di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 14 ottobre 2026
Non viene valutato il solo nocumento di carattere patrimoniale, ma l’infedeltà della prestazione che ha impedito al cliente una consapevole scelta processuale o anche solo un ritardo processuale senza dover provare che l’esito sarebbe stato diverso. La Corte di cassazione - con la sentenza n. 32866/2026 - ha chiarito che il patrocinio infedele non richiede che il difensore agisca con lo scopo specifico di danneggiare l’assistito, ma esige la coscienza e volontà di una condotta contraria ai doveri professionali e, soprattutto, un nocumento causalmente collegato a quella violazione.
Il pregiudizio che è danno - Il pregiudizio non coincide necessariamente con una perdita economica né con l’esito sfavorevole del processo: può consistere anche nella perdita di una concreta possibilità, nella mancata fruizione di una facoltà processuale o nella privazione di un vantaggio che un corretto esercizio della difesa avrebbe potuto assicurare. Inoltre, il nocumento può derivare anche dal concorso di altre cause, purché la condotta infedele abbia avuto un’effettiva incidenza causale. Il principio amplia la lettura concreta della responsabilità penale del difensore, che può riguardare anche omissioni e comportamenti informativi quando privino l’assistito di una possibilità di tutelarsi.
Il caso deciso - La vicenda riguarda un difensore incaricato di assistere due persone coinvolte in un procedimento penale per abuso edilizio. Il professionista aveva proposto opposizione a un decreto penale confidando nell’imminente rilascio di una sanatoria e aveva rassicurato gli assistiti sull’andamento della causa. Dopo la prima udienza non aveva più partecipato al dibattimento, non aveva depositato la lista testimoniale e non aveva comunicato tempestivamente l’esito del processo. Gli assistiti avevano appreso della condanna soltanto attraverso la successiva notifica dell’ordine di esecuzione della pena. Il giudice di merito aveva ritenuto provati sia la consapevole violazione dei doveri professionali sia il nocumento, individuato anche nella perdita della possibilità di valutare tempestivamente un’impugnazione. Il ricorso contestava, tra l’altro, l’assenza di dolo e di un nesso causale tra la condotta del difensore e il pregiudizio.
Il perimetro della rilevanza penale - La decisione lega responsabilità, informazione e tutela concreta. La portata innovativa della decisione emerge soprattutto dalla netta distinzione tra il cattivo esercizio della professione, rilevante sul piano deontologico o civile, e quella particolare forma di infedeltà che assume rilievo penale.
La Cassazione non trasforma ogni errore professionale in reato. Al contrario, pretende la prova di due elementi strettamente collegati: una condotta consapevolmente contraria ai doveri propri del patrocinio e un nocumento effettivo per la parte assistita. È proprio il secondo elemento a impedire che la fattispecie venga dilatata fino a comprendere qualsiasi negligenza. Il passaggio più significativo riguarda la nozione di nocumento. La Corte la interpreta in senso sostanziale, non limitandola alla perdita patrimoniale. Il pregiudizio può consistere nella mancata acquisizione di un bene, di un beneficio o di una utilità che l’assistito avrebbe potuto ottenere attraverso un’attività professionale corretta. Può riguardare anche una fase intermedia del procedimento, una scadenza, una facoltà processuale o una possibilità concreta di ottenere un risultato migliore. In questa prospettiva, la tutela penale non protegge soltanto il patrimonio dell’assistito, ma anche l’effettività della sua posizione processuale. È qui che la sentenza introduce una prospettiva particolarmente attuale. Un difensore può arrecare un pregiudizio non soltanto quando determina direttamente una decisione sfavorevole, ma anche quando, con il proprio comportamento, impedisce al cliente di scegliere consapevolmente come reagire a una situazione processuale.
L’informazione diventa allora parte sostanziale della prestazione difensiva. Non comunicare una condanna, non segnalare tempestivamente una scadenza o non mettere l’assistito nelle condizioni di valutare un’impugnazione può tradursi in una perdita concreta di opportunità, anche se non è possibile affermare che una diversa scelta avrebbe certamente prodotto una vittoria.
Perdita di chance anche senza certezza del risultato - La decisione della Suprema Corte valorizza infatti la differenza tra certezza del risultato e perdita di una chance concreta. Per configurare il nocumento non occorre dimostrare che l’attività corretta del difensore avrebbe sicuramente modificato l’esito finale del processo. È sufficiente, quando ne ricorrano i presupposti, dimostrare che la condotta abbia fatto perdere una reale possibilità di esercitare un diritto, ottenere un vantaggio o assumere una scelta processuale informata. Il danno, in questa prospettiva, è già nella sottrazione della possibilità concreta, non necessariamente nel mancato conseguimento certo del risultato sperato. Un ulteriore elemento di rilievo è il rapporto tra nocumento e concause.
La Cassazione esclude che la violazione dei doveri professionali debba essere l’unica causa del pregiudizio. Possono concorrere altri fattori, anche autonomi, senza spezzare necessariamente il rapporto causale. Ciò evita due opposti rischi: da un lato, considerare penalmente irrilevante una condotta infedele solo perché il processo avrebbe potuto avere comunque un esito negativo; dall’altro, attribuire automaticamente al difensore ogni conseguenza sfavorevole verificatasi durante il procedimento.
Nel caso concreto, la Corte ha ritenuto significativo non soltanto il mancato svolgimento di attività processuali, ma anche il comportamento successivo del professionista. Dopo aver avuto contezza della celebrazione dell’udienza senza la propria partecipazione, egli aveva proseguito nella condotta omissiva, senza informare gli assistiti dell’effettivo andamento del processo. Le rassicurazioni precedenti e le informazioni fuorvianti sull’andamento della causa hanno quindi assunto un peso autonomo nella ricostruzione della consapevolezza della violazione.
Il principio assume particolare rilievo perché mette al centro non il risultato astratto del processo, ma la concreta protezione dell’interesse dell’assistito lungo tutto il percorso giudiziario. La tutela riguarda anche le scelte che l’assistito deve poter compiere nel merito.









