di Christian Donelli
parmatoday.it, 4 settembre 2026
La denuncia della Garante dei detenuti, Veronica Valenti. Ben Assen Adnan. È questo il nome del detenuto di 46 anni di origine tunisina morto all’Ospedale Maggiore di Parma dopo essersi impiccato nella sua cella in isolamento all’interno del carcere di via Burla di Parma. Nella giornata di giovedì 27 agosto aveva tentato il suicidio. Era stato trasportato nel reparto di Rianimazione dell’Ospedale Maggiore ma non ce l’ha fatta. È deceduto nella giornata di martedì 1° settembre. Ed è la quarta morte nelle carceri dell’Emilia-Romagna dall’inizio dell’anno. Un conteggio atroce, una vita spezzata nell’indifferenza generale. Anzi. I commenti che arrivano ad articoli di questo tipo sono sempre più violenti. Impensabili in una comunità civile. Abbiamo parlato dell’ennesimo suicidio nel carcere di via Burla con la Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Parma Veronica Valenti.
“L’ennesimo dramma che si è consumato in via Burla - sottolinea Veronica Valenti, Garante dei detenuti del Comune di Parma a Parmatoday - preceduto da diverse aggressioni ad agenti di Polizia penitenziaria, in un contesto penitenziario in cui è cresciuto repentinamente il livello di sovraffollamento (nel solo Istituto di Parma che può ospitare circa 650 persone, vi sono 800 persone detenute) e in cui è cronico ormai il sottorganico del personale di polizia penitenziario (si registra la mancanza di più di 100 unità) e di altre figure professionali, dimostra ormai tutta l’insostenibilità della politica penitenziaria e il fallimento di quella visione carcero-centrica, su cui si è voluto costruire il modello di esecuzione delle pene, che ha trasformato la realtà penitenziaria in un luogo che non è più in grado di garantire standard minimi di tutela della dignità umana, di rieducare né di garantire ai tanti professionisti che ci lavorano (che siano agenti di polizia penitenziaria, funzionari dell’area giuridico pedagogica, medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi) di svolgere le proprie mansioni, con serenità e in sicurezza”.
Poi sui tanti commenti violenti Veronica Valenti prova a spiegarne le ragioni. “La situazione appare ancor più grave se si ascolta una certa parte dell’opinione pubblica che, alla notizia di persone che in carcere (e di carcere) perdono la vita, commentano in modo molto violento. Commenti del genere dimostrano, a mio giudizio, che non abbiamo ben compreso che ciò che succede in carcere ha che fare con una politica pubblica importantissima per tutti noi, di fronte alla quale è inutile la distinzione tra noi e loro o tra dentro e fuori. E il fallimento di questa politica deve interrogare tutti noi, come Comunità. Ha che fare con la nostra capacità di investire in coesione sociale, nella solidarietà, nel sapere essere all’altezza di quel modello di società che, da mandato costituzionale, pone al centro la persona umana e crede in politiche serie, in grado di valorizzare la dignità umana di tutti e valorizzare il lavoro, preziosissimo, che seri professionisti quotidianamente svolgono in carcere”.









