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di Elisa Forte

La Stampa, 24 novembre 2025

Oggi ha 29 anni e vive a Udine. Quando ne aveva 14 sua mamma è stata uccisa. E prima di lei sua nonna, da suo nonno. Dopo il baratro, ha scritto un libro che racconta la sua rinascita e la sua battaglia. Da “figlio di nessuno” a testimone. Pasquale Guadagno a 14 anni ha visto la sua famiglia spezzarsi. A 29 sta iniziando una nuova vita. Da quando il 25 aprile 2010 il padre Salvatore ha ucciso sua madre Carmela Cerillo porta dentro di sé la ferita di un dolore indelebile. Lui è anche il nipote di una vittima e di un carnefice: il nonno materno uccise la nonna, lasciando anche sua mamma orfana di femminicidio. Tragedie continuate nel silenzio, nell’abbandono, nelle porte chiuse che lo Stato non ha mai aperto per lui e per sua sorella. “Sì, siamo stati lasciati soli. Quando ho deciso di fare psicoterapia l’ho pagata io, euro dopo euro: ho fatto un mutuo che pago ancora ma è stato il miglior investimento della mia vita”.

Dopo il femminicidio, lui e sua sorella vengono affidati alla famiglia paterna. Doveva fare visita al padre in carcere anche se non voleva. “Continuavano ad oltraggiare nostra madre e a giustificare mio padre”, ricorda. “Non potevo accettarlo, sono scappato”. Ma dove vai, a quindici anni? Il baratro lo aspettava: droga, alcol, prostituzione, debiti. “Ho passato dieci anni nell’abisso più profondo”, dice. “Lì ho capito cosa significa davvero essere figli di nessuno”.

“Figli di nessuno” è il titolo dell’ultimo libro che Pasquale ha scritto con la giornalista Francesca Barra (Rizzoli). Ora non vuole più mettere al centro le sue ferite: parla per costruire. Con fermezza. “Non vivo più nell’ombra di quello che è successo. È tempo di usare la mia storia per aprire strade agli altri, soprattutto ai giovani”, sottolinea. E lo dice come un impegno, non come un destino. “Dove lo Stato è mancato, ho imparato a stare in piedi da solo”. Sta vendendo il suo bar, il Lux di Udine, la luce che si è acceso da solo e gli ha permesso di rimettere insieme i primi pezzi della sua vita dopo “essersi perso più volte”. La sua nuova direzione è l’associazione “Anime Invisibili”, fondata con la sorella Annamaria per sostenere gli orfani di femminicidio e per entrare nelle comunità, nelle istituzioni, nelle carceri, nelle scuole.

Le parole dei ministri Nordio e Roccella - Pasquale ha reagito duramente alle recenti dichiarazioni dei ministri Carlo Nordio ed Eugenia Roccella sui femminicidi e sull’educazione sessuo-affettiva. “Una battaglia che lo Stato continua ad ignorare. Non possiamo permetterci ministri che sminuiscono strumenti che possono salvare vite. Le parole dei ministri Nordio e Roccella sono non solo irresponsabili, ma pericolose”. Rincara: “Sono un’offesa alle vittime reali, a chi vive nelle case distrutte dalla violenza”.

Quando entra nelle scuole, negli sguardi di alcuni ragazzi vede qualcosa che riconosce. Ma non si lascia travolgere: usa quelle domande, quelle paure, per costruire dialogo. “Agli studenti non porto una storia triste ma una possibilità: capire. Mi chiedono con gli occhi lucidi: ma anche tu ti nascondevi quando tuo padre picchiava tua madre? Io tremo. Perché loro pensano che sia normale. Come lo pensavo io. Poi capiscono che non lo è. E lì avviene qualcosa: si apre uno spiraglio”.

È questo lo spiraglio che Pasquale vuole trasformare in rivoluzione culturale. “Diventano “anime libere” se qualcuno finalmente dà loro un linguaggio”. La sua missione è una: prevenire ciò che lui ha già attraversato. Per Pasquale l’educazione sessuo-affettiva è al centro del cambiamento. “Se avessero insegnato a mio padre l’alfabeto delle emozioni magari la mia famiglia oggi sarebbe intera. Se io avessi ricevuto lezioni di educazione sessuo-affettiva avrei compreso prima e meglio che quello che succedeva nella mia casa non era normale”, afferma.

Una battaglia che cambia la legge - Quando, ancora minorenne, ha iniziato a chiedere di trasferire la salma di sua madre dal Friuli Venezia Giulia alla Campania per cremarla e portarla vicino ai loro affetti, suo padre ha potuto opporsi. E lo ha fatto. “Da femminicida decideva ancora il destino della donna che aveva ucciso. Anche da morto, il suo potere continuava, su di lei e su di noi. Una falla legislativa che ho denunciato in tutte le sedi. Quella norma, presto, cambierà”.

Il padre Salvatore ha scontato 13 anni di carcere, oggi è libero. Vive a Udine, nella stessa città di Pasquale. Non ha mai chiesto perdono. “Il carcere non gli è servito a cambiare. Non basta chiudere un uomo in una cella. Servono percorsi obbligatori psicologici e rieducativi. Perché chi uccide una donna deve essere chiamato a guardarsi allo specchio, non a passare il tempo aspettando che la pena finisca”. L’ultima frase che Pasquale Guadagno consegna a La Stampa porta addosso una forza nuova: “La mia storia non finisce con quello che ho perso. Inizia con quello che posso costruire”. Il “figlio di nessuno” ha finalmente trovato il suo posto. Ed è un posto che, oggi, serve a tutte e a tutti.