di Federico Berni
Corriere della Sera, 16 dicembre 2024
“Il trapper si suicidò perché vittima di abusi sessuali”. Il giovane di Bernareggio morto a 26 anni il 12 marzo 2024. A processo il compagno di cella: la Procura chiedeva l’archiviazione. Il farmaco per stordirlo, e poi l’abuso sessuale nello stesso carcere in cui, un anno dopo, è stato trovato impiccato alle sbarre di una finestra. L’esistenza tormentata di Jordan Tinti, il giovane di Bernareggio che sognava di sfondare come trapper, morto a 26 anni il 12 marzo 2024, torna alla ribalta in una vicenda giudiziaria che sembrava chiusa, ma che il gip del tribunale di Pavia, Luigi Riganti, ha riaperto, ordinando l’imputazione coatta per il compagno di cella di Tinti, denunciato da quest’ultimo per un episodio di violenza sessuale risalente al 26 gennaio 2023, proprio all’interno della casa circondariale pavese. L’uomo andrà a processo per il reato di violenza sessuale.
Accusa per la quale la procura aveva chiesto l’archiviazione, incontrando però l’atto di opposizione presentato dall’avvocato Federico Edoardo Pisani, la cui istanza, nei giorni scorsi, è stata accolta dal tribunale. In tribunale ci va dunque un cinquantenne della provincia di Alessandria che, all’epoca dei fatti, condivideva la cella con il giovane musicista brianzolo e un altro detenuto. Di Tinti le cronache hanno parlato più volte non per le sue rime (il ragazzo aveva provato a emergere nella scena trap con lo pseudonimo di “Jordan Jeffrey Baby”), ma per i suoi guai con la legge. Il più eclatante risale all’estate 2022, quando, assieme all’altro trapper romano Giancarlo Fagà, detto “Traffik”, si rende responsabile di una rapina commessa in Brianza, a Carnate, ai danni di un immigrato nigeriano, derubato della propria bici e dello zaino. La scena, corredata da insulti alla vittima, viene ripresa e pubblicata sui social, forse nella speranza di arricchire i loro personaggi di una fama da “gangster”.
La notorietà, però, arriva con l’arresto, avvenuto a Ferragosto di due anni fa, e la condanna per entrambi a 4 anni e mezzo per rapina con l’aggravante dell’odio razziale (accusa ridimensionata in appello per Fagà, il solo dei due a impugnare la sentenza). Jeffrey Baby e Traffik finiscono insieme in cella, e quella convivenza sfocia, due mesi fa, nella condanna in primo grado a carico del romano Fagà a tre anni, per il reato di maltrattamenti. Sentenza che arriva quando Jordan Tinti è già morto. A marzo 2024, infatti, il 26enne viene trovato impiccato in cella. I connotati sono quelli del suicidio, ma la Procura apre comunque un’inchiesta, tutt’ora in corso, e il padre del ragazzo, Roberto Tinti, chiede che venga fatta luce sulla vicenda.
L’appello reso dall’uomo e dall’avvocato Pisani dopo la tragedia auspicava anche che non finisse nel nulla la denuncia per la presunta violenza sessuale subita da Tinti durante la detenzione. Secondo quanto riportano gli atti, il fatto avviene di notte. Il giovane trapper aveva il corpo pieno di tatuaggi (un fitto reticolo gli copriva metà viso), e in quella occasione se ne fa praticare un altro sulla pancia dal suo compagno di cella cinquantenne.
Lo stesso uomo gli avrebbe somministrato una dose di quetiapina, farmaco antipsicotico per il disturbo bipolare, che entrambi assumevano come terapia. Successivamente, durante il sonno, avrebbe abusato di lui, cominciando a toccarlo con insistenza e a lungo nelle parti intime. Tinti si sveglia, evitando che la violenza vada oltre. Urla e chiede aiuto prima al terzo uomo presente cella (che avrebbe chiesto conto all’indagato) e poi all’agente della polizia penitenziaria di turno, per chiedere che venisse allontanato.
Successivamente a quella notte, presenta querela. Nel suo provvedimento, il gip, a differenza di quanto sostenuto dalla Procura pavese, ha ritenuto che il racconto della vittima trovi più di un riscontro, a partire dalla testimonianza dell’altro detenuto presente al momento dei fatti. Tramite il suo legale, il padre di Jordan Tinti ha annunciato che, a processo, si costituirà parte civile.










