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di Christian Donelli

parmatoday.it, 17 agosto 2024

Intervista a Roberto Cavalieri dopo il suicidio del 36enne tunisino nel carcere di Parma: “Il sovraffollamento porta all’asfissia il sistema di gestione”

Roberto Cavalieri, Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale. Nella serata del 15 agosto Atef si è impiccato in una cella di isolamento del carcere di Parma, utilizzando le sue mutande. L’ennesima morte, la terza in via Burla dall’inizio dell’anno, la 67esima a livello nazionale. “Di strada ne è stata fatta - sottolinea il garante sulla gestione del carcere di via Burla - e se si vuole ora è il momento giusto perché la città faccia il resto del lavoro abbattendo lo stigma sui detenuti e diventando attore di un sistema di rinnovamento delle politiche a favore dei detenuti che, molto spesso, non sono altro che poveri”.

A Parma il 15 agosto c’è stato il terzo suicidio dall’inizio dell’anno. Quali sono secondo lei le cause di questo alto tasso di eventi critici nel carcere di via Burla?

“Il sovraffollamento porta all’asfissia il sistema di gestione del carcere. Il personale penitenziario si trova a dovere gestire in Emilia Romagna 800 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari. Di conseguenza la qualità degli interventi sui detenuti cade verticalmente succede così che qualcuno preferisce farla finita. Parma è ancora un’isola felice per quello che riguarda il sovraffollamento ma è ancora un istituto metà di trasferimento di soggetti critici e difficili da gestire pertanto nominalmente non c’è un sovraffollamento ma sono presenti decine di elementi che hanno un peso specifico molto alto in termini di richieste di gestione e il sistema non ce la fa”

Quali sono le criticità maggiori del carcere di Parma e le richieste principali dei detenuti?

“Le richieste dei detenuti sono sempre le stesse: riconoscimento dei loro diritti. Risposta alle istanze, lavoro, casa, elementi necessari per ricostruirsi una vita. A Parma sono presenti circuiti di alta sicurezza, 120 ergastolani, 41 bis, una media sicurezza sempre più popolata. E’ un insieme di istituti denominato come unico carcere ma non è così”.

Com’è la situazione negli altri istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna?

“Ciascun istituto ha pregi e difetti, luci ed ombre. Rispetto a qualche decennio fa il livello di preparazione del personale dell’Amministrazione penitenziaria è molto elevato. Ma siamo ancora molto distanti da una vera e propria integrazione del carcere nel tessuto sociale della città in cui è ubicato. Il problema delle carceri si misura con la distanza che esiste con le politiche locali di contrasto alla povertà, lavoro, welfare, sanità e cultura. La nostra regione è molto avanza ma sul fronte “carcere” siamo ancora distanti dall’avere un sistema, non dico perfetto, ma funzionale”.

Nel corso degli ultimi anni a Parma ci sono stati dei miglioramenti nelle condizioni di detenzione?

“Ci sono stati miglioramenti indubbi da parte del sistema di management del nostro carcere. Un direttore di ruolo, la presenza di un vice direttore (tra l’altro molto capace) che non era presente da molti anni, e a settembre arriverà un comandante di ruolo, il dr. Pellegrino ora comandante a Modena, uomo di indubbie capacità professionali e di governo di un carcere. Questo quadro di ruoli “fissi” non lo avevamo più a Parma dal 2010 ovvero da quando terminarono il loro servizio in Via Burla la “coppia” Di Gregorio-Zaccariello che furono chiamati ad altri ruoli superiori per le loro capacità.

Lo staff dei funzionari giuridico pedagogici è ora completo e sono lontani i tempi in cui c’era un solo educatore. Si pena ancora con il numero di personale della Polizia Penitenziaria sul quale andrebbe anche fatto un atto di riconoscenza per il lavoro che svolgono e che spesso è oggetto di critiche destrutturanti. Infine ora il carcere di Parma è un istituto a incarico superiore. Di strada ne è stata fatta e se si vuole ora è il momento giusto perché la città faccia il resto del lavoro abbattendo lo stigma sui detenuti e diventando attore di un sistema di rinnovamento delle politiche a favore dei detenuti che, molto spesso, non sono altro che poveri”