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di Anna Ghezzi

La Provincia Pavese, 22 luglio 2024

L’esperienza di Vassile e Hashim assunti in una logistica in provincia. “Impariamo molto e ci prepariamo un nuovo futuro fuori di qui”. Il lavoro per un detenuto è libertà, possibilità. Per la società è prevenzione”. Lo spiega Stefania Mussio, direttrice del carcere di Torre del Gallo. Su 660 detenuti, 32 usufruiscono dell’articolo 21 che permette loro di lavorare. C’è chi è impiegato nei servizi carcerari, dal magazzino alle pulizie, alla cura del verde. Sei, invece, sono assunti tra la logistica Fiege con il progetto Seconda Chance e Horti e Collegio Borromeo: altri erano impiegati in ristoranti ma hanno finito in questi giorni di scontare la pena. In poco più di un anno, dunque, sono 51 i detenuti ad avere avuto questa possibilità, che hanno dimostrato di poterlo fare. Vassile, 41 anni, è uno di questi: con il collega Hashim, 37 anni, cinque giorni alla settimana lavora alla logistica Fiege. Per poterlo fare, era necessario avere un’auto per arrivare allo stabilimento a Stradella: Hashim ha rinnovato la patente e la sua famiglia l’ha aiutato con l’auto.

Vassile e Hashim, quindi, si svegliano alle 4 per essere a Stradella alle 6 e tornano in carcere a fine turno verso le 15.30. Gli orari vanno rispettati alla perfezione: è uno dei criteri - molti - per mantenere il diritto di lavorare. E quindi lo stipendio a fine mese. “Grazie a questo lavoro - spiega Hashim - ho potuto far avvicinare mia moglie e mio figlio, e averli qui è di grande aiuto per me. Posso sostenerli, con lo stipendio. E imparando un lavoro, ho qualche soldo da parte e la possibilità di ricominciare quando uscirò di qui”. Anche uscire per un giorno, dopo anni “fuori al mondo”, non è facile. La prima volta in turno con centinaia di persone

è stato un mix di felicità, ansia, paura di non sapersi più comportare, comunicare con persone fuori dal carcere. “Avevamo paura di come ci avrebbero trattati”, raccontano. Ma sono stati capaci di farsi accettare al meglio, e lo confermano i dirigenti di Fiege, molto soddisfatti. “In carcere - racconta orgoglioso Vassile. camicia stirata e occhi pieni di emozione - ho fatto la scuola alberghiera e ho imparato il mestiere di cuoco. Ho lavorato tre anni dentro come cuoco e ho avuto la possibilità di mettermi alla prova cucinando per la Comunità di Sant’Egidio a Natale, per i senzatetto. Ora ogni mese dono i buoni pasto del lavoro a Sant’Egidio, per chi ha bisogno. Non avevo mai lavorato in una logistica, ma sono felice di aver imparato il mestiere”. “Il lavoro è così importante - spiega Daniela Bagarotti, educatrice del carcere - perché permette di dimostrare di essere capaci di fare. Permette di rea

lizzarsi, è uno spazio in cui tirare fuori cose positive di sé. E lo stipendio è il riconoscimento di quel valore”. Un passo importante in un percorso di riabilitazione. “Noi non chiediamo canali privilegiati per le persone detenute - chiude Mussio - il mondo del lavoro è difficile per i giovani e le persone licenziate. Però tante persone che si trovano qui a Torre del Gallo arrivano da storie pesanti e sofferenze, sbagliano, entrano in carcere: se la società non trova una modalità di ricollocamento, può capitare che la persona non abbia le risorse per ricominciare da sola. Ci sono leggi che prevedono agevolazioni per il lavoro delle persone svantaggiate, le aziende hanno bisogno di manodopera: a mio parere non devono avere paura di assumere persone detenute che hanno un percorso avviato, sono seguite e meritano di essere messe alla prova”.