parmatoday.it, 17 maggio 2026
La denuncia dell’associazione Yairaiha Ets: “Recentemente, per consentire l’ingresso degli stessi medici chiamati a visitare un detenuto, sono trascorsi mesi senza risposte chiare e definitive”. Sembra sempre più difficile, per i medici di fiducia - quindi esterni alla struttura penitenziaria - entrare all’interno del carcere. Anche in quello di via Burla a Parma. L’associazione Yairaiha Ets denuncia la situazione che si verificherebbe in diversi penitenziari, compreso quello parmigiano. Dove, secondo quanto sottolineato dai volontari, sarebbe anche necessario il pagamento di una quota.
“Quanto vale davvero il diritto alla salute in carcere, se perfino l’accesso al medico di fiducia diventa un percorso a ostacoli? - scrive l’associazione Yairaiha Ets. Da anni sentiamo ripetere che il detenuto conserva tutti i diritti fondamentali compatibili con la detenzione. Tra questi, il diritto alla salute dovrebbe essere uno dei più tutelati. Lo dice l’art. 32 della Costituzione. Lo dice l’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario. Lo ribadiscono la Cassazione e la normativa sulla medicina penitenziaria: il detenuto ha diritto a essere visitato da un medico di fiducia, anche esterno. Eppure, nella pratica quotidiana delle carceri italiane, questo diritto continua troppo spesso a trasformarsi in una battaglia burocratica estenuante.
Nel carcere di Pavia, dopo avere ottenuto il nulla osta per l’ingresso di un medico di fiducia che collabora con l’Associazione Yairaiha, incaricato di visitare un detenuto con gravi fragilità sanitarie e psichiatriche, il medico aveva chiesto preventivamente di visionare la cartella clinica del detenuto. Una richiesta elementare, finalizzata semplicemente a potersi preparare adeguatamente alla visita, comprendere le patologie, verificare le terapie in corso e poter svolgere una valutazione seria. La risposta è stata negativa: “problemi di privacy”. Però la stessa cartella clinica sarebbe stata poi mostrata al medico una volta entrato in carcere.
Allora la domanda è inevitabile: dov’è realmente il problema? La privacy o l’ennesima barriera burocratica? La situazione diventa ancora più assurda perché, una volta entrato in carcere, al medico non viene comunque consentito di ottenere copie della documentazione sanitaria né di fotografare gli atti per poter successivamente elaborare relazioni cliniche accurate.
Per avere copie servono ulteriori procedure, procure speciali e percorsi amministrativi spesso quasi impossibili da realizzare concretamente in un contesto detentivo. Nel frattempo, sempre nel carcere di Pavia, sono state avanzate richieste di telemedicina. Ma non tutti gli istituti penitenziari risultano dotati di strumenti o procedure realmente funzionanti per garantire questo servizio. In uno dei casi, un detenuto ha presentato istanza tramite il Magistrato competente. Ma a oggi non è mai arrivata alcuna risposta. E mentre si aspetta una risposta che non arriva mai, sono stati richiesti almeno colloqui telefonici e videochiamate con il medico di fiducia, utilizzando modalità analoghe a quelle già previste per i colloqui con i familiari. Anche qui: nessuna risposta dalla Direzione.
Parliamo di telefonate che verrebbero persino pagate dal detenuto stesso. Davvero nel 2026 la possibilità di parlare con il proprio medico di fiducia deve essere trattata come un problema di sicurezza anziché come uno strumento minimo di tutela sanitaria? Ma i problemi non riguardano solo Pavia”. “Anche presso la Casa Circondariale di Parma si registrano da anni criticità gravissime nei rapporti con i medici di fiducia esterni. In passato, per concedere il nulla osta a due medici, sono stati necessari quasi dodici mesi. Ma la situazione continua ancora oggi: anche recentemente, per consentire l’ingresso degli stessi medici chiamati a visitare un altro detenuto, sono trascorsi mesi senza risposte chiare e definitive.
“Successivamente è stato richiesto addirittura un comodato d’uso oneroso per l’utilizzo della stanza destinata alle visite mediche: una prassi che, da quanto risulta, non viene applicata nella maggior parte degli altri istituti penitenziari italiani. In molti istituti penitenziari, inoltre, il nulla osta per i medici non viene rilasciato formalmente per iscritto, ma soltanto comunicato verbalmente. In pratica, il medico parte senza nemmeno avere la certezza documentale di poter entrare effettivamente in istituto”. “Anche l’accesso alle cartelle cliniche appare fortemente limitato: il detenuto non può richiedere semplicemente gli ultimi aggiornamenti sanitari o gli ultimi mesi di documentazione già in suo possesso, ma viene obbligato a richiedere ogni volta l’intera cartella clinica. Inoltre, se nella domandina non viene indicata una motivazione dettagliata, la richiesta viene rigettata.
“A tutto questo si aggiunge un ulteriore problema: la documentazione sanitaria viene normalmente rilasciata previo pagamento delle copie da parte del detenuto stesso. Questo significa che, non potendo richiedere soltanto gli aggiornamenti mancanti, il detenuto si trova spesso costretto a pagare nuovamente anche centinaia di pagine di documentazione clinica già precedentemente ottenuta e già in suo possesso. A questo si aggiunge un ulteriore paradosso: nonostante l’esistenza di un nulla osta, viene spesso chiesto ai medici di “comunicare tramite il detenuto”, scaricando sulle persone ristrette responsabilità organizzative che dovrebbero appartenere all’amministrazione”.
“Comprendere le esigenze di sicurezza è doveroso. Ma altra cosa è utilizzare la burocrazia come ostacolo permanente all’accesso alle cure. Perché il punto centrale è uno solo: quando un detenuto nomina un medico di fiducia, quel professionista dovrebbe poter operare con strumenti minimi adeguati. Accesso tempestivo alla documentazione sanitaria. Continuità nei colloqui. “Chiarezza nelle autorizzazioni. Regole uniformi sul territorio nazionale. Invece oggi il diritto alla salute in carcere sembra dipendere troppo spesso dalla discrezionalità delle singole direzioni, da silenzi amministrativi e da prassi che finiscono per compromettere concretamente la possibilità di cura, soprattutto nei confronti delle persone più fragili e con patologie psichiatriche.
“E allora la domanda al Ministero della Giustizia e al Garante nazionale delle persone private della libertà personale è semplice: è normale che nel sistema penitenziario un detenuto debba affrontare mesi di attesa, silenzi e ostacoli burocratici perfino per poter parlare con il proprio medico di fiducia? Perché qui non si sta discutendo di privilegi. Si sta parlando di salute, dignità e diritti fondamentali. Perché una persona detenuta non dovrebbe perdere il diritto a un’assistenza sanitaria tempestiva, continuativa ed equivalente a quella garantita ai cittadini liberi”.











