di Christian Raimo
La Stampa, 18 agosto 2026
A settembre arrivano le nuove indicazioni sull’impiego dell’Intelligenza artificiale negli istituti. Tre libri usciti quest’anno ci permettono di comprendere meglio delle circolari. Il 4 agosto scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che adegua la normativa italiana al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Per la scuola significa: cento milioni per la formazione del personale, aggiornamento delle Indicazioni nazionali del secondo ciclo con l’ingresso delle Ai nei percorsi di studio, nascita di comitati tecnico-etici territoriali che dovrebbero accompagnare le sperimentazioni. Valditara l’ha definita una promessa mantenuta; arriva dopo le Linee guida del ministero dell’agosto 2025 che chiedevano a ogni istituto di dotarsi entro l’anno scolastico appena concluso di una politica d’uso dell’Ai e di un referente interno. Questo settembre entreranno in classe anche le nuove Indicazioni per il primo ciclo: ortografia, scrittura in corsivo, riassunto, poesie a memoria, almeno due libri letti all’anno, latino opzionale in seconda e terza media.
Sembrano due visioni in contraddizione - i chatbot e la bella grafia - e le critiche si dividono tra chi accusa il ministero di soluzionismo e chi di passatismo. Si tratta invece di due politiche che condividono un po’ lo stesso vuoto: nessuna delle due dice che cosa sia diventato un testo. Tre libri usciti quest’anno ci permettono di comprenderlo meglio delle circolari, preparandoci per settembre. Il primo è “Alfabit” di Giuseppe Antonelli (il Mulino), che ricostruisce trent’anni di italiano digitale in tre fasi: sms, chat e social, Llm (Large Language Model, è un programma di intelligenza artificiale avanzato basato su reti neurali che sa capire, interpretare e generare il linguaggio umano). La tesi di Antonelli è sociolinguistica: l’italiano delle Ai si sta collocando a metà tra il vecchio standard scolastico e il neostandard giornalistico, e sta diventando norma. Una volta si diceva “L’ha detto la tv”, ora si può dire “L’ha scritto Chat”. Chi usa questi strumenti per un compito dà per scontato che quell’italiano sia corretto e che quell’italiano sia un modello. Antonelli non lancia però un allarme: per lui la lingua delle macchine è preferibile a quella che ha vinto con i social. I testi generati dai chatbot hanno un inizio, uno svolgimento e una fine, mentre nelle chat ci eravamo abituati a una testualità banale e frantumata.
Il secondo libro è “Scrivere è bene, riscrivere è meglio” di Massimo Palermo (Laterza). Il capitolo chiave è “Riscrittura come antidoto all’intelligenza artificiale”. Palermo parte da una constatazione innegabile - il ricorso acritico agli Llm per gli scritti rende urgente ripensare la didattica - e propone una soluzione che non è una panacea né un divieto. Occorre ripartire dal processo; documentazione, bozze, testo definitivo, e poi la discussione orale del lavoro fatto. La scuola che ha sempre privilegiato l’educazione alla scrittura sarà costretta a rivalutare quella all’oralità. In un intervento per la Crusca Palermo ha mostrato bene come il vero problema degli Llm non sia la norma esplicita - se chiediamo “ci vediamo la settimana prossima?” ci risponde correttamente - ma quella implicita: il crescente potere modellizzante dei testi artificiali. Prendiamo il gerundio irrelato - quello slegato dal soggetto della reggente, che infesta le scritture scolastiche da vent’anni - e vediamo come le macchina ora lo ripropone a manetta. Il rischio è quello del circolo: l’uso umano modella la macchina, la macchina rimodella l’uso umano, e la lingua artificiale finisce per riprodurre non più gli usi reali ma sé stessa.
Il terzo libro è quello di Anna-Maria De Cesare, “L’italiano sintetico dell’intelligenza artificiale generativa” (Cesati), in cui vengono opposti i testi sintetici a quelli naturali e mostrata la loro preferenza per la paratassi, le strutture binarie e ternarie, le coppie di aggettivi coordinati, i “non solo… ma anche”, le ripetizioni delle stesse strutture, la verbosità e la sovraesplicitazione, e i calchi dell’inglese, visto che le Ai si addestrano in inglese più che in italiano.
Se sulla scrittura abbiamo un orientamento, sulla lettura il ministero è piuttosto laconico. Conviene allora riprendere il Piano nazionale scuola digitale del 2015 dove si chiedeva di avviare una ricerca per le competenze del 21° secolo, per capire come e se le tecnologie modifichino memoria, attenzione, lettura e costruzione di pensiero. Il Pnsd elencava fra i contenuti da offrire agli studenti, la lettura e la scrittura in ambienti digitali e misti; undici anni dopo quella ricerca non c’è, il ministero legifera sulle Ai senza averla mai fatta. Nel frattempo l’Ocse ci dice che circa un terzo degli adulti italiani non va oltre la comprensione di testi semplici. È il dato che rende assurda tanto la polemica sul corsivo quanto quella sui chatbot. Il problema non è con che cosa si scrive, ma che non sappiamo scrivere e leggere testi lunghi: la scrittura sintetica, che li produce al posto nostro in quattro secondi, è chiaro quale rischio rappresenti.
Cosa si può fare allora in classe a settembre in una secondaria, senza aspettare i comitati tecnico-etici?
1. Scrivere la policy sulle Ai d’istituto con gli studenti; le Linee guida ce lo chiedono. Invece di ricevere pedissequamente quella del consiglio d’istituto, la si può costruire in classe, inventandosi un’ora di educazione linguistica e civica.
2. Far riscrivere invece di far produrre; è la proposta di Palermo e coincide anche con quanto chiedono le Indicazioni per i licei del 2026, in cui si invita a mettere a confronto testi scritti da esseri umani e testi generati dalle macchine, valutandone stile, tenuta argomentativa e attendibilità.
3. Insegnare a riconoscere l’impronta della Ai, senza demonizzare. La virgola seriale, il gerundio tuttofare, le coppie di aggettivi, la cortesia eccessiva. Non si tratta di improvvisarsi detective - tra l’altro i rilevatori automatici invecchiano quanto e più delle versioni precedenti delle Ai - ma di imparare a leggere in filigrana i testi.
4. Restituire spazio all’orale. Se il testo scritto non garantisce più nulla sul processo che l’ha prodotto, l’unico modo per valutare quel processo è farlo raccontare, valorizzando le discussioni sul proprio lavoro.
5. Leggere libri per intero; le nuove Indicazioni ne chiedono due o tre l’anno, ed è una giusta pratica da riprendere: l’unico antidoto alla frammentazione, l’unico allenamento dell’orecchio alla lettura di testi complessi.
Infine, i cento milioni per la formazione docenti. Se andranno in corsi di prompt engineering, li avremo buttati. Se invece li spenderemo in formazione linguistica, magari nella prospettiva dell’educazione linguistica democratica, avranno avuto un qualche valore










