di Alice Giuriato e Aurora Zanellato*
La Provincia Pavese, 26 maggio 2020
Intervista a don Dario Crotti, cappellano di Torre del Gallo a Pavia: "Non possiamo mai dimenticare le persone innocenti vittime di reato". Lavoro difficile da trovare, pregiudizi da affrontare, relazioni affettive nuove: sono queste le difficoltà che chi è stato in carcere deve affrontare una volta uscito.
"Ciascuno - spiega invece don Dario Crotti, cappellano del carcere di Pavia, punto di riferimento dei carcerati e delle rispettive famiglie - è più grande degli errori e dei reati che potrebbe avere commesso. Ma è fondamentale imbastire ogni discorso a partire dal dolore subito dalle vittime dei reati: mai dobbiamo dimenticarci delle persone innocenti che sono state in vario modo vittime di un reato. E anche la comunità civile, sociale, è sempre portatrice di una ferita che il reato le infligge".
Don Crotti, quali sono i rapporti tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria?
"Relazioni positive e fondate, nella maggior parte dei casi, sul rispetto. I rapporti sono migliorati con gli anni e variano a seconda della persona. Dopo la scarcerazione, molti ex-detenuti tendono a mostrare riconoscenza verso chi li ha aiutati e anche per gli agenti, il cui lavoro è molto difficile e spazia per una multiforme tipologia di interventi, spesso anche di cura, ascolto, mediazione e rassicurazione".
Quanto influiscono le amicizie nel percorso?
"In carcere, come fuori, si dividono in positive o negative. Ci sono quelle solidali e durature che aiutano a vivere la pena in un'ottica educativa e riabilitativa; al contrario le amicizie negative possono portare a una socializzazione maggiore nel mondo del crimine. Dipende anche dal background culturale: ciascuno ha la libertà di scegliere quali relazioni portare avanti, anche se all'interno del carcere pressioni e condizionamenti possono essere amplificate al punto che uno non sia così libero di esprimere sé stesso pienamente".
Come reagiscono le famiglie alla carcerazione?
"Ci sono sfumature differenti a seconda del tipo di reato e famiglia. L'effetto negativo è sempre presente, soprattutto nelle relazioni di coppia e quando sono coinvolti minorenni. Il trauma è maggiore quando accade per la prima volta in un nucleo familiare. Negli ultimi anni sono stati portati avanti progetti di genitorialità per agevolare il rapporto tra genitori e figli e permettere ai papà di esprimere gesti di cura o di accudimento. Una famiglia che sostiene il detenuto diventa una motivazione per riuscire a scontare la pena e agisce sul cambiamento. Senza, è più probabile che si ricada nel reato".
Cosa incide sul cambiamento del detenuto?
"Prima di tutto le risorse della persona. Ma per evitare la ricaduta nel reato è necessaria una rete esterna al carcere: familiare, lavorativa, mediazione attraverso cooperative e comunità terapeutiche per permettere agli ex detenuti di mettersi in discussione e riparare ai propri errori, di non essere "gettati" fuori dal carcere senza accompagnamento".
Come evitare la discriminazione degli ex detenuti?
"C'è la mediazione importante dell'Ufficio locale per l'esecuzione penale esterna che accompagna il detenuto nel reinserimento, cercando attività di volontariato e di pubblica utilità, un impegno che sia riparativo del reato e aiuti il reinserimento. È la logica dei piccoli passi, di una visione che sa andare oltre a fallimenti e insuccessi, la sola alternativa per una società che diventi sempre più comunità, dove ciascuno, vittima e autore del reato, possa tornare a vivere con fiducia e responsabilità".
*Classe 3ª Asu, Liceo a. Cairoli










