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di Guido Catalano

La Stampa, 22 maggio 2026

Il Salone del Libro di Torino è giunto al termine e come ogni anno vivo questo momento con un po’ di nostalgia. Una delle cose che mi porterò nel cuore di questa edizione è la partecipazione al progetto “Adotta uno scrittore”, un progetto del Salone che, da molti anni, porta gli scrittori e scrittrici italiani ad essere adottati nelle classi di svariate scuole di vario grado e tipo in giro per l’Italia, per creare uno scambio tra studenti e autori e che si svolge in tre incontri. Io ho avuto la fortuna di essere adottato dalla succursale dell’Istituto Plana nel Carcere delle Vallette di Torino, che poi in realtà non si chiama “Carcere delle Vallette” ma “Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, ma noi a Torino lo chiamiamo tutti “Le Vallette”. Se ci pensate è un po’ quel che succede con il nostro aeroporto: tutti lo chiamiamo “Caselle” ma in realtà si chiama “Sandro Pertini”.

Del carcere delle Vallette ho iniziato a sentire parlare da ragazzino. Mio papà era un avvocato penalista e dunque il carcere torinese era uno dei suoi luoghi di lavoro. Un giorno sì e uno no era alle Vallette. Anche io avrei dovuto fare l’avvocato. Per fortuna poi non l’ho fatto. Ma questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta. Non è stata la mia prima esperienza. Il Salone del Libro mi propose un incontro nel carcere di Alba nove anni fa. Poi nel tempo mi è capitato di frequentare altri carceri, anche fuori dal Piemonte, ma non ero mai stato in quello di Torino. Se dovessi dirvi che mi piace entrare in un carcere, mentirei. Io amo le mie comfort zone, se mi passate l’inglesismo, e mi riesce difficile pensare ad un luogo meno confortevole di una prigione. Ma sono felice di questa esperienza perché ho imparato molte cose in questi tre incontri. Ho imparato che noi che stiamo fuori sappiamo pochissimo delle carceri. È come se ci fosse una sorta di rimozione sociale. Solo quando capitano brutti fatti di cronaca si parla di quei luoghi.

Alle Vallette ho cercato di portare un po’ di poesia. Un po’ mia e un po’ di altri poeti ben più famosi del sottoscritto. Abbiamo anche cantato. Si, perché la canzone e la poesia sono parenti strette e dunque insieme a noi c’erano anche Renato Zero, Lucio Battisti e Rino Gaetano. Ma abbiamo soprattutto parlato. Ci siamo conosciuti. All’inizio avevo paura di chiedere, di dire la cosa sbagliata. Temevo che ci fossero argomenti tabù. E invece no.

I detenuti hanno voglia e bisogno di raccontarsi e fanno tante domande. Abbiamo parlato delle loro condizioni di vita, di paternità, di libertà e della sua mancanza. Abbiamo parlato di quanto possa essere salvifico leggere e scrivere. In questo percorso mi sono state vicine due professoresse, Sara Brugo e Rosanna Del Regno alle quali sono davvero grato, sia per come mi hanno aiutato nella preparazione e nello svolgimento degli incontri, sia e soprattutto per il loro impegno in quei luoghi difficili. Il carcere delle Vallette è un paese. Ci vivono circa 1500 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.119 posti. E poi ci sono tutte le persone che ci lavorano. Un paese dentro una città ma anche un pezzo di città che facciamo finta di non vedere. Io da lì sono uscito, loro no, ma alcune parole sono rimaste a metà strada, tra dentro e fuori. E forse servono proprio a questo: a ricordarci che, in un modo o nell’altro, siamo tutti un po’ responsabili di quel confine.