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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 25 ottobre 2025

Il presidente dell’Anm: “La nostra campagna per il no senza politici”. “Chi, un modo o nell’altro, la butta in politica fa un grave torto alla discussione referendaria. Nostro compito sarà quella di tenerla nel merito su quale modello di giustizia vogliamo”. Ci dice così il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che oggi a Roma, di fatto, aprirà la sua campagna del “no” alla riforma della giustizia nel corso di un’assemblea nazionale aperta a personalità esterne non politiche.

Avete escluso i politici dai vostri comitati del no. Il soggetto politico dunque siete voi?

“Esattamente l’opposto. Siccome molti tendono a ricondurre il dibattito a una dimensione politica, i nostri comitati autonomi sono un modo per starne alla larga. E per porci su un terreno squisitamente costituzionale in rappresentanza di quei valori che, a nostro giudizio, dovrebbero essere traversali”.

Come fate a non essere percepiti “contro” il governo che ha varato la riforma?

“Siamo contro la riforma, non contro il governo. Sin dall’inizio noi siamo andati a parlare, nel merito, con tutti i partiti sottoponendo loro la nostra idea di giustizia. Non essere etichettati come forze di opposizione è sempre stata la nostra principale preoccupazione”.

Però il governo sostiene che non riesce a governare per colpa vostra e le opposizioni dicono che Giorgia Meloni vuole pieni poteri...

“Sono consapevole del rischio inevitabile di politicizzazione, e anche di strumentalizzazione delle nostre posizioni. Come Anm non possiamo impedirla ma possiamo stare nel dibattito con un punto di vista autonomo”.

Cosa risponde a chi critica i magistrati perché stanno facendo iniziative nei tribunali che “sono la casa di tutti”?

“I tribunali sono di tutti, perché la giustizia è di tutti. Ma sono anche i luoghi di lavoro di magistrati e avvocati. Ed è diritto di ogni lavoratore quello di manifestare il proprio pensiero nei luoghi di lavoro. Anche qui vanno evitate le strumentalizzazioni”.

Questa è l’unica grande riforma approvata dal governo. La vostra debolezza nell’opinione pubblica la rende un terreno facile?

“Vede, è accaduto questo. Di questa riforma se ne parla da anni. Ha animato le intenzioni di molti, ma non è mai stata approvata. Se avviene ora è senza dubbio perché c’è stata una progressiva erosione dell’immagine della magistratura”.

Anche per colpa della magistratura stessa...

“In parte sì. Ma a mio giudizio conta soprattutto il fatto che nel ventennio che abbiamo alle spalle si è determinata - o sarebbe meglio: voluta - una costante delegittimazione dei magistrati”.

Anche lei fa la vittima?

“No, mi limito a dire che in parecchi hanno concimato un terreno che dà questi frutti”.

Cioè questa riforma sta al senso comune, come la riduzione dei parlamentari all’antipolitica...

“Rende l’idea. Per questo il referendum può rappresentare l’occasione per ristabilire le priorità. La giustizia non funziona come servizio: quantità, risorse, efficienza. Non perché ci sono i giudici politicizzati. Il problema viene da lontano”.

Le faide interne su Garlasco, la sentenza choc su Macerata. Il “racconto” non dipende solo dagli altri...

“È chiaro che ci sono episodi che impattano sull’opinione pubblica. Però le chiedo: le pare possibile che le reti generaliste siano ossessivamente presenti per una vicenda dolorosa ma privata, con un’attenzione e una copertura raramente viste prima?”

L’interesse pubblico c’è, indubbiamente...

“Bisogna distinguere tra l’interesse pubblico e interesse per il pubblico. Quando qualcosa di eccentrico viene enfatizzatizzato, il meccanismo serve per delegittimare e, in questo caso, per creare un’aurea negativa attorno all’immagine della magistratura. Qui si parla di malagiustizia già nelle indagini preliminari”

Nino Di Matteo ha lasciato l’Anm denunciando logiche correntizie, che dunque permangono. Anche questa è enfatizzazione?

“Le logiche correntizie sono un discorso generico, se fatto così, ai limiti della formula di stile. Esistono diverse sensibilità. Bisogna vedere se, nel manifestarsi, portano a risultati negative. Parliamo di fatti concreti e specifici, non di formule vuote”.

Quelle logiche hanno portato allo scandalo Palamara...

“Nessuno ha mai negato che quella vicenda sia stata grave e dolorosa. Ma attenzione, anche in questo caso a non buttare con l’acqua sporca anche il bambino”.

Con lei è cambiato l’andazzo?

“Quello scandalo non rispecchia l’atteggiamento generale della magistratura, a meno che non si voglia farne una caricatura. Ma voi pensate davvero che, su oltre novemila magistrati, la maggior parte si occupi di queste cose? La maggior parte, glielo assicuro, lavora in silenzio”.

Separando le carriere si rischia di creare uno squilibrio tra poteri dello Stato?

“Lo squilibrio deriva dall’insieme della riforma. Il nodo centrale è il ruolo dei “due Csm” introdotti. Qui c’è il vero attacco all’equilibrio dei poteri. Più che di separazione dei poteri l’assetto proposto è garanzia della separazione dal potere, come dice Flick, in quanto si svuota il principio fondamentale di rappresentatività”.

Però scusi, nella riforma i giudici non vengono messi sotto il controllo del governo...

“Non direttamente Ma nel momento in cui crei un corpo di duemila pm che si autogovernano, prima o poi su questo squilibrio il governo dovrà intervenire per controllare”.

Quindi non c’è una minaccia oggi ma un rischio domani?

“Quello che potrà verificarsi è una eterogenesi dei fini, per risolvere la quale - non lo dico io, ma autorevoli giuristi - potrebbe rendersi necessario un intervento dell’escutivo sulla magistratura requirente”.

Sta dicendo che, per paradosso, si dà troppo potere ai pm?

“Esatto. Un pm svincolato dai giudici nel momento organizzativo diventa un corpo di duemila samurai - come qualcuno ha scritto- o superpoliziotti. Si rompe un equilibrio che, pure tra molte difficoltà, è stato espressione concreta della nostra democrazia”.

Il rischio è che la vostra appaia una battaglia corporativa...

“Se la riforma sarà approvata i magistrati guadagneranno lo stesso, avranno le stesse ferie, le stesse possibilità. Ditemi dove è la difesa del privilegio o l’interesse corporativo. La mia vita non cambierà, cambierà il tipo di giustizia per i cittadini