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di Maria Fiore

La Provincia Pavese, 23 luglio 2022

Michel Mangano era in attesa del processo d’appello. È il quinto suicidio in nove mesi nella casa circondariale di Pavia. Lo hanno trovato ieri mattina nel letto della sua cella a Torre del Gallo, privo di vita. Micheal Mangano, 33 anni, di Vigevano, ha aspettato che il compagno dormisse per mettere in pratica il suo gesto di disperazione. Ad aprile era stato condannato in primo grado a otto anni per omicidio preterintenzionale in relazione alla morte dell’amico Filippo Incarbone, il camionista di 49 anni deceduto nella casa di Mangano, in via Buccella a Vigevano, e ripescato cadavere dal Ticino il 16 febbraio 2021.

La pena, che sarebbe terminata nel 2029 ma che doveva passare al vaglio del processo di appello, era stata di molto contenuta, rispetto alla richiesta della procura, che aveva chiesto 18 anni per la diversa accusa di omicidio volontario. Non è da escludere che proprio la vicenda giudiziaria abbia aggiunto peso alla sofferenza della detenzione, anche se Mangano non aveva manifestato segnali di disagio particolari. È il quinto suicidio in nove mesi nel carcere di Pavia.

Doppia indagine - Sull’accaduto, come atto dovuto, la procura ha aperto un fascicolo, che è stato assegnato al magistrato Camilla Repetto. Oggi dovrebbe svolgersi l’autopsia, per chiarire le cause della morte. Accanto al corpo del detenuto è stato trovato un sacchetto di plastica. L’altro ieri, mercoledì, aveva ricevuto la visita della zia e nei giorni precedenti era andato a trovarlo la moglie. Il dramma si è consumato nelle prime ore della mattinata di ieri, quando gli agenti della polizia penitenziaria hanno eseguito il controllo della cella, nella sezione aperta. L’allarme è subito scattato, con l’intervento anche di un medico, ma per l’uomo non c’era più nulla da fare. Anche i vertici della struttura carceraria hanno avviato un’indagine interna. Accertamenti che dovranno stabilire se la sua situazione fosse seguita in modo adeguato dal servizio di medicina interna del carcere oppure se possa esserci stata una sottovalutazione delle condizioni di salute psicologica del recluso. Il suo avvocato, Fabio Santopietro, preferisce non rilasciare dichiarazioni.

Il garante dei detenuti - La vicenda sembra confermare alcune criticità già emerse mesi fa sulle condizioni dei detenuti all’interno del carcere di Pavia. Sul caso (il 37esimo suicidio nelle carceri italiane) è intervenuto anche il garante nazionale dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà, Mauro Palma. “Questo ennesimo episodio di suicidio ci deve fare riflettere - ha spiegato -. Il 37esimo suicidio significa che siamo ora a più di un suicidio a settimana.

Non è questione di attribuire delle colpe, perché il suicidio è sempre un elemento non valutabile. Piuttosto, l’alto numero di suicidi in carcere in Italia deve far riflettere sul perché il carcere trasmetta un’immagine di stigma perenne da cui non si può tornare indietro. Le persone che si suicidano - ha aggiunto - sono persone spesso entrate da poco oppure che sono prossime all’uscita. Non si sono stancate di stare in carcere, piuttosto hanno spesso paura dello stigma sociale che il carcere proietta”.