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di Silvia Avallone

Sette - Corriere della Sera, 22 novembre 2025

Siamo il nostro linguaggio, e il nostro silenzio. Le parole che conosciamo ci permettono di sognare, amare e vivere con più o meno slancio. Quelle che ci mancano lasciano irrisolti i problemi, aperte le ferite. Se cambiamo vita, cambia anche il nostro vocabolario, e viceversa: imparando linguaggi nuovi abbiamo l’opportunità di modificarci. Perché le parole guariscono, quando si riesce a dare un nome ai propri traumi. Contengono un destino segnato, oppure: una libertà possibile.

Ho ascoltato un podcast bellissimo: “Io ero il milanese” di Mauro Pescio. Lorenzo S., il protagonista, racconta la storia della sua prodigiosa trasformazione. Da rapinatore seriale che ha vissuto metà della vita in cella, proprio in carcere, a Padova, ha partecipato alla redazione della rivista Ristretti Orizzonti e, studiando, leggendo, scrivendo, letteralmente è rinato. Da sé stesso, dal coraggio di troncare con il passato, guardare in faccia le proprie colpe, il dolore: dando a ciascuna crepa un nome.

Un riscatto che insegna cosa tutti possiamo fare per rialzarci dopo aver toccato il fondo: imparare parole nuove. E come aiutare gli altri a rialzarsi: insegnandole. Uscendo dalla solitudine: esprimere l’abisso e la luce invisibili che abbiamo dentro, condividerli. 

“Conoscevo 100 parole in tutto” dice Lorenzo in uno degli episodi. E cosa può fare, chiunque di noi, con 100 parole? Se non rimanere paralizzato dalle proprie mancanze? E ripetere gli errori della famiglia, degli amici, del quartiere in cui si è cresciuti? Un linguaggio che si amplia, aumenta le alternative di vita, la consapevolezza per non sprecarle.

Quando ho incontrato i ragazzi dell’istituto penale minorile, mi sono accorta che usavano molto gergo di strada: un lessico che era, di per sé, una gabbia. Termini che io avevo conosciuto nei libri e sui giornali - “rapina”, “spaccio” - erano stati la realtà quotidiana in cui erano cresciuti. Li ho ascoltati per comprendere la storia che li aveva condotti in carcere e, per proporre loro un futuro diverso, costruttivo, libero, ho letto a voce alta delle poesie.

L’effetto di una parola luminosa, piena di senso e profondità, sulla nostra anima può essere rivoluzionaria Un ragazzino che in carcere inizia a parlare di romanzi, di storia, di scienze, non è più solo un giovane detenuto, ma una persona che fiorisce: che potrà sostituire la scuola ai reati, un futuro felice nella società anziché un’esistenza ai margini.

Di parole ne servono a migliaia. Per essere liberi, quindi gratificati, solidali, onesti. Bisogna cercarle: le più belle, che forse la vita non ha scelto per noi, ma che noi vogliamo trovare per attraversarla a pieno, con cura. A questo serve, leggere. Per questo occorre costruire una società di lettrici e lettori. Perché meno parole abbiamo, più siamo soli e inermi. Più ne conosciamo, più aumentano le possibilità di riparare il mondo e noi stessi.