i quali avevano già evidenziato come il paziente non risultasse gestibile neppure in strutture penitenziarie sanitarie avanzate. Inoltre, nelle precedenti detenzioni, le stesse strutture SAI avevano già ritenuto il caso di Marco eccessivamente complesso sotto il profilo clinico”.
“Nonostante questo, il Tribunale ha nuovamente indicato tale soluzione, ma a questa ulteriore richiesta il DAP non avrebbe fornito alcun esito concreto. Nell’ordinanza vengono inoltre richiamati presunti comportamenti incompatibili con la misura domiciliare, tra cui violazioni delle prescrizioni e allontanamenti. Ma è importante chiarire un punto fondamentale. Non si tratta di “allontanamenti” legati a una volontà di sottrarsi alle prescrizioni o di spostamenti arbitrari. Il problema nasce dal fatto che le strutture indicate nelle prescrizioni - Scandiano e Reggio Emilia - nella pratica non risultavano in grado di gestire una situazione sanitaria così complessa”. Per questo motivo Marco veniva regolarmente indirizzato, trasferito o seguito presso l’ospedale di Ravenna, che era diventato il suo reale punto di riferimento clinico, l’unica struttura che lo prendeva concretamente in carico e che conosceva la complessità della sua situazione sanitaria. Le contestazioni nascono proprio da questa contraddizione: da una parte a Marco venivano imposte prescrizioni molto rigide sugli spostamenti e sulle strutture a cui rivolgersi; dall’altra, però, nella realtà concreta delle cure, veniva continuamente seguito e ricoverato altrove perché quelle strutture non riuscivano a gestire adeguatamente il suo caso”.
In sostanza, le presunte “violazioni” contestate a Marco derivano dal fatto che si trovava ricoverato o in cura presso l’ospedale che effettivamente lo seguiva, con documentazione sanitaria che attestava la necessità delle cure e dei ricoveri. Ed è proprio questo uno dei punti più difficili da comprendere della vicenda: una persona gravemente malata, ricoverata per necessità cliniche documentate, finisce comunque per vedersi contestare quegli spostamenti necessari proprio per poter continuare a curarsi. Nell’ordinanza si arriva inoltre a sostenere che Marco si rimuoverebbe volontariamente il catetere vescicale. Una affermazione estremamente grave. Un catetere vescicale a permanenza non è un dispositivo che semplicemente “si sfila”: è mantenuto in sede da un palloncino interno gonfiato nella vescica e la sua rimozione impropria può provocare lesioni, sanguinamenti e ulteriori complicanze infettive. Eppure anche questa ipotesi viene utilizzata per ridimensionare il peso delle sue condizioni sanitarie. Nel frattempo la situazione di Marco continua a peggiorare”.
“Attualmente presenta una sepsi in atto, infezioni sistemiche tra cui Candida tropicalis e stafilococco, febbre elevata, pressione molto bassa, infezione del catetere venoso centrale e una marcata fragilità venosa. A causa della comparsa di Candida tropicalis, infezione particolarmente grave nei pazienti debilitati e sottoposti a ricoveri prolungati e terapie antibiotiche importanti, Marco è attualmente sottoposto a terapia con AmBisome (amfotericina B liposomiale), un antifungino endovenoso utilizzato nei casi di infezioni sistemiche gravi”.
“Negli ultimi giorni il quadro è ulteriormente peggiorato con un nuovo episodio di shock settico, febbre alta, ipotensione e colestasi epatica, tanto da rendere necessaria anche una valutazione intensivistica. Secondo quanto riferito dal medico di fiducia che ha parlato direttamente con i sanitari ospedalieri, i medici avrebbero inoltre evidenziato la necessità di una gestione ospedaliera meno vincolata dal piantonamento fisso, ritenendo che questo permetterebbe cure più adeguate e una migliore presa in carico del paziente. Per questo motivo sarebbe stata avanzata una nuova richiesta di applicazione dell’art. 11 O.P. e di alleggerimento del piantonamento durante la degenza ospedaliera. Tuttavia, secondo quanto riferito, dalla Direzione sarebbe stato risposto che questa possibilità “non esisterebbe”.
Eppure l’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario esiste ed è proprio la norma che disciplina i ricoveri ospedalieri esterni e le modalità di assistenza sanitaria dei detenuti fuori dal carcere, prevedendo anche la possibilità, in determinate situazioni, di una gestione diversa del piantonamento durante la degenza ospedaliera. La decisione finale spetta al Magistrato competente, ma la situazione sanitaria del detenuto deve comunque essere segnalata e portata all’attenzione dell’autorità giudiziaria anche attraverso la Direzione dell’istituto e l’amministrazione penitenziaria. Ed è proprio per questo che, nel caso di Marco, resta difficile comprendere come una richiesta avanzata sulla base delle indicazioni dei medici possa essere considerata come qualcosa che “non esiste”, mentre le sue condizioni continuano a peggiorare”.
“Nel frattempo emergono anche gravi difficoltà legate all’alimentazione. A causa delle restrizioni legate alla sicurezza e al regime detentivo, ai familiari non viene consentito introdurre alimenti preparati appositamente per le esigenze nutrizionali di Marco, nonostante il gravissimo malassorbimento intestinale di cui soffre. Il problema, però, è che una situazione sanitaria come la sua richiederebbe un’alimentazione estremamente specifica e controllata, cosa che durante il ricovero ospedaliero non sta avvenendo in modo adeguato. Secondo quanto riferito dai familiari, Marco finisce spesso per alimentarsi quasi esclusivamente con zucchero, marmellatine e pochissimo altro, tanto che sarebbero gli stessi infermieri, in alcune occasioni, a portargli marmellate lasciate da altri pazienti. Un gesto semplice, piccolo, ma profondamente umano.
“Perché a volte, dentro una situazione fatta di procedure, piantonamenti, trasferimenti e decisioni burocratiche, sono proprio quei gesti silenziosi a ricordare che davanti non c’è soltanto un detenuto, ma una persona che continua ad avere bisogno di cura, dignità e umanità. Tutto questo lascia una domanda che oggi non può più essere rimandata. Perché quando più medici, ospedali e sanitari descrivono una persona come incompatibile con il carcere, ma quella stessa persona continua comunque a vivere tra piantonamenti, ricoveri e trasferimenti, allora il problema non riguarda più soltanto l’esecuzione della pena. Riguarda il modo in cui viene tutelata la salute di una persona detenuta in condizioni gravissime. La Corte Costituzionale ha più volte ricordato che il diritto alla salute appartiene pienamente anche alle persone detenute e che la pena non può tradursi in una compromissione della dignità umana”.
“Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ribadito che lo Stato ha il dovere di garantire condizioni compatibili con la salute e con il rispetto della persona. Nel caso di Marco, però, il tempo continua a trascorrere tra ospedali, infezioni, interventi chirurgici e nuove emergenze cliniche. E nel mezzo di tutto questo restano solo quei piccoli gesti umani che, a volte, raccontano più di tante decisioni. Gli infermieri che gli portano una marmellatina lasciata da un altro paziente. Chi prova comunque a farlo mangiare. Chi continua a vedere, prima di tutto, la persona. Perché forse è proprio questo che oggi rischia di perdersi: la capacità di guardare Marco non soltanto come un detenuto da custodire, ma come un uomo che avrebbe bisogno prima di tutto di stabilità, cure adeguate e umanità”.











